Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Oggi ho sviluppato un altro odio minimo.

Minimo nel senso tecnico: non è una di quelle ossessioni coltivate per anni.
Guardate, è proprio una cosa nata stamattina, mentre leggevo l’ennesimo sproloquio sul Made in Italy.
Non so però quando lo leggerete, è un post programmato che oggi c’avevo tempo.

Questo concetto osceno che gira come un santino – cioè disegno naif di santo o foto pagella funebre di parente antico morto – ma peró mediatico: eccellenza italiana.
Genio italiano. Tradizione italiana. “Italia, Italia!” (cit.)

E ogni volta che sento queste parole, mi viene in mente una cosa molto semplice.

Roma.

Esisteva una consapevolezza planetaria quando arrivava Roma a conquistarti tipo un fracchio di anni fa, quando militarmente e in rapporti esteri dicevano sistematicamente la nostra con l’autorevolezza della daga e della toga.

Una consapevolezza molto concreta. Non filosofica. Pratica.

Quando arrivavano i romani, subito dopo arrivavano due cose in croce, di quelle che ti svoltavano sul serio la vita.

Acqua corrente. E diritto romano.

Fine.

Roma arrivava e la prima cosa che faceva era insegnarti due concetti elementari di civiltà:

  1. lavati, porco.
  2. mettiti d’accordo con gli altri senza spaccarvi come hanno fatto i nostri padri costituenti dell’epoca, due gemelli, un aratro in testa

— che a Bari si dice nei sensi.

Roma arrivava e insegnava a gente che oggi ci fa la morale che la vita funziona meglio se:

ti lavi, parli, negozi, ti metti d’accordo.

Non è una cosa astratta. A me sembrano robe di buon senso molto più di quelle di Tajani: logistica della civiltà.

Acqua potabile. Fogne. Termine legale delle dispute.

Infatti, cazzo, gli acquedotti romani stanno ancora lì.

Duemila anni dopo. Ancora funzionano.

E mentre Roma ragionava di proporzioni, colonne doriche, urbanistica, templi, diritto pubblico… ci sono popoli che oggi ci guardano dall’alto in basso che allora vivevano come volpi dentro le tane. Parentesi Net Geo: le volpi si riempiono lue tane di roba che puzza per tenere lontani i nemici.

I tedeschi, per esempio.

Che oggi fanno i professorini d’Europa ma all’epoca vivevano circondati da roba che puzzava di morte — esattamente come fanno le volpi — perché quell’odore teneva lontani i nemici.

Roma invece costruiva latrine pubbliche.

Sembra una cosa minore.

Non lo è.

Quando hai acqua corrente e un posto sicuro dove cagare, la civiltà fa un salto gigantesco. Guardate che è la stessa logica della famiglia nel bosco – non quello delle fiabe.

Cesso in ceramica, acqua corrente, un posto chiuso dove cacare.
Ci credo che qualsiasi bambino trovi un cesso pulito abbia la sua giornata svoltata.

Roma lo sapeva. E infatti conquistava il mondo spesso con enorme facilità. Solo facendo vedere gli equivalenti dei rendering di oggi e a spanne risolvendo in tribunale i primi due conflitti tra barbari che si stavano uccidendo di paccheri per strada, tipo beta test.

E all’epoca, Roma, in campo di relazioni estere, arrivava al banco delle trattative e cominciava solo ad abbassarsi la cerniera e tutti gli altri già morivano di imbarazzo e terrore di quello che Roma avrebbe depositato sul banco prima di urlare: “Come sempre, stronzomerdoni, il banco vince!”

Ora.

Se uno è fascista — diciamolo pure, senza troppi giri — e vuole rifarsi ai fasti di Roma, uno si aspetterebbe almeno questo tipo di riferimento.

Acquedotti. Ingegneria. Organizzazione sociale e giurisprudenza.

Oppure, se vogliamo restare nel Novecento, hai pure esempi più recenti.

Tipo Terragni. Il razionalismo architettonico. La Casa del Fascio di Como.
Un edificio straordinario che mi viene duro solo a immaginare le finestre che non denunciano nessuno spazio dietro.

Linee pulite. Proporzioni perfette. Un pezzo di architettura che ancora oggi studiano in mezzo mondo. Quella sì che è eccellenza. Quella sì che è civiltà che produce forma. Quella è l’Italia che ti fa essere accolto con durelli e barzottismi di tutti in paesi ospitanti.

Invece no.

Questi qui vogliono costruire un apparato ideologico, vogliono fare egemonia culturale — parola grossa, grossissima — e il meglio che riescono a produrre è:

taralli, orecchiette, caciotte grondanti grasso su brace e producenti fumo insostenibilmente appestante di tutti i tuoi corredi, vino non esente da truffe enologiche, bufale e in generale gozzoviglie.

Il Made in Italy ridotto a banchetto permanente.

Con gente come Lollobrigida che sembra convinta che la civiltà italiana sia una degustazione itinerante di formaggi caprini. Oppure figure onomasticamente non troppo perfette come Bocchino, che già nel cognome contiene un complesso trattato di teoria politica e non però, pur potendo, fa nulla per correggere l’evidente problema prospettico.

O ancora la Santanchè.

Che pur potendosi permettere tutte le Kelly bag o meglio le Guccibag del pianeta andava a rifornirsi dai taroccatori turchi. Ignorando una cosa semplicissima. E gravissima al tempo stesso.

Gucci ormai è cinese. La produzione è in Cina. O in quel curioso pezzo di Cina che sono alcuni bassi napoletani, dove schiavi napoletani con mani educate di altissimissima sartoria, anch’essa un tempo eccellenza italiana nel mondo, sono schiavizzati da cottimisti con gli occhi a mandorla, il cognome in Wu e il nome in Gennarino. E ignorando anche che se una macchina industriale produce 3000 pezzi per una linea, e il marchio ne assorbe 1000, gli altri 2000 qualcuno li vende comunque.

Su piattaforme tipo AliExpress, ma di contrabbando, però facili da trovare. Originali nella fattura. A un centesimo del prezzo.

Questo è il vero stato del Made in Italy nel capitalismo globale.

Il marchio è italiano. La produzione è mondiale. E noi continuiamo a raccontarci la favola delle eccellenze gastronomiche. Che per carità. Buone. Ma non è con i taralli che costruisci egemonia culturale.

Roma esportava acqua potabile e diritto. Noi esportiamo aperitivi.

E in mezzo a tutto questo c’è anche una cosa che trovo quasi mortalmente offensiva. Perché esiste un esempio contemporaneo di eccellenza italiana vera.

Una cosa che porta nel mondo competenze, cuore, tecnologia, organizzazione.
E salva vite!

Una cosa che quando arriva cambia davvero la vita delle persone. Si chiama Emergency. Medicina d’urgenza sotto le bombe. Chirurgia di guerra. Ospedali in mezzo ai conflitti.

Esattamente come duemila anni fa acqua e diritto romano. Strumenti concreti per salvare o migliorare la vita delle persone, anche quando quelle persone stanno sotto una guerra o sotto un potere.

Eppure questa cosa non entra nel racconto ufficiale del Made in Italy.

Non è abbastanza folkloristica. Non è abbastanza gastronomica. Non è abbastanza instagrammabile. Non è assolutamente asservibile.

E quindi niente.

Il paese che ha insegnato al mondo a lavarsi, costruire acquedotti e scrivere codici di diritto oggi si presenta al pianeta con un piatto di taralli e una forma di pecorino.

Ed è colpa di gente come quello di cui parlerò domani da quell’altra parte.

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9 risposte

  1. Avatar Topper Harley

    Emergency è un’eccellenza assoluta nel mondo e se ne fotte altamente di essere italiana. Dovremmo farlo anche noi, se non fossimo così presuntuosi e orgogliosi di un paese che stiamo portando in discarica. Abusiva per giunta.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Verissimo! Gion Strada era internazionalista convinto. A me da al culo che il mio Paese ridotto a operetta sia esportato come tarallifiucio.

  2. Avatar Sandro Battisti

    Ragione da vendere. E i Romani facevano subito pure le strade, ancora valide e/o di riferimento. Che porca la vacca dei costruttori moderni che costruiscono per restaurare dopo due giorni, sono ancora lì.

    Hai ragione da vendere, sui barbari, sulle cosiddette eccellenze nostrane che servono solo a vendere, sul Diritto che non deve servire ad autorizzare le porcate con gli amichetti cialtroni e truffaldini; quanta saggezza in Brancaleone…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Verissimo!

  3. Avatar luisa zambrotta

    Grazie per queste riflessioni così sarcasticamente profonde.
    Condivido ogni tua parola

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie di cuore

  4. Avatar dimaco

    Detestando le patrie, politiche o affettive che siano, sono ormai anni che quando possibile (all’estero) cerco di farmi passare non per italiano (di solito per qualche esemplare slavo, viste le ascendenze). Finché ci credono.
    Certo che è triste che, non per colpa mia, mi debba vergognare. Ma è così.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Tristissimo, hai ragione!

  5. Avatar guido arci camalli "hurriya senza consenso è stupro"

    Bello simpatico… Cmq bocchino nun se po vede

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