Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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C’è stata una stagione — ben prima del governo della mai troppo da me sessualmente desiderata premier esoftalmica ma con sedere enorme rispetto all’altezza e per questo squisitamente desiderabile – in cui già si parlava allarmantissimi di “contrastare i rave” e salvare la gioventù bruciata (non il film, che almeno aveva una sceneggiatura, ma la metonimìa — accento sulla i, figura retorica, segnatevelo che qui sopra siete pieni di poeti ma le figure retoriche le trattate come le olive nel Martini, decorative e basta, “ah no scusa tu non scrivi poesia tu scrivi pornografia e post cannibali, sei una mmmerda con tre M”) — con cui si parlava già di ragazzi fritti vivi nelle droghe chimiche, ustionati dentro, corrosi fuori.

Ora, il punto è che per quelli della mia generazione queste droghe non si chiamano come nei servizi del TG o nei processi di Forum: ecstasy, metanfetamina.
Quelli sono nomi da periti chimici o da PM.
Nella vita vera — quella in cui vai dal droghiere, non la drogheria ma quello che sui giornali o nei film di tribunale chiamano spacciatore perché nessuno ha il coraggio di dire “uno che vende roba che ti manda fuori come un balcone” — sono le paste, le micropunte, le palette. Roba che sembra un cabaret di piccola pasticceria — cit. mia nonna, che aveva il fratello maestro pasticcere nel paese con la desinenza in -azzo dove viviamo da sempre — e invece stai comprando una roba che ti rimescola il cervello e te lo manda nel buco del culo ma sei stitico e devi solo aspettare che ritorni in sede.

E poi questa cosa arriva a tavola.
Non il cervello passato dal culo ma la storia dei rave.
Domenica. Pranzo.
Rumore di risucchi di frutti di mare dai gusci, televisione accesa, servizi sui rave, parole grosse: zombie, droga, gioventù allo sbando. E le nonne — che non sono stupide ma sono rimaste alla stagione dell’eroina — vedono ancora quelli con la siringa nel braccio, le “spade” come le chiamano loro, pronti a fare fuori attraverso scippo e rottura del femore le vecchie fuori dalla posta per “la povera pensione” (cit. testuale di mia nonna, non quella di cui parleremo ora, l’altra, ma comunque con terrore incorporato), o a fare a pezzi i genitori con ferri da stiro e bistecchiere — e la bistecchiera è pure peggio perché non taglia, quindi ci vuole impegno, tempo, cattiveria molto dolore del genitore sotto i colpi della bistecchiera di Pietro Maso — per andare a farsi la bella vita di droga.

E se sei genitore, diciamocelo, l’idea di essere fatto a pezzi a colpi di bistecchiera da tuo figlio perché vuole una dose non è che ti rilassi.

E io guardo le immagini del rave. E poi guardo mia nonna.

E mia nonna guarda quelle immagini — questa sala da ballo strana, dice, sembra una ferriera ma senza metalmeccanici in cassintegrazione e senza macchinari, con tende da campeggio, pantaloni strappati, sedere di fuori, treccine africane che lei chiama ancora “abissine” perché era Figlia della Lupa, autarchica da giovane ma poi diventata antifascista — e qualcosa non le torna.

Perché questi zombie non fanno gli zombie. Ballano. Si danno i baci, ma sembrano baci monogami. E allora fa una cosa semplicissima, innocente, intelligente: osserva un dettaglio.

Perché il diavolo — dopo l’eroina — ha capito che deve nascondersi nei dettagli.

Deve fingersi farina doppio zero, bicarbonato, zucchero a velo. Deve permettere ai figli neonati dei drogati di farsi un’overdose senza nemmeno passare dalla trafila della dipendenza, solo perché qualcuno ha lasciato sul tavolo quella che sembrava una cosa innocua tipo latte in polvere molto vicino al latte in polvere (cit.).

E ha inventato droghe nuove. Solubili.
Le sciogli e diventano invisibili. Cocktail, coca cola, chinotti autarchici — lì dentro apparentemente spariscono. Ma nell’acqua no. Perchè nella coca cola le cose magari esplodono se le aggiungi e se esplodono le mentos figurati la ketamina o l’MD, figurati le paste che fanno. Nell’acqua però non è mai scoppiato nulla se non i metalli alcalini. E l’MD non è alcalino. Nell’acqua però si vedono. Da una parte lo devi prendere in culo, no? Si vedono. Fanno quell’opalescenza strana, tipo aurora boreale ma sui toni del petrolio, come se avessi versato due gocce di naftone agricolo, diesel agricolo, dentro una bottiglietta.

Ma devi guardarla da vicino. Se no ti sembra acqua. Solo acqua.

E lei infatti guarda le bottiglie. Mica è così vicina da vedere certe opalescenze, per altro in mezzo a tutte le luci fatte anche per mascherare le opalescenze!

E dice, con una serenità e una grazia che io non avrò mai:
“Madonna quante ne dicono a questi ragazzi di oggi. Sì, vabbè, se ne andranno in giro coi pantaloni strappati e il sedere di fuori, anche le ragazze mannaggia a loro. Ma guardali. Ballano, si divertono. Altro che droga! Nemmeno una bottiglia di birra sta. Guardali. Stanno tutti con la mezza minerale!”

La mezza minerale.

Io mi alzo.
La abbraccio.
Le do un bacio in fronte – tipo bambino piccolo che non si bacia mai sul viso o sulle labbra perchè tu adulto c’hai i germi e quelle mani vai a vedere dove le hai messe e pure la faccia che vai a vedere vieni adesso da pomiciarti un bagascione – la stringo.

Le dico che è bello, che mi fa tenerezza, che deve restare sempre così.

E nel frattempo le rubo un riccio di mare dal piatto. Lo scolo, per non farmi sgamare, per non farle capire che in realtà sono lì anche per percularla, per non dirle la verità, per non spiegarle che razza di zombie produce la ketamina.

E visto che ci sono, prendo pure una cozza.

La scolo.

E quell’acqua che scende dalla cozza ha lo stesso identico colore dell’acqua nelle bottigliette. L’avrete aperta una cozza in vita vostra, no? Ecco, quello.

Uguale.

E io rido.

Perché il diavolo fa sempre la stessa cosa: la verità più atroce non la nasconde. Te la mette davanti.

Ma nei dettagli.

E nel piatto di tua nonna che sta guardando una completamente strafatta di MD, in totale ketastasi, che balla dissociata e pesta i piedi forte a terra perchè è così’ bruciata da non sentire la terra sotto ai piedi.

(io queste cose le so non perchè ho provato, un giorno vi racconterò che culo micidiale avere avuto un sacco di brutti viaggi alla prima canna fatta, ma ve le racconto come se le avessi vissute perchè come sapete in “Quella primavera di un anno da cani” io ebbi una relazione di quasi una ventina di giorni, ma molto clandestina ed esplosiva con una ragazza giovanissima e super-drogatissima a livelli Marvel+ di queste cose chimiche. E lei era bravissima a spiegare e drogarsi davanti a me quindi ne so)

E lei, tua nonna, dice così.

“Che brava giovane: a ballare con la mezza minerale!”

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2 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Tenera la nonna che non sa per sua fortuna.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Tenerissima era, vero!

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