Ricordi il tuo libro preferito dell’infanzia?
Di sicuro il generatore di post del cazzo di WordPress oggi si è superato in originalità proponendomi una versione approfondita, riveduta e corretta di quello di ieri. E non è nemmeno la prima volta che capita. Perché io sono convinto che anche lui, come noi — e dico noi in plurale maiestatis, non voi che siete semplici spettatori paganti di questa deriva mentale quotidiana — si addestri alla scrittura imponendosi una quota giornaliera di prompt. Solo che certe volte non c’ha voglia. C’ha gli impicci suoi. C’ha i muratori in casa che gli guardano la moglie. C’ha il commercialista che gli telefona. C’ha il cane che vomita. C’ha il vicino che ascolta Bobby Solo o peggio ancora Little Tony pronunciato LITTLE e non all’inglese, proprio LITTLE, che è una cosa che riesce a essere contemporaneamente sbagliata, provincialissima e perfettamente italiana. E allora succede che o si dimentica completamente cosa ti ha chiesto il giorno prima oppure prende il prompt precedente e si mette a spaccare il pelo del buco del culo in quattro. Che per carità, ci sta pure. Anche perché quelli sono fastidiosissimi. Per ragioni igieniche, per ragioni olfattive e anche per ragioni gastronomiche, perché esiste una quantità inquietante di persone che sembra nutrire una sincera passione per i sapori forti e quindi tra il pecorino sardo, il casu marzu coi vermi, certi formaggi che sembrano autopsie mal riuscite e altre specialità che farebbero piangere un gastroenterologo, il pelo del culo rappresenta quasi una frontiera culinaria ancora poco esplorata. Comunque. Dopo avermi chiesto ieri i tre libri che mi hanno shoccato — non scioccato, shoccato, perché la lingua italiana va usata come una macchina rubata — oggi pretende che io recuperi il libro dell’infanzia che più mi ha colpito. Non il più importante. Non il più bello. Non quello che mi ha cambiato la vita. Quello che mi ha colpito. Che è diverso. Perché una mazzata in faccia ti colpisce. Un matrimonio ti cambia la vita. E spesso le due cose coincidono pure ma non è questo il momento di affrontare il tema.
Io un libro ce l’ho. Il Libro degli Errori di Gianni Rodari. E il motivo parte da lontano. Mio padre aveva e continua ad avere un rapporto quasi erotico con la casa editrice Einaudi. Ci sono uomini che sfogliano cataloghi di automobili. Uomini che guardano foto di attrici. Uomini che contemplano fucili da caccia incisi a mano come fossero opere d’arte rinascimentali. Mio padre guardava i cataloghi Einaudi. Per lui una nuova collana editoriale aveva la stessa carica erotica che per altri ha una segretaria in minigonna negli anni Ottanta. E quindi a casa arrivavano continuamente libri. C’era questa meravigliosa biblioteca per bambini in formato grande, con caratteri enormi, carta buona e illustrazioni fatte per convincere un bambino che leggere fosse una cosa normale e non una punizione inflitta da insegnanti sadici. Poi c’erano i tascabili per adolescenti, quelli che ti permettevano di andare in autobus leggendo roba tipo Un anno sull’altopiano o Il partigiano Johnny mentre i tuoi coetanei limonavano, fumavano di nascosto o facevano gli stronzi, che poi è l’attività preferita dell’adolescenza italiana da almeno due secoli. E bisogna dirlo: quelle edizioni erano bellissime. La carta. Le copertine. L’impaginazione. Tutto. C’era una cura quasi commovente. Però, ad essere sinceri, io preferivo il Corriere dei Piccoli. E soprattutto avevo scoperto un trucco. Siccome i miei lavoravano sempre e io passavo molto tempo con i nonni, avevo capito che bastava tenere aperto un libro per un numero sufficiente di minuti affinché gli adulti arrivassero tutti alla stessa conclusione: “Che bambino intelligente”. Era un sistema perfetto. Leggevo? A volte sì. Ma soprattutto mettevo in scena la lettura. Stavo divorando Dylan Dog? Sul comodino c’era un libro. Leggevo Mister No? Sul comodino c’era un libro. Guardavo il soffitto? Sul comodino c’era comunque un libro. Perché avevo compreso che la reputazione del giovane lettore era una valuta spendibilissima nel mercato affettivo dei parenti.
La verità è che dopo La mitologia greca per bambini e La mitologia nordica per bambini io avevo sviluppato aspettative irrealistiche nei confronti della letteratura infantile. Perché lì dentro c’era tutto. Sangue. Tradimenti. Guerre. Divinità psicopatiche. Incesti spiegati ai bambini. Parricidi spiegati ai bambini. Vendette spiegate ai bambini. E quindi io continuo a sostenere che il grimdark esistesse già migliaia di anni prima che qualcuno inventasse la parola grimdark. Basta aprire la Bibbia con un minimo di attenzione e scoprire che contiene materiale che farebbe sembrare Game of Thrones una serie pedagogica per la scuola dell’infanzia. Però Il Libro degli Errori mi piaceva davvero. Mi piaceva tantissimo. Perché era geniale. Ti insegnava la grammatica senza farti accorgere che stavi studiando. Era una specie di gigantesca prova INVALSI quarant’anni prima dell’invenzione delle prove INVALSI. Che poi sarò l’unico ma ogni volta che sento la parola INVALSI penso all’INPS e mi sembra sempre che qualcuno stia valutando la mia invalidità civile invece della mia preparazione grammaticale. Comunque quel libro lo lessi. Lo rilessi. Lo imparai quasi a memoria. E ogni tanto tornavo a sfogliarlo tra un fumetto e l’altro. O tra un fumetto e il Postalmarket. Che sì, attendevo con una dedizione che oggi sarebbe oggetto di analisi psicologica. Perché già a dieci anni nutrivo una sincera curiosità antropologica per le signorine in intimo e dedicavo lunghi studi comparati alle sezioni costumi da bagno del catalogo. Non giudicatemi. Erano anni più semplici. Non c’era internet. La ricerca scientifica richiedeva sacrificio.
Il problema arrivò un’estate. Mia madre prese quindici giorni di ferie consecutive. Quindici. Giorni. Interi. E siccome era una donna intelligente si accorse subito della truffa. Capì che io quel libro non lo stavo solo leggendo. Lo stavo usando come certificato morale. Come lasciapassare sociale. Come attestato di bambino bravo. E una mattina sparì. Evaporato. Al suo posto trovai Marcovaldo di Calvino. E mia madre pronunciò una frase che ancora oggi mi provoca un leggero malessere fisico quando la ricordo: “Lo conosco a memoria, poi mi dici che ne pensi”. E lì capii di essere fottuto. Perché non potevo fingere. Non potevo bluffare. Non potevo fare il brillante. Dovevo leggerlo davvero. E la vissi malissimo. Il primo giorno. Forse le prime dieci pagine. Poi successe una cosa strana. Cominciai a leggerlo sul serio. E mi piacque. Mi sentii più grande. Mi sentii più bravo non agli occhi dei nonni ma ai miei. E andò bene così. Però se proprio devo rispondere al prompt del cazzo di oggi la risposta resta quella. Non Calvino. Non Marcovaldo. Non i greci. Non i norreni. Non le guerre degli dèi. Non gli incesti pedagogici dell’antichità. Proprio Rodari. Proprio Il Libro degli Errori. Stop.
