Alla pensilina dell’autobus, su via Capruzzi, a Bari, una coppia sta litigando come se avesse appuntamento con la fine del mondo ma avesse sbagliato orario. E un autobus è in ritardo. Non urlano subito. All’inizio no. C’è quella fase civile, educata, in cui le persone si odiano usando le subordinate. Lui parla a denti stretti, lei annuisce troppo, come chi sta prendendo tempo per scegliere l’arma.
I passanti rallentano. Qualcuno si ferma proprio. Non per aiutare: per capire. Va sempre così. La gente non soccorre, assiste. Un pubblico con le buste della spesa.
Ogni tanto sembrano d’accordo. Si dicono cose tipo: “Non qui”, “Abbassiamo la voce”, “Dopo”. Poi uno dei due riparte. A intermittenza. Come una sirena difettosa. La fermata è il posto perfetto: non possono andarsene, l’autobus deve arrivare. Sono in ostaggio del servizio pubblico.
A un certo punto arrivano due signore anziane. Borsetta rigida, scarpa comoda, sopracciglio allenato al giudizio. Si piazzano poco distanti e cominciano a commentare a voce abbastanza alta da non sembrare pettegole, ma neanche discrete. Un tono da noi non stiamo parlando di voi, ma se vi riconoscete è un problema vostro.
La donna della coppia scatta. Non contro l’uomo: contro l’interpretazione. Dice che le cose non stanno così. Al marito che le ricorda che s’era firmata una tregua, spiega che per lei è importante chiarire. Che lei non può permettere che delle estranee se ne vadano con un’idea sbagliata di lei. L’uomo la guarda come si guarda qualcuno che sta scavando con un cucchiaino mentre a due passi la casa brucia.
Lui dice che se ne deve parlare a casa. Con calma. Lei dice a voce troppo alta che a casa se ne parla sempre male. Che lì, adesso, almeno ci sono testimoni. Le anziane annuiscono piano, soddisfatte. Il pubblico si sta allargando.
Poi la donna fa l’ultima precisazione. Quella inutile. Quella che non serve a niente se non a dimostrare che si può sempre peggiorare. Quella che qui non serve riportare, ma fidatevi: un dettaglio minuscolo, contabile, ridicolo. Una di quelle frasi che, mentre la dici, senti semplicemente che l’universo continua a girare.
L’uomo non risponde. Guarda il pilastro di metallo della pensilina. Fa due passi. Gli dà una testata secca, violenta, piena. Un rumore sordo. Quello di una pentola, una pentola che cade. Poi cade lui.
C’è un attimo di silenzio puro. Di quelli che non capitano mai. Poi qualcuno grida. Qualcuno si china. Qualcuno dice “respira”. L’autobus, proprio allora, arriva, come se fosse stato chiamato. La donna sale. Si volta un secondo. Dice così: Un trimone lo è sempre stato. Se è forte, supera la notte…»
Le porte si chiudono. Il mezzo riparte.
Alla pensilina restano il pilastro, l’uomo a terra e due anziane molto deluse: il finale è stato troppo rapido per commentarlo bene. Dopo una manciata di minuti arriva il 118. L’ambulanza fa quello che deve fare, poi sfila via. Le due signore restano ancora un attimo. Guardano la strada vuota. Poi una dice all’altra che la signora aveva delle brutte scarpe, ma la borsa…
Carla Ferranti (1978) è giornalista freelance con un’impostazione da assalto frontale: nome, tono e metodo coincidono. Scrive come vive le cose che contano, senza ammorbidire nulla. Ha pubblicato Bari non è una metafora (e altre cose che non si possono dire) e Apocalisse condominiale. Cronache inutili di una fine annunciata, entrambi per Edizioni Sottopiano, micro-casa editrice indipendente con sede dichiarata in un seminterrato abitato da tre soci e un gatto diffidente.
All’apparenza aggressiva e intransigente, è in realtà una donna di principi larghi, sposata con un ex atleta dilettante, madre di due figli e proprietaria di un jack russell ipereccitato e assicurato per danni a terzi. Coltiva hobby rumorosi e sociali: lunghe discussioni da bar, fit-boxe in solitaria come forma di controllo della rabbia, recensione di sigarette elettroniche. Beve cocktail secchi, secchissimi, senza guarnizioni inutili. Quando qualcosa la colpisce davvero, si concede articoli brevi sui microdrammi quotidiani. Scrive al vetriolo perché considera la tenerezza una forma di disattenzione. Nessuna indulgenza per se stessa nè per gli altri. Forse per il suo cane.
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E, sì, pensaci bene: il destino non deraglia per venirti a cercare (cit.)!
