Lo sapete tutti che io c’avevo quel professore di cose importantissime ma pure completamente deviate, una di quelle persone che all’università ti cambiano il cervello senza che tu te ne accorga subito.
Uno che partiva da sociologia delle religioni e finiva serenamente a spiegarti sociologia della pornografia, sette apocalittiche americane, culti cargo, meccanismi della fede, panico morale, e probabilmente pure come organizzare una rivoluzione marxista usando solo i Testimoni di Geova e i volantini dell’Esselunga. E io da lui ho imparato un sacco di roba. Sul serio. Ma soprattutto lui apparteneva a questa organizzazione pericolosissima di atei razionalisti che si chiama UAAR. Loro la chiamano unione. Ma guardate che pure le sette americane si chiamano quasi tutte “fellowship”, “church”, “community”, “fraternity”, quindi state buoni che ci siamo capiti uguale.
E tipo io con lui parlai moltissimo del grande trauma infantile della mia esistenza religiosa, cioè il mio sequestro di persona organizzato con lucidità criminale da mia nonna materna e mia nonna paterna, con la coatta collaborazione di mio zio materno costretto credo a fare da padrino o palo o basista dell’operazione, perché io venissi battezzato contro la volontà dei miei genitori. Perché i miei genitori, pensate la follia progressista, volevano che fossi io a scegliere una volta raggiunta l’età della ragione. Ma le mie nonne no. Le mie nonne erano perseguitate da visioni atroci, robe da Hieronymus Bosch misto Gabriele Amorth, con me morto piccolo, senza battesimo, disperso nel limbo come una pratica INPS senza protocollo. Perché ai tempi senza battesimo eri praticamente firmware difettoso per l’aldilà. Un bambino non registrato al grande MMORPG del cattolicesimo. Ti mancava il requisito base per spawnare nella lobby celeste.
Io solo recentemente ho scoperto che praticamente pure nello Stato Pontificio hanno depenalizzato la faccenda del non battezzato, ma purtroppo all’epoca il danno era già stato fatto. Io ero già stato catturato, trasportato, vilipeso e colpito con acqua sul capo contro il mio consenso informato. E da lì partì tutta la grande operazione di contenimento del maligno attorno alla mia persona. Che detta così sembra pure una missione seria. Peccato che poi io crescendo ascoltassi Cradle of Filth e me ne andassi in giro per il comune con desinenza in -azzo o nei corridoi del Liceo Classico Quinto Orazio Flacco o sui treni regionali del demonio indossando magliette con vampire zozzissime vestite da monache tipo Magdalene Sisters ma con i crocifissi infilati creativamente non addosso ma dentro. E io sinceramente ancora oggi non so come abbia evitato altri sequestri cautelativi da parte delle nonne per aggiornamenti firmware della mia anima. Ma magari quella è roba da altri post.
Comunque il professore, sentita questa storia terrificante, mi guardò come uno che ha appena trovato il caso studio perfetto e mi spiegò che esisteva la possibilità di fare il rito contrario. Lo sbattezzo. E io tipo immediatamente: “Dove si firma?” Perché ovviamente volevo. Cioè scusate, uno cresce con tutta quella narrativa, coi parenti che ti inseguono per salvarti dal demonio, e poi scopri che esiste la contro-mossa amministrativa tipo DLC segreta? È chiaro che vuoi provarla.
E lui mi spiegò pure che poteva aiutarmi lui. Gratis. Tipo avvocato dei consumatori ma dell’anticlericalismo burocratico. E allora io iniziai pure a documentarmi sulla UAAR, che già solo il nome sembra una formula pronunciata da un negromante nordico con problemi di sinusite, e finii pure per iscrivermi. Nel frattempo lui preparava i documenti. E lì scoprii una cosa bellissima: che per sbattezzarti basta una raccomandata con ricevuta di ritorno. Busta semplice. Affrancatura normale. Destinatario: la curia vescovile competente del luogo dove eri stato battezzato, quindi la famosa città vicino ad -azzo che finisce in -etta, che già detta così sembra il posto dove o vieni santificato o ti servono il gelato Spagnola. Che poi la Spagnola da noi non è una pratica erotica, o meglio magari pure, ma soprattutto è il gelato variegato all’amarena. E sinceramente questa sovrapposizione semantica continua a sembrarmi una trappola lessicale del demonio.
Comunque io preparai tutto con enorme cura. E appena tornato dal periodo della cattività salentina — perché il professore insegnava nell’università che frequentavo laggiù, tra comuni in -ano che accostati già mi facevano temere rituali massonici o sagre della zanzara — appena rientrato nel comune in -azzo corsi all’ufficio postale come uno che deve spedire le coordinate di un colpo di stato. Mandai la raccomandata. Aspettai.
E lì cominciò il film mentale.
Io mi aspettavo roba gigantesca. Mi aspettavo una black ops dello Guardia Svizzera Pontificia. Mi aspettavo frati ninja che si calavano dal tetto. Mi aspettavo un commando di gesuiti col taser e l’acqua santa nebulizzata tipo waterboarding sacramentale. Mi aspettavo almeno una lettera minatoria con sigillo cardinalizio e minaccia di dannazione eterna in triplice copia.
Nulla.
Silenzio totale.
Niente.
Zero assoluto.
E allora interrogai il professore che sorrise serafico e mi disse che era normalissimo. Che avevo fatto tutto correttamente. Che potevo considerarmi ufficialmente sbattezzato.
E disse pure una frase che io ho capito solo anni dopo: “Conta quanto ci stai tu in una cosa. Non quanto ci tengono loro.”
Io quella frase la compresi davvero solo molto tempo dopo, quando stavo organizzando il primo matrimonio, quello esploso male tipo centrale nucleare sovietica con le bomboniere, e raccontai tutta la faccenda a un frate francescano giovane, comunista e pure parecchio simpatico del convento del paese in -azzo. Uno che la sera si fermava pure a parlare con noi di politica, calcio, povertà, operai, Palestina e probabilmente pure delle sigarette che fumavamo. E soprattutto uno che già conosceva “la cosa terribile che avevo fatto” — cit. testuale della mia ex futura suocera, pronunciata come se avessi dissotterrato Padre Pio per usarlo come ariete contro una processione.
Io gli raccontai tutto con aria quasi colpevole, aspettandomi la reprimenda medievale. E lui invece scoppiò a ridere e disse una cosa meravigliosa: “Quelle lettere le aprono e le cestinano. Mica puoi rinunciare così al peccato originale. Non è un contratto.”
E già lì io volevo alzarmi e applaudirlo per l’onestà intellettuale criminale.
Ma poi aggiunse pure: “Però se l’hai fatto seriamente, convinto di quello che facevi, allora è servito a te. Non a noi.”
E io gli chiesi: “Cioè?”
E lui, corretto come pochi credetemi, mi disse: “Lascia perdere matrimonio in chiesa, comunione, cresima, tutta quella roba lì. Tu non ci credi. Non fare teatro. Facciamo anche riti misti ormai: tu civilmente, lei davanti a Dio. E va bene uguale.”
Io quel giorno tornai a casa, controllai quando scadesse la tessera UAAR e impostai un promemoria sul telefono per rinnovarla.
Perché lì capii una cosa terrificante.
Che quella della UAAR è una battaglia disperata contro gente che sul concetto di permanenza simbolica ne sa una più del diavolo.
