Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Qual è il più bel complimento che hai ricevuto?

Per molto tempo ho pensato che dovesse essere uno di quelli professionali.

Quelli che circolano nemmeno troppo di nascosto nei corridoi degli eventi, nelle sale riunioni, nelle università, negli spazi in cui le persone parlano molto e credono di pesare le parole — che sono tutti ambienti che col tempo sviluppano un loro microclima tipico: aria tiepida di respiro e porte non aperte, carta stampata e inchiostro vecchio, caffè stantio e autostima coltivata in serra. E l’odore di aria riscaldata dai proiettori – Biodiddio che nervoso.

Nulla comunque che sembri quel gradino che ogni volta ti perdi quando conti i gradini che sali facendo le scale e che ti fanno credere che qualcosa nella realtà ha avuto uno slittamento impercettibile ma significativo, come se per un secondo la fisica o la geometria del pianerottolo decidesse di provare una configurazione leggermente diversa dell’universo.

“Quanto scrivi bene.”

“Che storyteller straordinario.”

“Che capacità narrativa.”

Frasi che, col tempo, diventano una specie di fauna locale assolutamente congrua: le riconosci, sai dove si annidano, ma non cambiano davvero il paesaggio.

Prima mi sembravano delfini col frack e col cazzo duro che si aggiravano alla ricerca di altri delfini senza frack ma di pari sesso da sodomizzare per capire come funziona la meccanica riproduttiva.

Adesso ho capito che è una pratica comune tra i cetacei, quella di fare le prove omosessuali per massimizzare le riuscite etero e non ci faccio più caso: un comportamento sperimentale diffuso tra mammiferi sociali, come se la natura stessa facesse continuamente prove generali.

Non è falsa modestia, la mia.

Semplice logica ecologica.

Se chiami qualcuno — come spesso mi accade, perché sono qualcuno, appunto — perché ti spieghi una cosa, quello si fa pure chilometri, arriva da te, ti dedica mezz’ora, un’ora, magari lo paghi pure — allora o credi davvero che sia bravo, oppure sei una persona pericolosa con i soldi.

I tuoi e quelli della tua azienda.

Andresti messa rapidamente in condizione di non nuocere.

I soldi non è che li semini e poi spuntano sugli alberi.

Questa è una cosa che ha capito perfettamente anche mio figlio.

Digressione utile, perché anche “Che bravo papà sei!” sarebbe piacevolissimo come complimento ma nessuno l’ha mai detto, finora.

Forse perché mio figlio ha sei anni. 

Ma possiede su mia cura già un discreto sistema di classificazione del mondo, una piccola tassonomia domestica delle cose umane. 

Un bambino relativamente maturo per la sua età.

Non perde tempo con quelle parole infantili e un po’ cretine che usano molti suoi coetanei — cacca, pipì, sputo, schifo. Roba inutile.

Sì, lo so, già lo sapete.

Lui ha invece sviluppato una competenza linguistica più avanzata.

Ha una sola parolaccia autorizzata al giorno, dal catalogo delle parolacce per adulti e solo se strettamente necessaria secondo un training che abbiamo fatto a casa senza Montessori, manganello o scosse elettriche. Ha quindi il suo Postalmarket delle parolacce, visto che appartiene alla generazione che non avrà un Postalmarket per certe cose.

E generalmente la parolaccia la sceglie con notevole precisione, come se stesse catalogando comportamenti umani con un preciso microscopio non atomico ma morale.

Gli israeliani sono dunque “stronzi”.

Trump è chiaramente “pazzinculo”.

Bocchino è un evidente “refuso”.

Sechi è sufficientemente “faccia di merda”.

Per la Schlein l’espressione è di solito “che due coglioni” o loro derivati.

Il fatto che vediamo molti talk show lo aiuta a fare pratica quotidiana, come un dottorando in botanica delle alghe che osserva specie viscide in un acquario televisivo.

E naturalmente ha una reazione pavloviana perfettamente sviluppata alla vista del sistema mammario femminile oltre la terza misura: Tettazze.

Massimamente se vede Diletta Leotta.

Stimolo visivo e stimolo linguistico coincidono con una precisione ormai scientifica. Una delle poche costanti affidabili dell’universo, come certe maree o la comparsa delle meduse a fine agosto. O l’alga tossica nello stesso periodo.

Sono felice di come sta crescendo.

Anche perché fa karate, non è autorizzato ad usare le sue tecniche per primo mai e poi mai, ma è autorizzato a difendersi se aggredito e farlo in maniera da noi definita ultimativa o ‘”non lasciarlo in piedi, capito?”’,  di solito precedendo la risposta ultimativa con tre avvisi verbali — già due in più della Celere nelle manifestazioni.

E ha l’autorizzazione di usare parole come “Trimone” o “Dici a me?!” ma solo con coetanei; con gli adulti o i genitori è istruito a dire: “Papà è seduto lì, tra adulti parlate voi!”

Però ancora niente medaglie per “Bravo papà!” edizione 2026.

Comunque sì, tornando a dove eravamo: quando qualcuno mi dice che scrivo bene, apprezzo, ma difficilmente mi cambia davvero lo stato del sistema nervoso.

Anche se una volta mi sono commosso.

Era giugno 2024. Bari.

Una ragazza palestinese, profuga da anni, ascoltò per un’ora una mia spiegazione completamente a braccio su “Teoria e tecnica dell’apartheid sionista e sul genocidio a Gaza”. Sì, Genocidio. Ancora oggi è difficile spiegarlo ma all’epoca ero uno dei pochi a farlo, pubblicamente, almeno a Bari.

Quando finii lei aveva gli occhi pieni di lacrime, anche se eravamo in un posto amico – la sede della Comunità Palestinese di Puglia e Basilicata e quindi tecnicamente non doveva temere alcun male da gente come gli italiani che peró da tempo hanno smesso di essere gli europei più vicini alla causa palestinese. Forse piangeva per questo?

Mi disse: “What a brave storyteller you are.” Coraggioso, io, secondo lei.

In quel caso sì. Mi colpì.

La abbracciai e piansi. Un botto.

Ma mi dissi che avevo solo fatto il mio dovere.

E che avevo il culo al caldo, io.

Il complimento che mi è rimasto davvero dentro è un altro.

Una volta ricevetti su Instagram un messaggio privato da una donna del mio paese.

Una di quelle che nel lessico tecnico meridionale potresti definire una perchia inarrivabile. Ma veramente inarrivabile, anche perchè 7cm più alta di me, al garrese.

Bellezza strutturale. Geometria architettonica pure senza troppe Tettazze.

Separata quindi “Libera e con la casa libera” (cit. Calboni.)

Scriveva a me e solo a me nei DM — come dicono i segaioli tardoadolescenti contemporanei.

A un certo punto comparve questa frase:

“Caspita che maschio affascinante che sei!”

Maschio. Affascinante. Caspita e non cazzo.

Mi guardai allo specchio. Non era cambiato nulla.

Quindi reagii nel modo che mi riesce meglio: autosabotaggio cosciente e convinto.

Emoji incongrue. Tante. Dici a me? Ma non con la faccia incazzata di de Niro o Cassel. Poi una battuta, congrua con le emoji scelte:

“Va bene, ma non lo diremo a tuo marito che hai bevuto e ci vedi male.”

Perché parlassi del marito visto che era separata non è mai stato chiaro nemmeno a me. Forse per questo lei non si fermò.

Continuò a scrivere. Molto.

Con una perseveranza che ricordava la dinamica delle famose “cene eleganti” berlusconiane — dove ufficialmente l’insistenza era di Patrizia Daddario, ma sappiamo che la distribuzione delle forze probabilmente era un po’ diversa. A senso inverso. Pompetta idraulica annessa. 

Sì, non riavremo mai cotanto Presidente, ahinoi!

La perchiazza inarrivabile iniziò a descrivere minuziosamente scenari immaginari. Momenti potenziali. Intimità possibili.

Tutto con un uso generoso del tell e pochissimo show.

E se ci ripenso, comunque, non fu l’infodump su quello che mi avrebbe voluto fare o a volersi far fare da me senza chiedermi consenso e senza chiedere permesso a mia moglie a raffreddarmi e determinarmi alla risposta che seguì. Per una volta l’infodump non era il problema, Giuro!

Il cervello scivolava via e tornava sempre su una cosa sola: quel complimento iniziale.

“Maschio affascinante.” “Caspita” e non cazzo.

Non me l’aveva detto mai nessuno.

Alla fine risposi: cliccai quella stringa di testo lì, non lo script porno che aveva accluso dopo, attori io e lei, e risposi appena, in risposta a tutto quel complimento giostrando totalmente tutto il resto e la sua creatività:

“la mia Presunta bellezza è comunque tutta merito di Mia Moglie.”

Maiuscole tutte intenzionali.

Soprattutto presunta.

Poi successe una cosa interessante.

Una incrinatura nello spazio tempo.

O forse solo nel tempo.

O forse una cosa normalissima quando l’atmosfera rovente e vaporosa si congela e quindi si ha quello che in fisica si chiama brinamento, quando il vapore decide di diventare improvvisamente solido.

Per circa ventisette minuti il telefono mostrò il segnale che stava scrivendo.

Poi spariva.

Poi tornava.

Scriveva.

Cancellava.

Riscriveva.

Ventisette minuti sono lunghissimi quando stai cercando di capire come uscire da una frase. Alla fine arrivò il messaggio:

“Sono stata davvero sciocca, ti chiedo scusa. Hai una moglie così bella e fortunata. Non sei solo affascinante: sei pure un uomo che sa davvero stare al mondo come si deve.” (ibidem Giuro!)

Lessi la frase più volte.

Non ci capii un cazzo, Giuro.

Quando ti sposi e non sei comunque infedele ad una persona da tre lustri – a tua moglie e anche a un paio arrivate prima, che quella faccenda dei tradimenti è roba di tipo venti anni fa, pure ventidue) che Lovecraft direbbe EONI, il mondo delle conversazioni femminili diventa una giungla alla VanDerMeer — tuttattaccato. Quindi molto New Weird. 

Il mattino dopo, alle 7:42, ero al mercato del pesce con quello che è forse il mio amico più caro.

E forse proprio per questo il più trucido. Nel senso antropologico del termine: diretto, spietato, incapace di qualsiasi forma di diplomazia non necessaria alla sopravvivenza. E proto-fascista pure se come tanti suoi simili vota Renzi.

La colazione adriatica era già pronta.

Quella che facciamo sul caffè, dopo quindici minuti da aver preso il caffè. Senza paura di guai intestinali, of course.

Di solito di sabato.

Senza mogli o figli al seguito.

Il mercato del pesce a quell’ora non è tanto un luogo quanto un organismo vivo che respira sale, acqua stagnante, acido fenico vaporizzato e chiacchiere possibilmente sottovoce coperte dagli schiamazzi dei venditori.

Cozze crude appena strappate dalla rete e a nostra cura aperte – giriamo sempre col coltellino apposito, sì.

Senza limone.

Spesso nemmeno sgocciolate di quell’acqua che sembra MD sciolto nelle bottigliette ma è solo l’acqua delle cozze che se il tuo intestino e fegato non sono baresi da sette generazioni: “amore mio arrivo” alla prima turca nel raggio di 500 metri. E dell’acqua delle cozze che sembra MD ne riparleremo.

Provolone — immancabile, comprato la sera prima a bella posta e già dadolato.

Mezzo bicchiere di prosecco brut a testa.

Il nostro installatore di sushi barese che è pure il nostro fornitore di prodotti ittici ma non ha gli occhi da obliquo — una figura fondamentale dell’ecosistema — osservava tutto con la calma di chi sa che il mare alla fine si riprende sempre qualcosa. Soprattutto quando i depuratori vanno in vacca.

Quel giorno c’era anche un tris di polpi grande misura telefono azzurro. Sì, le colazioni di sushi non hanno rispetto del concetto di infanzia e di neonatalità di specie inferiori che che se ne voglia dire della preveggenza dei polpi in fatto di risultati calcistici. Anche di questo riparleremo.

Un morso e via, quella pezzatura, ma condividere certi bocconi insieme a certe storie è più bello.

Lo stavamo smezzando tirando i tentacoli con le mani nude, senza alcuna sanificazione, quando gli raccontai i dettagli.

Turisti attorno guardavano con l’aria di chi vedeva per la prima volta i vandali pulirsi la fatica tra le dita dei piedi sul sagrato di casa del Papa del tempo del sacco di Roma – il primo, non quello ennesimo dei nazisti.

Gli dissi tutto. Non nascosi nulla. Lo fate anche voi, le donne, tra voi, quindi non urlate al maschio che si vanta diffondendo dettagli di femmine. Io non giravo nè foto nè screen delle conversazioni!

Ascoltò. Masticò.

Poi disse:

“Tu sei un ricchione totale e basta.”

Spoiler: no, non è questo il complimento di cui dobbiamo parlare.

Seguì una lunga teoria su tutto quello che, secondo lui, mi ero perso.

E che lui al posto suo avrebbe usato come argomento per rilanciare la contrattazione su quella famosa sceneggiatura.

Opportunità biologiche rare. Eventi statisticamente favorevoli. Incidenti evolutivi positivi. 

Mi sa che da qualche parte ve l’ho pure spiegata la teoria che uno come lui tra gli amici del gruppo dei trucidi aveva sulle strutture per immobilizzare le vacche e controllare lo stato della gestazione, no? 

Ecco: usi creativi delle stesse. Ecco patriarcato zoologico. Ma anche amici di scuola elementare. Affetti prepuberi. E prepolitici.

Io rimasi inamovibile.

Lui precisò ancora una volta:

“Altro che fortunata, tua moglie! Tu sei proprio ricchione nel culo!”

Spoiler: no, non è nemmeno questo, il complimento.

Settimane dopo incontrai — nemmeno troppo per caso visto che frequentiamo assiduamente lo stesso stabilimento balneare — la donna definita più su non molestatrice telefonica ma Perchiazza inarrivabile (definizione che come vedete non ho mutato mai!).

Era di fianco a me a ordinare il caffè al bancone.

Tra odore di crema da sole, schiamazzi dei bambini, macchie di ghiacciolo al limone e sguardi di mia moglie che aveva saputo da me tutto la sera stessa e aveva semplicemente scosso la testa e nemmeno guardava davvero quello che succedeva. 

La perchiazza inarrivabile mi ringraziò.

Non capii subito perché. Pensai tipo: ok eri arrivato prima e hai ceduto il posto, bravo, educato come sempre, Domenico.

Non pensai “il solito coglione che non capisce un cazzo!” no, nemmeno per un momento.

Poi lei aggiunse sottovoce, forse perchè aveva capito che non avevo capito:

“Sei stato capace di dirmi di no facendomi capire che ero stata molto inopportuna. Ma senza mai dirlo. Senza farmelo pesare soprattutto.” (cit.)

Eccolo: l’avverbio soprattutto se lo metti mi sa che ci credi davvero nella frase a corredo.

Ed eccolo!

Credo che quello sia stato il complimento più bello della mia vita.

Perché ogni tanto mi accorgo che il mio Es — la parte più istintiva del sistema — vive da qualche anno una vita abbastanza frustrata. Una specie di animale tenuto in un recinto mentale. Ogni tanto gli riesce di vendicarsi. Tipo scrivendo qui sopra.

Le cose più orribili per il suo detestato vituperato SuperIo.

Ma in combutta con il mio Io, con quello che sono, che è quello che di solito da ste robe a volte ci guadagna pure un sacco. Tipo diritti sulle vendite e sull’uso dei testi, ma non qui. Tipo quando Es scrive qui quelle cose. Quelle che poi fanno dire alla gente come voi che leggete:

“Come scrive bene Mortellaro.” “Che creativo Mortellaro.” “Che cazzo di genio Mortellaro.” E non li vivo come complimenti fantastici, io.

In realtà, non voletemene, quando tutto il rumore si deposita, la cosa che mi fa stare davvero bene è molto più semplice.

Tutta sintetizzata da quella frase della perchiazzi inarrivabile quel giorno al bancone che non era un complimento tecnico ma per tale suonò.

Giacchè seppi che, in quella piccola storia — come altre volte nella mia vita — ero riuscito a stare dalla parte più o meno più giusta della storia:

Quella che faceva meno male a tutti.

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11 risposte

  1. Avatar almerighi

    😀

  2. Avatar dimaco

    E’ indubbio che tu sia “Un uomo onesto, un uomo probo”. Ma no tanto per dire, è proprio la pratica, oltre la teoria.
    Son buoni tutti a parlare di guerra (armi) e pace (topa), poi alla prova dei fatti si cacano miseramente in mano.
    Io non ne sarei capace (e non c’è ammiccamento nelle mie parole).

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Che fantastica citazione di cui mai tir ingrazierò abbastanza.
      perchè ne hai scelto una che, sull’amore, dice tantissimo.

  3. Avatar Sandro Battisti

    …non so, ma forse eliminare la TV dalla propria vita potrebbe risolvere almeno una metà dei conflitti elencati nel post?

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Al momento la connessione mi sfugge, ma ci sto pensando…

  4. Avatar guido arci camalli "hurriya"

    Grande mito Fantozzi

  5. […] enormi. Come direbbe l’amico trucido che state imparando a conoscere qui e là, “Una zi’grossa, ma no così, veramente chiatta. Tipo 100, 105 chili…“sì, ho un amico trucido che ha questo kink precisissimo che si attiva a comando, random, in […]

  6. […] che quando provi a uscire dalla porta si attaccano allo stipite con le unghie e ti dicono “no, caro, adesso restiamo qui finché uno dei due non muore”. E quindi io, da persona adulta e responsabile, avevo adottato l’unica strategia razionale […]

  7. […] quarta è aprire la chat dei trucidi, vedere se “ci sono fatti”, gossip criminali, storie extraconiugali che potrebbero diventare […]

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