Quali aspetti secondo te rendono una persona unica?
Mi pare evidente che questa storia dell’aspetto che ti rende unico è una cazzata unica, ma proprio una roba da raccontarsi allo specchio mentre ti sistemi i capelli pensando di essere diverso, quando invece sei solo pettinato in modo leggermente alternativo.
E io sono rasato a pelle come sapete e non calvo!
Io per esempio questa cosa la capisco meglio da mia moglie.
Dieci anni insieme. Dieci anni che mi chiama. Fate voi il conto: almeno 3650 volte, e sto basso. E spesso pure con anonimo, come una stalker dei poveri.
E io ogni volta: “è lei”. Sempre.
Anche quando ha quella voce al telefono da transessuale incazzato, roca, strana, tipo che ti aspetti che da un momento all’altro ti dica “oh bello”.
Però non è un transessuale. Perché non ha il cazzo, ha un seno normale, rompe i coglioni in modo molto specifico da moglie e non da transessuale, e quindi già sono troppe cose. Troppe. Non è UNA.
Capito? Già lì l’unicità si è schiantata contro il muro.
Poi prendiamo Adolf Hitler. Perché io accosto istintivamente lui a mia moglie? No, non ha a che fare l’estetica, credetemi.
Ma non divaghiamo, ok?
“Eh ma lui è riconoscibile per i baffi.”
Ma quali baffi, ma che cazzo dici. Se ben ricordo nel 2007 per due giorni ebbi quel baffo preciso per ragioni di cinematografia autoriale – ero regista di un corto in cui facevo un cameo che potete intuire.
I baffi, i capelli leccati, gli occhi da psicopatico che ti giudica pure se respiri, la postura, il modo di stare fermo come una statua con problemi… è un insieme di robe.
Non è UNA cosa.
Se fosse UNA cosa bastava radersi e diventava il panettiere sotto casa.
Io uguale.
“I tatuaggi”.
Sì bravo, i tatuaggi. Poi però mi vedi pelato con la barba e sembri uno di quei cloni usciti male, tipo “questo è Iannone di Casapound versione discount con la faccia da uno che ha sbagliato strada ed è finito a fare il coglione in giro”.
Sì in giro mi chiedono spesso se siamo fratelli e basta googolare nome e cognome.
Poi però apro bocca, canto Cinghia Mattanza come un animale e dici “ok no, questo è un altro problema”.
Quindi tatuaggi + faccia + voce + modo di stare = non UNA cosa.
Mai UNA.
E mio figlio.
Bambino. Età in cui la sua pipì dovrebbe essere tipo pipì degli angeli, roba pura, distillata, quasi da imbottigliare.
Però poi lo guardi: capelli scuri e lisci, non ha ali, non vola, non ha la bocca che fa la fontana, non brilla al buio… è bellissimo, è polemico, non sta fermo, non smette di avere curiosità profonde, non smette di dire Papi per tutto… quindi non è un putto, non è un angelo, non è un cazzo di cherubino domestico.
È un bambino.
Di nuovo: mille cose insieme. Zero unicità da cartolina.
E allora arriva il coglione romantico: “eh ma ognuno è unico a modo suo”.
Ma vai a cagare.
Non è romanticismo, è matematica fatta male.
Siete unici perché siete un ammasso di caratteristiche, difetti, tic, modi di parlare, modi di rompere i coglioni che messi insieme fanno “voi”.
Non UNA cosa.
Una somma disordinata, spesso pure incoerente.
Io invece no.
Io sono perfetto.
E non perché ho UNA cosa speciale — che sarebbe da dilettanti — ma perché ho una combinazione talmente superiore che proprio non giocate nello stesso campionato.
È come dire che una carbonara e una pasta col ketchup sono entrambe “pasta”: sì, tecnicamente sì, ma una è un insulto.
Quindi no, non somiglio a nessuno di voi.
Non per un dettaglio.
Perché la somma mi rende un altro livello.
E prima che esca fuori il fenomeno dei “sosia”…
I sosia sono una puttanata inventata per tranquillizzare le masse.
“Eh ma c’è uno identico a te da qualche parte.”
Sì, come no, e magari mi chiama pure con anonimo come mia moglie con la voce da transessuale.
La verità è un’altra:
solo chi conta davvero — governanti, regnanti, gente che se muore succede il casino — ha sei cloni pronti. Sei. Sacrificabili. In fila come i polli.
E questa roba costa talmente tanto che se ve lo dicessero davvero smettereste di pagare le tasse e iniziereste a mangiare l’intonaco.
Quindi vi raccontano la favoletta dei sosia.
Così vi sentite unici.
Mentre siete solo una combinazione un po’ più rumorosa di difetti standard.
E sì, alla fine, in verità, in verità vi dico, anche io sono una combinazione di difetti.
Peró due cose.
Peró quali siano i difetti e la ricetta di miscelazione dovrete indovinarlo voi.
Però se ve lo dico con quella formula — “in verità, in verità” — allora cambia tutto, no?
Allora diventa profondo, diventa serio, diventa quasi sacro.
E andiamo, lo sapete tutti di chi è quel cit.
