Elenca tre libri che hanno lasciato il segno su di te. Perché?
Parlare di qualcosa che possa shoccarmi è parecchio complicato. E già qui, prima ancora di cominciare, io sono shoccato dal fatto di non essere mai completamente sicuro di come cazzo si scriva shoccare. Perché se scrivo scioccare pare che sto parlando di uno che diventa sciocco, e io non sono così sicuro che sciocco sia sinonimo di persona colpita da shock. Magari sì, magari in qualche storia etimologica perduta negli archivi muffiti delle parole, gli inglesi a un certo punto hanno deciso che la faccia di uno rapidamente sconvolto da un evento improvviso fosse la stessa faccia del cretino, e quindi hanno fatto una cosa molto inglese, cioè colonizzare pure l’espressione facciale dell’imbecillità. Però io questa cosa la devo distinguere, graficamente almeno, perché sciocco è sciocco e shoccato è shoccato, anche se poi la italianizzo un poco perché shockato con la k mi sembra una roba da profilo MySpace di una band emo di Molfetta nel 2006.
E comunque il concetto di sciocco, dalle mie parti, nel paese con desinenza in -azzo, ha una sua precisione antropologica devastante. Non si dice solo cretino. Si dice luce in bocca. Che pronunciato correttamente in dialetto fa più o meno Leusciammocch, con quello schwa finale che non è inclusività linguistica ma proprio residuo fonetico di una civiltà superiore e cattivissima. E luce in bocca non significa epifania, illuminazione, rivelazione, roba da San Paolo che cade da cavallo e capisce tutto. No. Significa faccia da lampadina svitata. Bocca aperta a O. Fauci moderate. Espressione da quadro elettrico di prova. Perché negli anni Sessanta e Settanta nel negozio di materiale elettrico del paese, l’unico, c’era questo pannello dove il negoziante provava le lampadine prima di vendertele, per evitare che tu tornassi dopo dieci minuti con la lampadina fulminata infilata nella scatola di quella buona dicendo “non funziona”, che è una delle forme più pure e primitive della truffa popolare italiana. E quello slot vuoto dove avvitavi la lampadina era esattamente la bocca dello sciocco. E infatti ancora oggi, se vuoi descrivere uno così senza parlare, fai l’occhiolino, fai spallucce, metti la bocca a O e fingi di avvitarci dentro una lampadina. E tutti capiscono. Questa è cultura. Non i festival letterari con gli sgabelli alti e l’acqua naturale sul tavolino.
Tutta questa digressione inutile, lunghissima e probabilmente penalmente perseguibile per abuso di pazienza serve solo a dire che io voglio mantenere distinta la parola sciocco da shoccato. Perché una cosa è essere cretini. Un’altra è essere travolti da una cosa che ti destabilizza. Poi certo, nella vita spesso le due condizioni coincidono e anzi si alimentano a vicenda, ma non facciamo sempre sociologia da ascensore guasto. Ecco, a parte questa mia propensione alla divagazione esplicativa, cioè questa malattia per cui io per dire “ho letto tre libri belli” devo prima passare dalla storia elettrica del mio paese e dalle bocche a portalampada dei rincoglioniti, devo ammettere che poche cose davvero mi shoccano. Men che meno la lettura. La lettura no. La lettura al massimo ti lavora dentro, ti sposta, ti fa incazzare, ti fa sentire inferiore, ti fa venire voglia di scrivere meglio o di smettere direttamente e aprire un negozio di ferramenta. Ma shoccare, proprio shoccare, è una parola grossa.
Però se proprio devo rispondere a questo prompt del cazzo — perché qui noi, per disciplina morale e fame creativa, non mandiamo indietro niente dal tavolo della cucina, né vino né pane né prompt scritti da qualche generatore automatico con la testa messa lì solo per dividere le orecchie — allora dico tre libri. Tre. Non perché gli altri non contino, ma perché a un certo punto bisogna pure fingere di avere una forma, una struttura, un minimo di rispetto per chi legge, anche se poi sappiamo tutti che è una bugia. E li dico precisando che lo shock di cui parliamo resta comunque lontanissimo dalle esperienze mistiche di Santa Teresa d’Avila, che a quanto pare aveva questa fantastica propensione ad attribuire a santi, preghiere e frecce divine effetti sull’organismo abbastanza simili a orgasmi elettrici, cosa che se la dicesse oggi una qualunque finirebbe in un podcast true crime spirituale o in una clinica privata svizzera.
Il primo è La strada di Cormac McCarthy, che per me resta la Bibbia del vero padre, e già questa frase basterebbe a far chiamare uno psicanalista bravo, ma andiamo avanti. La strada è quel libro che ti prende il mondo, lo brucia, lo riduce in cenere, ti leva nomi, coordinate, spiegazioni, geografia, politica, sociologia, cause, colpe, e ti lascia solo un padre, un figlio, la fame, il freddo, la paura e la domanda più atroce: cosa resta dell’amore quando non resta più niente? E McCarthy non ti dà un indirizzo, non ti dice dove siamo, non ti fa la mappa, non ti spiega il cataclisma, perché non gliene frega un cazzo e fa bene. Perché quando il mondo finisce, la toponomastica è arredamento. Tu leggi e ti sembra davvero di leggere un Vangelo, non perché dica verità buone, ma perché è scritto come se qualcuno lo avesse inciso su pietra con le dita sporche di cenere. Però calma con la santificazione, perché pure Cormac, nell’intimità domestica, sono certo facesse almeno una cosa schifosa, mediocre, umana, tipo grattarsi dove non si deve e poi annusare il dubbio. Quindi grande sì, santo no. I santi lasciamoli ai negozi di bomboniere.
Il secondo è Soffocare di Chuck Palahniuk. E qui bisogna essere chiari: se Palahniuk per voi è solo Fight Club, siete come quelli che pensano che Totò sia solo “a prescindere” e meritate una rieducazione forzata con letture pubbliche nei centri commerciali. Fight Club è enorme, certo, nessuno lo nega, ma io a Palahniuk sono arrivato da Soffocare e da lì mi sono innamorato della sua capacità di prendere lo schifo umano, metterlo in lavatrice con detersivo industriale e tirarlo fuori ancora più sporco ma perfettamente piegato. Soffocare è uno di quei libri che ti fa dire “ok, allora si può scrivere così, si può essere chirurgici, ripetitivi, ossessivi, comici, disgustosi e teneri nello stesso cazzo di paragrafo”. E da quel momento io decisi che avrei letto tutto di lui, come quando da Roma in giù, isole comprese, inseguivo i concerti dei Baustelle o degli Afterhours perché ci sono periodi della vita in cui sei cretino ma coerente. Poi certo, Palahniuk ha scritto pure cacate invereconde come Pigmeo, cose scialbe come Beautiful You, promesse mal gestite come Dannazione e Sventura, e roba che ti lascia lì a dire “Chuck, amore mio, che cazzo stiamo facendo?”. Però ha scritto anche Rabbia. E Rabbia funziona da paura. E non venitemi a dire “eh ma non è minimal”, ma chi se ne fotte del minimal, lo so pure io che non è minimal, ma come ti incolla alla pagina lui certi altri se lo sognano mentre si lucidano il Premio Strega immaginario nella cameretta.
Il terzo è La città dei vivi di Nicola Lagioia. E qui la cosa è ancora più interessante perché tecnicamente è un libro-inchiesta, quindi dovrebbe essere lento, documentale, pieno di cose che già sai, roba da “ok, grazie, l’ho letto sui giornali”. E invece no. Ti prende e ti trascina dentro quel fatto di Roma, dentro quella storia di due ragazzi confusi, devastati, impastati di droga, sesso, identità, vuoto, desiderio di superare un limite senza avere né il talento né il fegato né la competenza per capire cosa stessero davvero facendo. E finì malissimo, come deve finire malissimo quando due persone scambiano il male per esperienza e l’esperienza per profondità. Lagioia veniva già da La ferocia, che è un libro che vi spiega Bari meglio di quanto possa fare io, anche se io e lui diciamo spesso le stesse cose da punti d’osservazione completamente diversi, e questa cosa mi diverte e mi rassicura, perché è bello scoprire che dici le stesse cose di uno che ha vinto lo Strega ma le dici magari anni prima e sei pure ragionevolmente sicuro che non ti abbia copiato, perché per fortuna il mondo non gira tutto attorno al tuo ego, anche se il mio ci prova con entusiasmo.
E La città dei vivi ha dentro pure quel dettaglio enorme, disturbante, quasi ridicolo se non fosse tragico, di uno degli assassini che dopo il fatto si chiude in una stanza d’hotel ad Hannover, strafatto e ubriaco, e ascolta per trentasei ore Ciao amore ciao, ma nella versione di Dalida. Nudo. Con addosso un pellicciotto bomber da donna. E io questa immagine non riesco più a togliermela dalla testa, anche perché quel pellicciotto era in tutto e per tutto simile a quello che ho usato per un intero inverno per proteggermi dal freddo nello studio in ristrutturazione dentro il palazzo in ristrutturazione, che è una coincidenza così precisa e inutile da sembrare scritta da un Dio ubriaco con problemi di montaggio narrativo. Ed è lì che il libro ti shocca, non perché ti racconta l’orrore — l’orrore lo sapevi già — ma perché ti fa vedere quanto l’orrore possa essere patetico, ridicolo, umano, vestito male e con una canzone sbagliata in loop.
Questi sono i tre libri. La strada, Soffocare, La città dei vivi. E se non li avete letti, io non voglio nemmeno insultarvi troppo, perché oggi mi sento generoso. Mi limiterò a dire che potete considerarvi analfabeti. Non funzionali, proprio emotivi. Ma sono cazzi vostri.
