Questo pezzo non è mio. O meglio lo è e non lo è. Perché ci sono cose che io non riesco a tenere dritte. Mi scappano, le sporco, le faccio diventare altro. E allora questo lo affido alla voce di una cara amica. Cronaca. Quella vera. Del quotidiano più grosso della città. Una che sa stare dove succedono le cose senza doverle spiegare troppo. Ci sono pezzi che può scrivere solo lei. Questo è uno di quelli. Io mi tolgo. Più o meno.
Nel cantiere si lavora. Si lavora davvero. Polvere, ferro, voci brevi. Ordini dati senza teatro. Il titolare è uno di quelli che non si costruiscono più. Vecchio. Dritto per abitudine più che per schiena. Non si muove mai da solo. C’è sempre il nipote, mezzo passo avanti, come chi ha capito che anticipare è meglio che spiegare.
All’ingresso i cartelli non stanno lì per figura. Ce ne sono più del necessario. Casco. Scarpe. Divieti vari. E poi i cani. Non uno, tre. Non sintetici. Spiegati. “Sembrano buoni, non lo sono.” “Sembrano scemi, non lo sono.” “Non sono addestrati, sono selvaggi.” E soprattutto: avvisare. Dare voce. Sempre. È scritto in modo così chiaro che sembra una presa di posizione, più che un avviso.
Per mesi fila tutto liscio. Davvero liscio. Chi entra chiama. Una parola basta. I cani sentono, valutano, lasciano passare. Funziona. Come funzionano le cose semplici quando qualcuno le prende sul serio.
Poi arriva il controllo. Un delegato della sicurezza. Uno che di mestiere controlla la sicurezza degli altri. Entra come entrano quelli che hanno fretta di dimostrare che non ne hanno. Non chiama. Non avvisa. Passa tra i cartelli che dovrebbe leggere come se fossero scenografia. Decide che no, qui si entra a sorpresa. Per vedere davvero. Per smascherare. È un’idea che gli piace.
A guardarli da lontano i cani ingannano. Pelo troppo soffice. Taglia sbagliata. Un incrocio che li fa sembrare altro. Volpini, diresti. Volpini con un carattere un po’ storto, al massimo. Non vedi quello che conta. Non subito. Sotto quel pelo da volpini però sono meticci di pitbull. E quella è la parte che non si spiega, si scopre.
Il maschio si muove per primo. Fa il maschio. Avanza, abbaia, misura. Tiene distanza e rumore. Occupa spazio. È quasi corretto. Quasi. La femmina no. La femmina non annuncia. Arriva da dietro. Bassa. Precisa. Punta le gambe. Non spiega. Fa.
L’uomo capisce tardi. Il tempo di girarsi e non è più in piedi. Va giù male. Disordinato. Il maschio arriva addosso al pantalone e tira, come se quello fosse il problema. La femmina sale di un livello. Appoggia i denti in testa. Non affonda. Non serve. Sta lì. Decide lei quanto basta.
Il cantiere si ferma in un punto solo. Quello delle urla. Il vecchio le sente. Non corre. Arriva. Il nipote invece sì. È già lì prima che serva. Una voce secca. Una parola che non è scritta su nessun cartello ma vale più dei tre messi insieme. I cani mollano. Si staccano come se niente fosse.
A terra resta l’uomo. Pallido. Di quel bianco che non è colore ma assenza. Fa suoni che non sono parole. I pantaloni lo tradiscono. Non è una scelta. Succede.
Gli chiedono chi è. Che ci fa. Risponde come può. Controllo sicurezza. Lo dice piano, come se la frase avesse perso valore mentre la pronunciava. Il vecchio lo guarda senza fretta. Poi gli chiede se è contento. Se si sente credibile. Non alza la voce. Non serve. Tra tutti i cartelli, dice, ce n’era uno. Il più importante. Non ci si è attenuto. È una constatazione. Non una lezione.
Quello prova a spiegare. Effetto sorpresa. Metodo. Un modo per vedere come stanno davvero le cose. Pensava fosse un trucco. Un escamotage. Una messinscena da smontare. Lo dice mentre ancora non si è rimesso in piedi del tutto.
Il vecchio annuisce piano. Come si annuisce quando si chiude una questione, non quando si apre. Gli dice di entrare. Di fare pure l’ispezione. Di guardare tutto. Ma i pantaloni no. Quelli non li paga. L’ispezione si fa così. Anche questo è scritto, solo che non è su un cartello.
L’uomo non entra. Non quella volta. Va via. Senza vendetta. Senza ritorni. Il cantiere resta com’era. In ordine. Le cose al loro posto. Anche i cartelli. Anche i cani. Anche la regola più semplice, che continua a funzionare finché qualcuno la prende sul serio.
Carla Ferranti (1978) è giornalista freelance con un’impostazione da assalto frontale: nome, tono e metodo coincidono. Scrive come vive le cose che contano, senza ammorbidire nulla. Ha pubblicato Bari non è una metafora (e altre cose che non si possono dire) e Apocalisse condominiale. Cronache inutili di una fine annunciata, entrambi per Edizioni Sottopiano, micro-casa editrice indipendente con sede dichiarata in un seminterrato abitato da tre soci e un gatto diffidente.
All’apparenza aggressiva e intransigente, è in realtà una donna di principi larghi, sposata con un ex atleta dilettante, madre di due figli e proprietaria di un jack russell ipereccitato e assicurato per danni a terzi. Coltiva hobby rumorosi e sociali: lunghe discussioni da bar, fit-boxe in solitaria come forma di controllo della rabbia, recensione di sigarette elettroniche. Beve cocktail secchi, secchissimi, senza guarnizioni inutili. Quando qualcosa la colpisce davvero, si concede articoli brevi sui microdrammi quotidiani. Scrive al vetriolo perché considera la tenerezza una forma di disattenzione. Nessuna indulgenza per se stessa nè per gli altri. Forse per il suo cane.
