Quando ero piccolo mia nonna ogni tanto mi portava nei negozi eleganti del paese perché diceva che un bambino deve essere vestito bene. Soprattutto suo nipote, Domenico, per altro superbravissimo.
Lei non diceva negozio di vestiti per bambini.
Diceva boutique per bambino.
Lo diceva proprio così, boutique, come se fossimo a Parigi e non in una cittadina vicino a quella dove abitavo dove non ci stavano le boutique per bambini e dove la cosa più internazionale era la pizzeria che faceva anche il panzerotto fritto da mangiare sul cofano della macchina così rimaneva caldo.
Io avevo nove anni o giù di lì e non capivo bene perché dovevamo andare in quella boutique quando tutti i miei compagni si vestivano con le cose dei fratelli maggiori oppure con quello che si trovava nei negozi normali.
Oggi sarebbero Zara o OVS.
Io per esempio mio figlio da Zara ce lo porto tranquillamente anche per le occasioni – figurati se mi faccio problemi.
Anche perché ormai è diventata usanza comune che la gente per le occasioni si veste su SHEIN o TEMU o fa i resi il giorno dopo della roba costosa su Amazon – tipo pure Gucci che alle nostre latitudini compri pure di rubata provenienza a un decimo del prezzo se come me c’hai i Telegram giusti e non si qual é l’atteggiamento meno morale – ti invita a casa e ti fa mangiare nei piatti di plastica bio con la scusa che così non si inquina e non si usa neanche la lavastoviglie.
Sì, Le ditte che facevano i servizi di piatti coi bordi d’oro tipo Rosenthal – sionisti di merda – stanno fallendo perché nessuno li vuole più.
Vai a cena e ti danno il piatto biodegradabile pure le mogli dei Conti Dottori e magari pure riciclabile nel senso che qualcun altro ci ha già mangiato sopra prima di te.
Quindi figurati se uno si deve fare problemi di Zara. Figurati: mio figlio se ne vanta con gli amici. E ti chiama Trimone se lo dileggi, a sei anni, ma l’educazione verbale di mio figlio é argomento successivo qui e altrove.
Mo si parla di me.
Ma mia nonna va capita comunque.
Era la moglie di uno che si era fatto e continuava a si farsi da solo con un mazzo a tarallo così — e se ve lo devo spiegare apro proprio le braccia larghe tipo tanto tantissimo — ed era di quella generazione che aveva rimesso in piedi l’Italia dopo la guerra. Aveva figlia e figlio professionisti rispettati e autorevoli. Quindi il primo nipote lo portava in giro come una specie di icona votiva pure perchè era di un remissivo e di un “piccolo lord” e lo voleva vestire bene.
Remissivo, porca troia. Io!
E comunque la nonna mia nei discount ma nei negozi costosi che si chiamavano boutique per bambino e avevano nomi che oggi fanno ridere pure un bambino remissivo.
Tipo Micio.
Oppure La Trottola.
Io lo so benissimo che se portassi oggi mio figlio in un negozio che si chiama Micio lui mi guarderebbe e mi direbbe subito “Papà sei un Trimone”. Lo direbbe proprio così. Perché io le parolacce ai miei figli le insegno. Visto che ci siamo arrivati?!
Anche come usarle le parolacce io insegno.
Preferisco che gli scappi una parola giusta piuttosto che diventi uno di quei bambini scemi che ripetono cacca pipì piscia e schifo come una litania. Quelli mi urtano forte il sistema nervoso. É roba da insegnante di sostegno pure fuori da scuola ai genitori prima che al figlio.
Mio figlio quando vede una donna con un seno modello Diletta Leotta dice Tettazze e lo dice con cognizione di causa.
Se lo portassi in un negozio che si chiama Micio o La Trottola direbbe che sono un Trimone e che domani per colpa mia a scuola lo prenderanno tutti per il culo.
Anche quello sa dire, prendere per il culo.
E avrebbe ragione!
Comunque entriamo in questa boutique. Io e mia nonna, dico.
La commessa comincia a tirare fuori i vestiti dal bancone e li mette davanti a noi uno alla volta come se fosse il sangue di San Gennaro o La Manna di San Nicola.
Escono pantaloni di velluto a coste. Io li guardo e penso che sembrano pantaloni da vecchio.
Poi escono i cardigan. Il cardigan già di per sé è una parola che ti fa venire voglia di bestemmiare, ma la cosa veramente grave sono le toppe sotto. Le toppe sotto il cardigan sono il segnale che stai per diventare un bambino vestito come un piccolo professore del cazzo. Nonché insegni cazzo, però.
Poi escono camicie con fantasie strane. Cavalli. Carillon. Roba che sembrava uscita da un cabaret di Parigi.
Io avevo meno di dieci anni ma già capivo che se mi mettevo quella roba addosso a scuola mi avrebbero trattato come uno che si fa le seghe pensando ai cavalli del Moulin Rouge. E quindi non alle cose serie.
Io invece volevo vestirmi da paninaro come i miei compagni di classe.
Tutti secondogeniti di fratelli maggiori paninari.
Tutti con i jeans giusti, le scarpe giuste, le giacche giuste.
Vestirsi da paninaro per un bambino voleva dire accedere a un paniere enorme della vita immaginaria: parlare con le compagne di scuola più bone anche se si chiamavano Sterpeta o Corsignana come le madonne votive del paese e forse baciarle pure in bocca ma senza lingua – mio figlio lo fa l’ho scoperto ma quando gli dico che hai combinato risponde: hai detto che certe cose posso dire la parola papà sono fatti privati bimbo bimba?! Oh, ecco! – o stare nelle comitive dove quelli appena più grandi fumavano o avevano i giornaletti vietati con le tette e la figa e i pompini oppure guidavano il motorino.
Io il motorino lo odio e odio pure la bici ma questa è un’altra storia e la racconterò in un altro post. Perchè sapevo guidare già dall’età di 7 anni. Quindi pensavo paninaro é bacio in bocca Micio/Trottola é povero trimone.
A un certo punto la commessa tira fuori il pezzo finale.
Un maglione a fasce orizzontali colori autunnali pastello.
E al centro una toppa enorme con sopra un pupazzo.
Un pupazzo sorridente. Un pupazzo da bambino scemo. No un pupazzo di altro tipo ma ci arriviamo, giuro.
Io lo guardo e capisco che questa cosa è troppo.
All’inizio provo a dirlo con educazione, con quell’aplomb da piccolo lord del cazzo che mi avevano insegnato:
‘Questo no, nonna. Per piacere.”
Tipo bambino che a Salò sa che sta per essere vituperato dai 4 proprietari di casa come nel film di Pasolini.
Tutti ridono un poco.
Le stesse risate di quelli di Salò.
Io però capisco che con quel tono finirò a casa con quel maglione addosso e un sorriso finto da bambino educato.
Allora trovo il coraggio e lo urlo:
“No! I maglioni coi pupazzi da mongoloide no!”
Silenzio.
La commessa mi guarda.
La proprietaria che stava portando il tè a mia nonna che spendeva mezzi milioni là dentro mi guarda.
Mia nonna fa il segno della croce.
Io piango anche un poco perché sto immaginando il bullismo infinito a scuola con quel pupazzo cucito sul petto come un coglione e lo ripeto ancora:
I maglioni coi pupazzi da mongoloide no.
I maglioni coi pupazzi da mongoloide no.
I maglioni coi pupazzi da mongoloide no.
Alla fine mia nonna spende comunque un sacco di soldi ma almeno evitiamo i maglioni coi pupazzi da mongoloide.
Quando torno a casa non prendo botte e riesco perfino a contrattare con mia madre un regalo serio per Natale, niente giocattoli ma completi di vestiti da paninaro.
Anche quella contrattazione è una storia lunga e ne parleremo in un altro post.
Perchè nemmeno questa finì bene. Che vita difficile. Ma piena di post.
Però quella sera io avevo fatto la mia prima rivolta cosciente contro le convenzioni familiari, tipo molotov su corteo di nonne che escono dalla chiesa del funerale del nipotino piccolo lord ormai morto.
E quella storia é così viva in me che anche in barba alla legge di buon senso articolo ‘A caval donato non si guarda in bocca’ dico Maglione Da Mongolide pure se lo regalano a mio figlio ancora nel present day. In pubblico et senza ritegno per poi chiedere scusa e spiegare come qui.
Ma tanto e intanto la merda l’hai fatta già!
E oggi mi è tornata in mente perché si chiudono le paralimpiadi e io lo so, l’ho sempre saputo, che ogni presidente della repubblica alla cerimonia di apertura sogna segretamente di dire la stessa cosa: immaginate Mattarella che sale sul palco, guarda lo stadio pieno e la flottiglia degli atleti paralimpici e finalmente dice quello che nessuno ha il coraggio di dire, cioè
“Handicappati cari, siete l’orgoglio d’Italia!”
E dentro di me, nello stesso momento, continua a rimbalzare il mantra che avevo urlato da bambino davanti alla commessa e davanti a mia nonna che faceva il segno della croce: i maglioni coi pupazzi da mongoloide no.
