Io sono cresciuto dentro una famiglia dove ci si voleva bene davvero, non quella roba da pubblicità del Mulino Bianco con le tazze coordinate e il cane epilettico sul tappeto, ma un bene fisico, rumoroso, tipo branco di Rambo 2 quando si salvano a vicenda nel fango.
Però dentro quel bene c’erano pure delle crepe grosse come i canyon nei film di Bud Spencer, differenze che non si conciliavano mai, filosofie di vita che si guardavano da lontano come Orfani contro Riff nei Guerrieri della Notte.
0 con la colonna sonora dei Duran Duran.
E dentro quella guerra fredda domestica, nei due fratelli più piccoli di mio padre, si era infilata una possessione vera: le due ruote a motore.
Non passione. Non hobby.
Licantropia. Li prendeva e li trasformava.
E a un certo punto — ma solo nella loro testa bacata — doveva prendere pure me.
Io però all’epoca ero una creatura senza spina dorsale ideologica, un mollusco emotivo che non sapeva dire no neanche se gli stavano infilando una VHS di Rocky IV nel culo. Non avevo ancora sviluppato quella che oggi chiamo, senza paura di esagerare, una teologia dell’odio verso la bicicletta, cioè l’idea chiarissima che le due ruote siano il modo in cui il demonio manda emissari — i ciclisti — a rompere il cazzo al mondo intero. Non so se quell’odio fosse già lì, in incubazione tipo Alien nel petto, oppure se sia nato quel giorno preciso per quello che accadde. So solo che non c’erano sliding doors eleganti, Gwyneth Paltrow e le candele alla vagina profumata.
C’erano uno scoglio, una bici e un adulto troppo convinto di sapere cosa fosse meglio per me.
Estate.
Nonna – non quella dei maglioni da mongoloide.
Stabilimento balneare suo, in concessione, in un paese che finisce in “-azzo”, che già nel nome ti avvisa che lì la vita è dura.
Non era sabbia, non era salento del cazzo e paesi in -ano.
Era roccia calcarea, cattiva, affilata come i dischi dei Kiss.
Crescere lì significava imparare che il mondo non si adatta a te: sei tu che ti adatti, con le ginocchia sbucciate e i piedi che sembrano cotiche.
E dentro quel contesto perfetto per sviluppare un sano odio per l’esistenza, arriva lo zio mezzano, quello con la sicurezza di Terminator quando dice “I’ll be back”, e decreta: “Oggi impari ad andare in bicicletta.”
Non propone.
Non chiede.
Stabilisce.
Come se fosse Dio, ma senza la barba e con più cattiveria gratuita.
La bici è una BMX con le rotelle. Io penso: magari si parte piano.
No. Le rotelle vengono tolte immediatamente.
Tutte e due.
“Così impari davvero.”
Certo. Come buttare uno da un elicottero e dirgli “così impari a volare”.
Mi piazza su quella roba instabile e mi lancia sugli scogli.
Non su asfalto.
Non su terra.
Su pietra viva.
Io non so stare in equilibrio, non so cadere, non so niente. E infatti cado. E ogni volta che cado arriva la liturgia del cretino adulto:
“Le sbucciature sono medaglie.”
“Non è niente.”
“Le mani attutiscono.”
Certo.
Attutiscono un cazzo!
Attutiscono come attutisce una padellata in faccia.
Io dico basta,
io dico brucia,
io dico ahio,
ma è come parlare in aramaico antico a un muro. Non cambia niente. Anzi peggiora. Perché più ti lamenti più lui gode, come lo spettatore di Drive In quando arriva il pezzo che aspettava.
Dopo quella mezz’ora — che nella mia testa è durata come tutta la trilogia di Ritorno al futuro messa insieme — non si trattava più di imparare. Si trattava di non morire e non piangere davanti agli altri.
E a un certo punto succede una cosa. Non epica. Non eroica. Ma definitiva. Cado. Mi rialzo. Faccio per risalire.
Poi mi fermo.
Basta remissività del bambino educato, cazzo, basta.
Mi dico in silenzio: Ricordati del mongoloide nella boutique – la parola, Domenico, il metodo, non il bambino.
Prendo la bici e dico:
“Mi hai rotto il cazzo e le ginocchia tu e’sto cancello di merda.”
E complice la distanza e l’imprevedibilità assoluta del gesto ribelle, la lancio giù dagli scogli attraverso l’apertura della scaletta di accesso al mare.
Sparisce tra le rocce come una carcassa in un film di Mad Max.
E in quel momento faccio un giuramento serio, più serio di quelli fatti davanti alla Playstation: mai più compromessi con il demonio delle due ruote.
E odio tombale totale perenne per la bici, per chi ama la bici per qualsiasi cosa abbia solo due ruote.
Fine.
Il giorno dopo non c’è spiegazione, non c’è morale, non c’è discorso educativo da film con Robin Williams.
C’è lo zio più piccolo, quello meno rincoglionito, che va a recuperare la bici e torna dicendo: “Oh, ma sugli scogli dovevi imparare? Quell’altro che cazzo va a pensare!” E già lì capisci che forse non eri tu il problema. Poi aggiunge:
“Ma è normale che la butti a mare. Se fanno così, poi la bici la odi.”
Grazie al cazzo.
E infine:
“E poi vai a fare altre cazzate in mezzo alla strada.”
Quali cazzate? Mistero.
Probabilmente quelle che salvano la vita.
Però subito dopo cambia registro, tipo DJ che mette un pezzo lento dopo l’hardcore, e dice:
“Stasera, se fai il bravo, ti faccio un regalo.”
E la sera mi porta in un parcheggio chiuso, tira fuori le chiavi della Renault 4 rossa, scassata, da lavoro, più anni ’80 di una sigla di Cristina D’Avena, mi infila due cuscini sotto il culo e due dietro la schiena e mi dice:
“Piano. Non mollare tutta la frizione insieme, tienila sempre e vai, piano.”
E lì succede la magia vera.
Niente pubblico.
Niente pressione.
Solo ripetizione.
Errore. Aggiustamento. Due ore così.
Senza che nessuno mi spinga contro una pietra.
Due ore.
Sapevo guidare.
Dal giorno dopo mi lascia fare cinquanta metri per parcheggiare. Sempre gli stessi. Cinquanta metri ridicoli, ma miei. In sicurezza, nel parcheggio del lido. E quella cosa lì cambia tutto. Da quel giorno non ho smesso più di guidare 50 metri fino ai 14 anni. Poi cominciarono guide più camorristiche sempre col suo consenso e sempre in situazioni di crescente pericolo ma presunta sicurezza. Tanto che da qui o da lì vi racconterò il mio esame di guida pratica.
Mai un incidente.
Quei 50 metri, quel giorno, non cancellarono il giorno prima — quello resta inciso come una bestemmia — ma lo riscrissero.
Perché lì non c’è uno che decide per te.
C’è una cosa che impari mentre la fai.
E quei cinquanta metri diventano pure una specie di medaglia invisibile.
Un giorno di quella estate un bambino coetaneo settenne mi vede parcheggiare.
Stava con il padre, con la sorella sedicenne bellissima e un’amica ancora più bella — roba da videoclip di Take on Me — e quella scena per lui diventa una prova di valore.
Divento improvvisamente nella sua testa il “superamico del cuore”. Io, che il giorno prima avevo lanciato una bici in mare come un sacrificio pagano e che guidavo la macchina. E quell’amicizia mi fece accedere a platee interessantissime di cui vi parlerò di là. E quella amicizia continua ancora esattamente com’è, trucidume incluso, ma quello venne dopo.
Però sotto tutto questo resta una cosa.
Non la Renault 4.
Non le ragazze anni ’80.
Resta il rancore. Non contro una persona ma contro , ma contro il concetto stesso di bici e contro quel modo di voler bene che ti spinge, ti forza, decide al posto tuo e poi chiama tutto questo crescita, educazione, amore per la bicicletta.
Io quella roba lì non l’ho mai digerita.
E infatti ancora oggi, quando vedo una bicicletta, non penso all’equilibrio, alla libertà, a E.T. che vola davanti alla luna.
Penso a una mano dietro la schiena che spinge e a qualcuno che non si è mai chiesto se io volessi davvero partire. E soprattutto fracassarmi più e più volte sugli scogli aguzzi del mare barese.
Non so andare in bici.
Mio figlio ha usato la balance bike da subito.
Gliel’ho comprata io, quando ho visto che rubava sempre quella del cugino per andarci su. E se vorrà imparare non lo odierò ma non voglio saperne niente. Per ora non chiede e va bene così.
