C’è stato un tempo — e sì, di nuovo, “in quel tempo”, perché quando una cosa ti ha storto così tanto la testa poi ti viene spontaneo raccontarla tipo vangelo apocrifo scritto tragicissimo — in cui un pezzo bello grosso di Italia, non quattro nostalgici, proprio una generazione intera, si è fatto devastare emotivamente da uno sceneggiato che tutti chiamano film perché così sembra più serio, più importante, ma non lo era, ed era tratto da Cuore di Edmondo De Amicis, un padre dei Padri Costituenti che sulla carta doveva educarti e invece, se eri anche solo un minimo recettivo, ti entrava dentro come un trapano e ti lasciava lì a sanguinare sentimenti per anni.
E già dentro questa operazione, che era una specie di catechismo civile mattarelliano ma anche molto Oscarluigi travestito da intrattenimento — “la scuola fa l’Italia”, “i valori”, “il sacrificio”, tutte quelle parole grosse che dette a un adulto fanno alzare un sopracciglio e a un bambino fanno solo casino — c’era pure questa roba laterale ma nemmeno tanto, che il regista Comencini ci aveva infilato suo nipote, Carletto Calenda, bambino, e già questo è bellissimo perché è proprio la fotografia dell’Italia quando funziona “bene”, cioè quando il nonno ti dà il ruolo non perché sei bravo ma perché sei suo nipote, però — e qui il twist — ti dà esattamente il ruolo giusto: quello del cacacazzi insopportabile che tutti odiano. E infatti poi quello cresce e fa una carriera politica vergognosa, ma già lì si vedeva, già lì era perfettamente inquadrato, e allora ti viene da dire:
cazzo, vedi? Meritocrazia familiare, il paese diventa prevedibile, lineare, quasi rassicurante nella sua miseria.
Comunque, la struttura la sapete: Enrico Bottini, Torino post-unitaria, diario, maestro Perboni che è sempre “severo ma giusto” — che è una formula che se la smonti trovi dentro metà dei traumi educativi dei bambini italiani di tre generazioni e mezzo — i compagni che rappresentano tutte le classi sociali, il povero, il ricco, il buono, il primo della classe, il cattivo da espellere così siamo tutti tranquilli che il male ha un nome e un cognome che è Franti, perchè quando succedevano le cose più atroci ai più poveracci c’era sempre “Franti rise!”, e poi le lettere dei genitori che ti spiegano come vivere, e in mezzo i cazzo dei racconti mensili.
E qui arriva la bastardata vera, perché nello sceneggiato quei racconti non erano letti, no, erano piccoli film muti, cioè cinema dentro il cinema, che oggi diresti “che figata meta”, allora era solo un modo per infilarti il coltello più a fondo senza nemmeno dirtelo.
Tutti strappalacrime, tutti calibrati, tutti costruiti per farti cedere, ma uno in particolare — uno — che era proprio una roba da denuncia penale per danni emotivi a minore: “Sangue romagnolo”.
E “Sangue romagnolo” è questa storia che se la racconti fredda dici “vabbè”, ma se la vedi a otto anni ti rovina:
Ferruccio, bambino vivace — sempre vivace all’inizio, così poi quando lo ammazzi fa più effetto — che vive con la nonna paralitica, già setting da manuale per far scattare tutto, genitori fuori, ladri dentro casa – cioè pezzi di merda tipo Franti ma peggio di peggio – tensione, e la nonna che fa la mossa più stupida della storia del crimine domestico, cioè riconosce uno dei ladri e urla il cognome, “Mozzoni!” (vecchia di merda, disse lui e a posteriori dico anche io) e in quel momento lì hai già firmato la condanna a morte di qualcuno, perché quello deve eliminare la testimone, e infatti parte la coltellata, e il bambino — e qui la sceneggiatura gode — si butta in mezzo, fa lo scudo umano e muore.
E tu lì, bambino spettatore, non è che pensi “ma scusa, bastava dargli i soldi e basta”, no, tu registri un’altra cosa: che quello è il modo giusto di comportarsi.
Regola della Repubblica Italiana e della Buona Scuola: in caso di ladri in casa, anche se tua nonna si meriterebbe due sganassoni perchè non si fa mai l’eroina se tra i coglioni c’hai un minore sotto tua tutela, è sempre ottima cosa buttarsi senza pensarci in mezzo tra coltello che tua nonna si è chiamato e pancia della nonna e crepi tu al posto suo.
E la scena è proprio una copia sputata della Pietà di Michelangelo, nel film, e quindi tu hai anche il subliminale di religione pure se non hai la comunione e non fai catechismo. E viene un attimo dopo quella Crocifissione di cui parlammo tempo addietro.
Solo che al posto della madre hai la nonna, che diventa ancora più madre perché è fragile, bloccata, impotente, e quindi ancora più degna di essere salvata, e al posto del Cristo hai sto povero ragazzino che ci lascia la pelle per un portafoglio, e tutto il sistema narrativo ti dice: guarda che è bellissimo, guarda che è amore.
E frase della nonna “Che bambino eroico!” – tua nonna, non la vecchia bastarda in carrozzella che con il suo eroismo del cazzo con minore tra i coglioni l’ha fatto ammazzare.
Ora, già così è una porcata.
Ma il vero problema è il contesto in cui tu te la becchi questa roba.
Perché io quella cosa lì non la vidi con i miei genitori — che magari, uno su due, avrebbe detto “ma che cazzata è, daglieli i soldi e fine” — no, io la vidi con mia nonna.
sì quella del maglione da mongoloide, ok, ma anche tante altre cose.
Mia nonna che per me era tipo la mamma due, ma meglio, più morbida, più indulgente, quella che ti diceva sempre “bravobravissimo” davanti alle amiche come se fossi una specie di investimento emotivo da esibire. E nella mia testa, anche senza essere davvero malata, siccome le facevo da bastoncino della vecchiaia quando usciva per andare al caffè di famiglia a vedersi con le amiche e parlare bene di me, diventava automaticamente una creatura fragile, da proteggere, una cosa che se cade si rompe.
E quindi succede questo cortocircuito meraviglioso e devastante: tu vedi la nonna paralitica che piange sul nipote morto, vedi che quella roba viene celebrata come il massimo dell’amore possibile, e dici: ok, ho capito il gioco.
Io devo morire.
Se muoio io sarò per sempre “bravvobravissimo”!
Ma proprio così, senza sfumature: non “difendere”, non “fare il bravo”, no, devo crepare bene, possibilmente nel momento giusto, nel modo giusto, tra le braccia di mia nonna, così lei può vivere tutta la scena fino in fondo, tipo processione della Desolata — che già è più hardcore dell’Addolorata, perché siamo dopo, Cristo è morto, sabato santo, la madre col cadavere in braccio — e poi andare a raccontarlo alle amiche fuori dal bar, con le lacrime, con i dettagli, con quel “era un bambino così buono” che diventa la medaglia finale.
E quindi io, la notte, piangevo. Ma non piangevo perché avevo paura dei ladri, che sarebbe stato normale.
Piangevo perché speravo che arrivassero.
Capito il livello?
Speravo che arrivassero, che mia nonna facesse la cazzata giusta — cioè sbagliata, ma giusta per la narrazione — che riconoscesse il ladro, che nella mia versione non si chiamava Mozzoni – con punto esclamativo perchè i racconti del mese erano film muti e un solo ! non !!! che sono una boiata grillina e delle donne stupide e dei loro motivazionali – ma Baldassarre (e qui tutte le scuse alle famiglie Baldassarre, davvero, incidente narrativo), e che io potessi fare quello che andava fatto: buttarmi, prendere la coltellata, morire bene.
E non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello la versione di mio nonno, che pure c’era quella sera e che era l’unico sano in tutta la storia: “ma daglieli i soldi e basta, domani esci, lavori e li rifai: così ti fai ammazzare il cuore della vita tua per due spicci?!”.
Che è una frase semplice, intelligente, pratica, che attualmente sposo in toto con aggravanti di volgarità per la vecchia del film non per mia nonna che – oggettivamente – a me non aveva mai chiesto tale sacrificio, ma che non vale niente – la frase del nonno – perché non ha pubblico, non ha applauso, non ha amiche davanti a cui vantarsi. Mio nonno aveva il lavoro, i concorrenti, le rotture di coglioni. Mia nonna aveva una platea.
E quindi io sceglievo la platea.
E per un’estate intera, e poi a intermittenza per chissà quanto, mi addormentavo così, pregando e piangendo per l’arrivo dei ladri che speravo, dentro questa specie di training mentale al sacrificio, a prepararmi a morire bene per essere finalmente — definitivamente — bravobravissimo.
E poi uno cresce, rivede tutto, mette insieme i pezzi e dice: ah, ok.
Bell’infanzia di merda che mi costruivo tutto da solo per colpa dell’eterna lotta. Non tra bene e male, però, ma tra Es, Io e Superio, cioè Me Myself and I.
Disturbato? sì ma con impareggiabile stile.
Cuore comunque non era per nulla una roba educativa.
Pur essendo ancora oggi la verità – come tutti i film – più vera e propria di quella cosa che si chiama italico senso di colpa, dimenticato in questa società che vive di fake news e menzogne.
Era una macchina perfetta per entrarti dentro, spaccarti qualcosa e poi lasciarti lì a ricostruire da solo, possibilmente pagando uno psicologo. Meglio, una psichiatra.
