Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Chi è stato il tuo insegnante più influente? Perché?

Il professore più influente non è stato uno. Sono stati tre. Tre momenti distinti, tre fasi vere, in cui qualcuno ha deciso — per ragioni che ancora oggi non mi sono del tutto chiare — che non ero tempo perso. Non è stata una formazione pulita, ordinata, progressiva. È stata fatta di attrito, di scontro, di momenti in cui la cosa più facile sarebbe stata lasciarmi andare. E invece no. Hanno insistito. E a forza di insistere, qualcosa è cambiato. Non subito, non bene, ma in modo definitivo.

La prima è stata al liceo. Lettere. E io odiavo tutto con metodo. Non è una parola messa lì: proprio con struttura. La letteratura mi sembrava un museo polveroso in cui ti obbligano a entrare e a dire che è bello. Gli autori mi stavano antipatici per principio. Il modo in cui venivano spiegati ancora di più. Quel leggere “bene”, con rispetto, con distanza, con devozione — lo trovavo vecchio, inutile, lontanissimo da qualsiasi cosa mi interessasse davvero. Quindi non studiavo. Non perché non fossi in grado. Perché non volevo. E la Masi questo lo aveva capito subito.

Lei non era una che ti bocciava perché non capivi. Era molto peggio: ti puniva perché capivi e non facevi. Due voti in meno. Sempre. Sistematici. Una precisione quasi chirurgica. Non abbastanza per farti saltare immediatamente, ma abbastanza per farti sentire che stavi sprecando qualcosa. E questa cosa mi faceva incazzare ancora di più, perché non potevo nemmeno contestarla: aveva ragione. Io rilanciavo con il disinteresse, lei rilanciava con la misura. Fino a quando la cosa non è esplosa nel modo più stupido possibile.

Interrogazione su Poliziano. Già il nome mi irritava. “Minore”, per definizione. E io decido di fare il coglione fino in fondo. Simonetta. Non la Simonetta storica. La Simona della quarta ginnasio. Quella che avevo conosciuto e con cui volevo uscire. Quella Simonetta lì. Detto con quella sicurezza tipica di chi non ha capito il contesto e non gli interessa capirlo.

Silenzio. Quello vero.

Poi il cancellino della lavagna in mezzo agli occhi. Non simbolico. Fisico. Diretto. Preciso.

Convocazione a scuola. Mia madre. E mia madre non fa sconti: “sei una testa di cazzo”. E aggiunge pure “e uno stronzo”, perché riuscire a farsi rimandare in italiano per capriccio non è nemmeno ribellione, è proprio una forma raffinata di stupidità.

Sembrava finita lì.

E invece no.

Perché la Masi non chiude. Non archivia. Rilancia. Mi mette davanti una cosa semplicissima e durissima: “non ti rimando se mi scrivi un saggio su questi”. E mi dà tre libri. Calvino. La trilogia.

Io accetto. Non per amore. Per orgoglio. Perché a quel punto era diventata una questione personale.

Leggo.

E succede qualcosa che non avevo previsto. Non mi innamoro della letteratura in generale — quella mi restava comunque distante — ma di come si scrive. Di come una storia si costruisce. Di come una frase può portarti da una parte all’altra senza chiederti il permesso. Di come le parole, messe in un certo modo, fanno esattamente quello che vogliono. È un meccanismo. È quasi una truffa ben fatta. E io lì dentro mi trovo perfettamente a mio agio.

Cambio approccio. Non divento improvvisamente disciplinato: divento interessato. Che è una cosa completamente diversa. Le dico: va bene, io studio. Ma facciamo un patto vero. Ogni mese leggo un libro in più. Scelto da me. E voglio essere valutato anche su quello. Perché il lavoro, se mi interessa, non mi ha mai fatto paura. Anzi.

Accetta.

E la cosa cresce. Penultimo anno: nove in pagella. Ultimo anno: nove. Ammissione agli esami. E poi maturità: dieci. Il voto più alto dell’istituto. Diciassette colonne sulla rivoluzione industriale e Barraclough. Una cosa che due anni prima avrei considerato una tortura medievale. Commissione che annuisce, plauso, tutta quella liturgia finale che a quel punto non è più il punto.

Il punto è che io passo da “non studio” a “scrivo”.

E quella cosa non se ne va più. Scrivere diventa una parte enorme della mia vita professionale. Non un accessorio. Non un passatempo. Una struttura portante. Io amo scrivere. Amo farlo davvero. È uno dei pochi ambiti in cui sento di sapere cosa sto facendo, mentre lo faccio.

E quindi sì, amo anche il ricordo di quel rapporto difficile, tossico, pieno di attrito con quella insegnante. Lo amo proprio perché è stato così. Perché ha funzionato così. E no, per una volta, la categoria “teacher” del porno non c’entra niente. Zero. Qui c’era solo conflitto vero che ha prodotto qualcosa di utile.

La Masi non l’ho più vista. Non so dove sia. Non so se ci sia ancora. Sono passati quasi trent’anni. Ma se scrivo, se mi piace scrivere, se lo considero una parte fondamentale di quello che faccio, è colpa sua. Prima di tutto il resto.

Poi arriva Bruno.

Francesco Bruno. Quello che molti ricordano per i plastici da Vespa. Ridotto a quello, come succede spesso. Per me è stato tutt’altro. È stato il Maestro. E non in senso retorico. In senso concreto. Operativo.

Criminologia, profiling, investigazione, intelligence. Roba che in Italia studi e poi spesso non pratichi davvero. Ma intanto ti entra dentro. Ti cambia il modo in cui guardi le persone, le storie, le versioni dei fatti. Ti dà strumenti che poi non riesci più a ignorare.

Con lui non c’erano lezioni nel senso classico. C’erano immersioni. Cene lunghe, conversazioni che si aprivano e non si chiudevano, dettagli, trucchi, malizie che non trovi nei manuali. Le cose che si dicono solo quando dall’altra parte c’è qualcuno che vuole davvero sapere.

E io volevo sapere.

E lui lo aveva capito.

E allora mi ci ha messo dentro davvero. Senza filtri.

Ore in camera settoria. Non è una metafora. Morti aperti. Guardati. Capiti. Fatti parlare quando non possono più dire niente. È un tipo di silenzio che ti resta addosso.

Giornate negli archivi. Scotland Yard. FBI. Fascicoli, storie vere, errori, versioni che non tornano. Tutto quello che non entra nei racconti ufficiali.

E poi la vicenda Pacciani. Quella cosa lì. Quell’ossessione. Il modo in cui me l’ha fatta vivere. Non da spettatore. Dentro. Passo dopo passo. Come se fossi lì ogni giorno. Tre anni così. Perché io volevo leggere. E lui aveva capito che avevo le spalle abbastanza forti per reggere quello che stavo leggendo.

Quello che penso oggi su quella storia — la struttura, la sicurezza, la convinzione — è anche merito suo. Di come mi ha insegnato a stare dentro le cose senza fermarmi alla superficie.

E poi quella frase che resta, semplice e devastante: i mostri non esistono. I mostri siamo noi.

Da lì non torni indietro.

Nei miei ricordi ha la barba lunga e il sovrappeso. Come se anche il corpo fosse una conseguenza di quello che hai visto e fatto. Non c’è più. E quindi resta solo un grazie che non basta, ma è l’unica cosa che non suona falsa.

Il terzo arriva dopo. In punta di piedi, ma con un effetto pirotecnico. Non era nemmeno il mio tutor ufficiale. Sociologia delle religioni. Stati alterati di coscienza. Io ero formalmente da un’altra parte. Poi diventa quello che mi insegna come si fa davvero ricerca sul campo. Non quella pulita. Quella sporca. Quella in cui entri e non sei più neutro.

Con lui si apre un altro mondo. Stati alterati. Porno come industria culturale. Sistemi simbolici. Tutto quello che normalmente si sfiora e invece lì si attraversa.

Esame. Estasi mistica. Una ragazza, serissima, dice che ha orgasmi toccandosi il retro delle orecchie.

Silenzio.

E lui che esplode: “Naaaaaaaaa!”

E in quel momento capisci che anche dentro l’accademia esiste ancora qualcosa di vivo. Di non filtrato. Di reale.

Da lì nasce un interesse che diventa quasi ossessione. Religioni, misticismi, modi in cui le persone spiegano il mondo quando il mondo non si lascia spiegare. Stati alterati di coscienza come chiave per capire cosa succede davvero dentro le persone.

E nasce anche un legame. Un fratello di ricerca. Che poi diventa molto di più. Insieme Verbicaro. I Battenti. Gente che si flagella. Ma sotto non c’è solo devozione. C’è struttura. C’è rabbia. C’è una radice profondamente comunista, più che dichiarata.

Ma questa è davvero un’altra storia.

E quindi sì, questo post è meno caustico del solito. Meno aggressivo. Meno sporco. Non perché non potrei fare diversamente. Ma perché qui non serve.

Non so come ringraziarli davvero, tutti e tre. Non c’è una formula giusta.

L’unica cosa che posso fare è continuare a essere quello che mi hanno insegnato a diventare. E non fermarmi. Non rallentare. Non accontentarmi.

Continuare.

E quindi grazie.

A tutti e tre. Sempre.

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4 risposte

  1. Avatar almerighi

    Il mio insegnante più influente è stato il maestro delle elementari che mi insegnò l’amore per i libri

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Siamo di quelle generazioni per cui il libro era Qualcosa.

      1. Avatar almerighi

        già …

  2. Avatar Marco

    La mia insegnante di lettere delle medie era molto preparata, ma era una stronza di prima categoria. Per lei non esisteva altro che la lettura: tutto il resto non valeva nulla. Le ho scritto un insulto sul diario e lei ovviamente lo ha beccato. Ho anche falsificato una firma di mio padre su una sua nota data per semplice ripicca. E sarei pronto a rifare queste stesse cose mille volte. Mi ha fatto odiare la lettura e di questo non la posso perdonare. Quando suo figlio fu bocciato al liceo godetti più di quando Mijatović segnò in fuorigioco contro la Rubentus alla finale di Champions’ del 1998 😂

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