Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Elenca le persone che ammiri e a cui ti rivolgi per un consiglio…

Io ho imparato che, purtroppo — ma proprio purtroppo, con quella punta di amarezza che ti resta in gola come il retrogusto di un uovo marcio lasciato troppo tempo nel bidone dell’umido — è meglio non tendere mai la mano a qualcuno per chiedere consigli. E no, non è complottismo da cerebrolesi col cappello di stagnola, non è che lì fuori — pure i tuoi parenti più prossimi, pure i tuoi genitori — covino un oscuro fetish di fare cose indicibili col più comunista dei tuoi buchi, quello che fa rima baciata con mezza provincia del leccese in -ano. E già qui, se volessimo, potremmo aprire una parentesi enorme sulla rima baciata che richiama il famoso “bacio nero” nei riti di iniziazione al maligno — cioè tu immaginati andare a baciare il culo a una capra, Biondoddio, che puzza, che è zozza, e tu lì devoto a fare certe cose… certe volte davvero ogni forma di religione e feticismo andrebbe presa e buttata direttamente nel cassonetto dell’indifferenziata.

No, il punto non è che vogliono farti del male. È che, pur volendoti bene, sbagliano. E sbagliano perché ragionano con una mappa del mondo che non è più quella in cui ti muovi tu. Io ho smesso di chiedere consigli dopo un quindicennio buono di ascolto disciplinato verso persone per bene, gente saggia, gente che mi voleva davvero bene. Il problema è che quei consigli erano saldamente ancorati a un’idea novecentesca del mondo: posto fisso, meritocrazia, lavori seri… roba che oggi suona come una leggenda metropolitana, tipo l’autostop sicuro o il vicino che ti restituisce il trapano.

E io, che appartengo a quella maledetta generazione di mezzo — quella su cui caso, congiunture, evoluzioni storiche e sociali hanno fatto esperimenti tipo laboratorio sui topi — mi sono fidato. Sempre in assoluta buona fede. E ogni volta ho perso treni. Treni veri, non metaforici.

Tipo quando, per ascoltare un tizio serissimo e qualificato quale mio padre — con però quel bug feroce del comunismo che gli girava nel sistema operativo — rifiutai una chiamata interna, non una raccomandazione, una chiamata interna, per un ruolo di alto profilo come consulente nel Corpo Forestale dello Stato. Perché un Ministro — uno vero, serio, competente, tecnico, non un pupazzo — mi voleva lì, convinto che quella fosse una nuova trincea contro le mafie in agricoltura. Uno che, per capirci, al Lollo l’avrebbe tenuto come valletto per intrattenere bambini e commensali ai pranzi di gala del ministero — sì, io ho queste immagini mentali meravigliose di Lollo che serve tartine con il sorriso di plastica mentre gli altri fanno finta di essere seri. E già che ci siamo: i pranzi al Quirinale di Napolitano… io me li sognavo. E per capire il rispetto che porto alla persona, sappiate che in casa mia girava una ricetta presa dal ricettario della signora Napolitano, roba blindata a livello di apparato di Stato, mica le vostre lasagne improvvisate.

Mio padre: “ma che sei coglione? Con la divisa addosso?!” E io, invece di rispondere con un minimo di lucidità — tipo “sì, con la divisa, perché ci ho studiato con gente in divisa, mi ha formato gente in divisa” — cosa faccio? Dico no. Così. Sereno. Elegante. Coglionissimo.

E proprio da quel mondo lì — gente in divisa, formazione seria, prospettive che sembravano dritte come una strada statale — esce pure una di quelle storie laterali che ti fanno capire quanto il terreno sotto i piedi fosse già diventato sabbia mobile senza che ce ne accorgessimo: una collega psicologa, stesso giro, stesso corso, stessa aria di futuro istituzionale… senza riforma si ritrova con un titolo non spendibile. Fine. Game over. E che fa? Con la liquidazione del padre si reinventa gelataia a Fortaleza. Ora, massimo rispetto — davvero — ma capite che mentre tu stai lì a scegliere se mettere o no una divisa dello Stato, intorno a te c’è gente che da un percorso “serio” finisce a vendere gelati in Brasile. E allora, inevitabilmente, la mente parte per la tangente. Tipo me, che avevo pure un piano alternativo: Santo Domingo, vita lussuosissima come negriero dei ristoranti italiani, io a comandare cucine di spaghetti scotti e carbonare fatte con la panna, a contare soldi e a vivere come un pascià del kitsch gastronomico. Un sogno? Sì. Una deriva? Pure. Ma almeno era una deriva mia.

Insomma, quel Ministro mi voleva lì. Io no. O meglio: io sì, ma ho detto no. Che è pure peggio.

E oggi? Oggi, con vent’anni passati, togliamo pure il forse: sarei almeno Tenente. Anzi, con qualche bacio nero ben assestato nei punti giusti — e sappiamo tutti cosa significa — magari pure Colonnello. E magari marciavo sulla Capitale alla testa di drappelli della Forestale, come in una sera dell’Immacolata di tanti anni fa. E invece no. Io qui.

E non è finita. Perché poi c’è tutta la favola della meritocrazia nei concorsi pubblici — specie quando il pubblico è in mano alla sinistra seria, quella vendoliana, quella bella che ti racconta che “qui contano i meriti”. Tipo il Bando Future in Research 2013 Regione Puglia. E lì capisci che il problema non è solo il consiglio: è che il consiglio si basa su un sistema che non esiste più.

E quindi impari. Impari che chi fa da sé fa per tre. Anche perché non vale solo nel lavoro.

Prendiamo il “momento difficile”, così lo chiamiamo con un’eleganza che non gli spetta: il fallimento del matrimonio numero uno, e subito dopo quella simpatica fase in cui ogni tre per due mi scappava da cacare. Letteralmente. Corpo che parla, intestino che fa il megafono, vita che si sbriciola e tu che fai avanti e indietro dal bagno come un criceto esistenziale. In quel momento lì, mia madre — che è mia madre, quindi amore puro — mi dice: “fai quello che ti senti, la felicità è la tua, la scelta è tua, noi ti sosterremo”. Bellissimo. Poetico. Poi la beccavo a piangere in cucina per i casini. E allora capisci che pure l’amore più sincero non è detto che sia utile.

E quindi no. Faccio io, grazie.

Non sputo sull’educazione, sui valori, sulle polari — quelle restano. Ma le traiettorie me le scelgo io. Perché la testa che si spacca contro il muro è la mia. E riportare a casa i cocci di una cosa rotta, credetemi, non è mai un’esperienza così edificante.

E infatti, quando ho scritto il libro sulla camorra barese — quello che poi è diventato pure un best seller — ho deciso io. Mio padre, sapendo cosa stavo facendo, buttava lì alternative a caso, MOOOOOLTO casualmente, tra un pranzo e un caffè. Ma alla fine ho scelto io. E ho scelto giusto. Casa editrice giusta, percorso giusto, risultato giusto.

E oggi mi porto addosso questi titoli: “Storico e Biografo della Camorra Barese”, oltre che tipo criminologo e sociologo del crimine e della devianza.

Quindi sì, i consigli sono belli. Soprattutto quelli dei parenti. Ma ricordatevi una cosa, e qui chiudo come ho aperto, aderente e preciso: il sangue si mastica ma non si deve sputare mai. Però, su certe cose, i parenti — pur volendoti bene — sono come gli stivali. Più sono stretti, più ti fanno male. Anche senza volerlo. Che lo stivale, un libero arbitrio, non ce l’ha.

,
5

5 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    – “Posso darti un consiglio?”
    – “Certo che puoi e te ne sono grato. Ma non aspettarti che lo segua”.
    😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Eh, più o meno!

  2. […] Accettare conigli e spacciatori di conigli – sì ho scritto conigli […]

  3. Avatar Papillon, fuga dall'isola del diavolo

    Io dico che quando sbaglio da solo mi girano meno che quando sbaglio per consigli di altri, magari non richiesti. Ascoltarli, sempre, ma elaborarli criticamente. Il fatto che a volte i consigli di persone vicine ti condizionano e ti influenzano a prescindere.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Il mio vecchio adagio: non dare una Artemide in mano a un facchino. Se la spacca non te la potrà mai ripagare. Spaccatela tu, se proprio, almeno avrai fatto jun “bel gesto” e potrai sempre avere una testa da spaccare: la tua.

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere