Io sono abbastanza convinto che esista una scuola di magia che si chiama teologia.
Non lo dico per fare il brillante, lo dico proprio come quando guardo una cosa e penso: qui c’è qualcosa che non torna ma funziona lo stesso.
In quella scuola ci entrano chierici, maghi, stregoni, e poi quelli che diventano cardinali, che sono gli stessi ma con più soldi di famiglia e con un’idea più larga, tipo quelli che vogliono comandare tutto e quindi fare i papi.
Io me li immagino con corridoi lunghi, tavoli di legno, libri grossi, odore di cera, finestre alte.
Lì dentro insegnano delle magie.
Alcune le sappiamo perché le raccontano fuori, come gli spoiler dei film. Tipo benedire l’acqua e usarla per cancellare i peccati. Che poi, vista da fuori, è un gavettone in testa fatto con molta serietà.
Oppure l’olio che ti mettono addosso per trasformarti in qualcos’altro, cavaliere, unto, consacrato, cambia il nome ma il gesto resta quello.
Oppure le magie di fedeltà, quelle dove prometti e resti dentro. E non puoi divorziare nemmeno se quello o quella ti riempiono di corna. Puoi divorziare solo se non ci scopi per fare figli – però poi attenzione, lo diremo dopo, se fai figli pecchi, perchè devi poi portare i figli a lavare il peccato di concepirli con un gavettone in testa che se non lo fai addosso gli resta il peccato originale di essere nato dall’unica azione che permette al mondo di andare avanti in chiave umana cioè, appunto, chiavare.
Queste le raccontano perché devono sembrare umani, devono sembrare normali. Solo a me risulta tremendamente anormale. Nel senso proprio di ano?
Sì, c’è quella cosa enorme che chiamano peccato originale e che è l’inizio di tutte queste robe. La porta d’ingresso nel pacchetto esperienza.
Che detta così sembra un enigma antico, una roba metafisica.
Poi la guardi meglio e diventa una cosa molto semplice: tua madre e tuo padre hanno dovuto scopare. Non perché sono cattivi, ma perché così funziona il mondo. Se non lo fanno, il mondo si ferma. E quindi tu nasci già con questa cosa addosso, come una macchia. E per toglierla ti fanno il gavettone. E però ti spiegano anche che se non peccherai pure tu originalmente, il mondo si ferma. Così tu per non sentirti quel peso addosso chiavi e per non sentirti il peso addosso del peccato caricato in testa a tuo figlio lo porti a farsi fare il gavettone sacro e tutto ricomincia meglio.
In altre scuole di magia concorrenti non ti bagnano, ti tagliano un pezzo di corpo. Circonvenzione da una parte, circoncisione dall’altra. Cambia il metodo, l’idea è sempre quella: sistemare qualcosa che non hai deciso tu. In questo dobbiamo ammettere che l’esperienza alle nostre latitudini e longitudini religiose è meno traumatica.
Queste sono le cose che raccontano.
Quelle che stanno in vetrina.
Poi però io penso che ci sia il resto. Quello che non ti dicono.
E non parlo delle storie brutte tra preti e chierichetti. Quelle esistono, hanno nomi, processi, articoli, e una triste normalità che le rende ancora più pesanti. Ma alla fine non ci fai caso perchè stanno nella letteratura sociologica e scientifica delle dinamiche zozze tra professori e studenti di sessi vari e intercambiabili che si vedono anche nei porno scolastici, che pure hanno una loro bibliografia e una loro presenza sociale, come se bastasse metterle in scena per renderle meno storte.
Quelle cose lì esistono, stanno nel mondo, e non hanno bisogno di essere coperte da un manuale.
Io parlo proprio di un’altra cosa. Più fredda. Più tecnica.
Un manualetto.
Un manualetto piccolo, che ti danno quando entri davvero nel mestiere. E ti dicono: questo lo impari a memoria. Non lo fai vedere. Non lo porti in giro. Lo tieni a casa e la sera lo ripassi. Ogni sera. Pure per convincere la voce, perchè come vedremo, dovrai sostenere stronzate sesquipedali ed essere sicuro che il cliente non ti mandi a fare in culo. O comunque non dovrai dopo essere scortese e rimandarcelo tu, a fare in culo. Anzi, lo devi richiamare presto.
Perché alla fine è un call center.
Tu vendi un pacchetto enorme: vita, morte, senso, dolore, salvezza. E la gente viene a chiedere quando il funzionamento non torna.
Si siede davanti a te. Ti guarda.
E fa le domande.
E tu devi avere la risposta pronta.
Come quando chiami perché una cosa non funziona e ti chiedono: “Ha attuato la procedura S/A?”. Spegni e riaccendi. Oppure: “Ha inserito la spina?”. Che sembra una presa per il culo ma succede davvero che uno non la inserisce e poi si incazza. Anche perchè ci sono fior fior di elettrodomestici dotati di dicitura “Progettato per utilizzo anche da parte di utenti con scemata capacità intellettiva” e però a quelli spiegano come funziona ma mai, dico mai, scrivono di cominciare tutto inserendo la presa – ma di questo e di come ho scoperto questo bug in una fase delicata della mia vita parleremo un giorno.
Io me lo vedo quel manualetto. Pieno di domande difficili e risposte già pronte.
E tra tutte ce n’è una che pesa più delle altre.
“Sacerdote, Don, Padre o papà (accentato, difficilmente risponde il papa senza accento a queste domande. Papà oltretutto è narrativamente congruo con padre, crea un clima più confidenziale), perché i bambini muoiono?”
Questa domanda arriva sempre dopo che hai venduto tutto il resto.
Hai detto che Dio protegge, che c’è una mano che si mette tra la testa e il muro massimamente spigoloso, una mano che si mette tra il culo e un cazzinculogravissimo massimamente dotato senza nemmeno palparti, giusto per evitarti il disastro.
Hai detto che la vita è un dono, una cosa sacra, che non si spreca, che non si interrompe, nemmeno quando uno soffre da cani, nemmeno quando uno pensa al suicidio o a un fine vita pietoso perchè sta soffrendo nel corpo e nello spirito e nella dignità e sarebbe allora il caso davvero di essere aiutato a finire presto quella sofferenza. E invece no, perché i doni non si buttano!
Poi però succede una cosa.
Un incidente. Una malattia. Una malasanità. Una roba che non dipende dal bambino. Una roba che, se davvero hai creato un universo infinito, forse potresti pure sistemare senza troppo sforzo. Una roba che capita spessissimo, anche a camionette contemporaneamente, tipo Gaza. E pure con atroci sofferenze prima e dopo.
E invece il bambino muore.
E il padre viene lì.
E tu hai il manualetto.
E dici: “Dio vuole accanto a sé i fiori più belli.”
Oppure: “Dio ha voluto risparmiargli sofferenze peggiori.”
E questa è la risposta.
Sempre questa. Sempre. D
eve pure suonarti consolatoria se hai comprato il pacchetto.
E qui a me viene da pensare che è davvero da stronzi malsani malamente incongruenti dire che la vita è un dono sacro da non sprecare mai, nemmeno quando stai soffrendo come un cane, però poi va benissimo che Dio — o Cristo o chi per lui — faccia morire i bambini per risparmiargli sofferenze peggiori e se li metta lì accanto, solitamente a destra, come fiorellini. Cioè, se le cose girano così, se la vita è un dono sacro e però è anche una sequela di sofferenze insostenibili mi hai fatto un regalo di merda. E sei anche incostituzionale perchè alcuni se lo devono patire fino all’ultimo giorno e devono anche essere felici del calvario, altri invece, no a questo raccomandato glielo risparmiamo e poi cerchiamo di convincere il padre che a caval donato non si guarda in bocca. E il dono ovviamente era la nascita del figlio in una esperienza di vita di merda e poi la sua morte a risolvere prima il fatto – che sai quanto ti abbiamo fatto risparmiare?!
La logica fa un giro strano, si piega, si chiude su se stessa, e resta lì. E voi sapete come chiamo queste cose che fanno giri, si piegano, si richiudono, vero?
Cazzo a manico d’ombrello.
Il tuo.
Per Cazzinculogravissimi.
Io quando penso a questa scena mi vedo già. Io sono uno che si incazza quando mi chiamano per cambiare gestore. Rispondo male, chiudo, mando a fanculo. Qui invece ce l’hai davanti. In carne e ossa. E ti recita la risposta a memoria.
Io non entrerei nemmeno nel giro. Perché se entro finisce male. Finisce che qualcuno perde il controllo. Io. E io non ho voglia di finire in galera per una frase imparata da un altro sul manuale.
E questa è solo una delle domande.
Ce ne sono tante.
Una dietro l’altra.
Tutte con la loro risposta pronta, liscia, perfetta.
Io potrei anche dirvene una al giorno. Così dura di più. Così diventa una cosa che torna. Eh che format?!
Però una cosa ve la devo dire subito.
Il titolo del manualetto.
Perché il titolo è normale, aziendale:
FAQ per le incoerenze narrative tra esperienze del cliente e mission aziendale.
Letto così non fa effetto.
Ma se ti fermi su quella parola. FAQ.
Se la leggi come si deve. Con la Q dura.
A me viene fuori solo una cosa.
FUCK.
E io resto lì, a pensare che forse sono l’unico che sta ancora leggendo mentre gli altri stanno già rispondendo.
