Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Sono giorni che vi prometto di scrivervi un pezzo su una faccenda mirabolante capitata a me medesimo ai tempi dell Asilo prima ancora che si chiamasse scuola materna. Sì lo stesso posto dove feci Erode alla recita di Natale.
Potrete anche non crederci, tecnicamente importa poco.
Io vi posso assicurare che è vero.
Così vero che ho chiesto all’amica di una vita e collega sul giornale Carla Ferranti di scrivere lei, il pezzo, come se fosse successo tipo ai tempi nostri.
All’epoca, lo si scoprì instant a causa dell’intemperanza tutta pudica e italiana di allora di una moglie che scoppiò a piangere urlando “Non l’hai tolta, la cassetta!” – tipo cuore rivelatore di Poe – All’epoca dicevo fu colpa di un VHS lasciato improvvisamente dopo l’uso creativo di coppia nel videoregistratore.
Oggi, immagino come Carla, tutto sarebbe drammaticamente più semplice.

Bari, provincia, non diremo dove. In un asilo — di quelli con le pareti color pesca e le finestre che danno su un cortile con tre tricicli e un gelsomino un poco spelacchiato — una maestra decide che è arrivato il momento della discrezione assoluta.

Convoca un’assemblea riservatissima. Aperta solo ai genitori.
Raccomanda a tutti, ma proprio a tutti, di non fare parola con nessuno del fatto che si sta convocando un’assemblea. Specifica che si terrà in presidenza, ma che sarà opportuno entrare alla spicciolata, dalla porta sul retro, quella dell’uscita di emergenza. Meglio non dare nell’occhio.

Non c’è pericolo di vita.
Non c’è pericolo di contagio.
Non c’è pericolo di sequestro.
Non c’è pericolo di abusi.

Però, ecco.

Sulle chat dei genitori si diffonde un silenzio molto rumoroso. È quel silenzio che contiene già tutte le ipotesi, comprese quelle con le sirene in sottofondo. Qualcuno scrive: “Ragazzi ma che succede?”. Qualcun altro risponde con un audio di quaranta secondi in cui non dice niente ma respira molto.

La frase che comincia a rimbalzare sotto i sottotetti è:
“Sono i bambini. I bambini sono il pericolo.”

La riunione comincia con un’aria da trattativa internazionale. Le sedie di plastica sembrano improvvisamente sedie pieghevoli da interrogatorio. Le maestre sono in visibile imbarazzo: sorrisi stirati, mani intrecciate, lo sguardo di chi sta per raccontare qualcosa che non avrebbe mai pensato di dover raccontare in carriera. La discussione parte tra mille ottativi e troppo rossore sulle guance. Occhi bassi.

Tutto, spiegano, nasce da una casualità.
Una di quelle casualità che solo l’ingenuità dell’infanzia può produrre con la naturalezza di chi chiede un biscotto.

Negli ultimi giorni i bambini hanno cominciato a fare domande strane.
la parola strane viene ripetuta.
Non le solite. Non “perché il cielo è blu”.
Domande tecniche. Strutturate. Con subordinate.

Non si parla più di cicogne stanche, né di cavolfiori solidali, né di baci con i glitter che esplodono come coriandoli educativi. Niente abbracci miracolosi tra mamma e papà. Soprattutto, niente fratellini o sorelline in sottotesto.

Qui si entra nel meccanismo concreto. Nel come. Nel dettaglio operativo. E mai nel fine ultimo: quello è volutamente ghostato.

Le maestre, all’inizio, liquidano con sorrisi troppo sgargianti. Quel tipo di sorriso che comunica serenità ma contiene già un principio di vertigine. Proprio perché l’assenza del fine ultimo suggerisce scenari più scivolosi.

Le domande continuano per qualche giorno.
Poi si assopiscono.
Ed è lì che la faccenda paradossalmente ma prevedibilmente peggiora.

Un gruppo ristretto di bambini — affiatati, organizzati, con quella coesione tipica dei movimenti culturali nascosti o di chi passa troppo spesso giornate intere assieme — comincia a mettere in scena giochi nuovi.
Giochi ginnici. Giochi mimati. Inquietanti passi a due su digressioni non immaginate per un pubblico sotto l’età del consenso.
Mimati molto bene. Troppo.
Con una precisione che non lascia spazio all’astrazione simbolica.

Le sonorizzazioni sono accurate.
Le tempistiche, sorprendenti.
La coordinazione, invidiabile.
La fantasia lascia impallidire gli adulti.

Una bambina, colta in flagranza da una maestra ormai pallida come una parete appena tinteggiata, dimostra di conoscere perfettamente la definizione triviale — triviale, non da vocabolario — del gesto che sta mimando con un compagno altrettanto concentrato.

Non c’è malizia. C’è competenza.

Ed è questo che paralizza.

Le maestre spiegano cercando di minimizzare il brasino crescente che sono incidenti che possono capitare quando i dispositivi elettronici vengono gestiti in modo democratico in famiglia, ma con scarsa vigilanza e una fiducia eccessiva nella cronologia che nessuno controlla mai davvero. Perchè, si sa, i bambini sono così ingenui da confessare sempre, anche con orgoglio. O da regalare delazioni senza chiedere nulla in cambio.

Qualcosa, da qualche parte, è passato.
La bambina del termine tecnico, sì, proprio lei.
Un video sul tablet di mamma.
Una specie di YouTube con meno filtri e più entusiasmo.
E tanti altri video, dopo. Come i Me contro Te, ma con tanti personaggi diversi.

Le maestre lo ripetono: è il caso Diu spiegare tutto e per bene, arrivando fino alla sorgente del problema, perchè si deve evitare il peggio nella dinamica domestica di ciascuno dei bambini. Non si intende crocifiggere nessuno. Non sarà il caso di torchiare i bambini per scoprire quali competenze ciascuno abbia acquisito e da chi. Non si vuole trasformare l’incidente in un caso nazionale.

Si pensa a una psicologa dell’infanzia.
A un percorso condiviso.
A una gestione naturale.

Naturale è una parola che in quella stanza pesa come un mobile antico.

Perché nel frattempo il gioco si è diffuso, come era chiaro sarebbe successo a chiunque abbia dimestichezza col gioco tra pari dei bambini.
Il gioco ha quella forza epidemica che hanno tutte le cose che gli adulti non sanno dove mettere con le mani.

I bambini hanno percepito la soglia.
Quel micro-scarto nella prossemica dell’adulto quando una domanda supera il perimetro del consentito.
Ed è lì che il gioco si è rafforzato.

Vero: forse si sarebbe dovuti intervenire prima. In modo chirurgico.
Ma la settimana scorsa, subito dopo il circle time d’ingresso — mentre ancora si parlava di stagioni e foglie — la classe si è prodotta in una pugna adamitica da tutti contro tutti.

Non una rissa.
Una performance collettiva.

Un momento di tale coesione espressiva che, per un attimo, le maestre hanno pensato di aver accidentalmente fondato un’avanguardia teatrale.

Poi no.

Poi si sono rese conto che era semplicemente martedì.
E quello era un baccanale fin troppo competente.

In presidenza, qualcuno tossisce. Un padre guarda il soffitto come se potesse offrire spiegazioni. Una madre prende appunti che non rileggerà mai. Tutti annuiscono con quella gravità composta che si usa quando si parla di “percorsi educativi” e “alleanza scuola-famiglia”.

Fuori, nel cortile, un triciclo cade da solo. Nessuno lo tocca.

La riunione si scioglie come si sciolgono le riunioni che non hanno una soluzione ma solo una frase finale:
“Dobbiamo lavorarci insieme. Passerà”

I genitori escono dalla porta sul retro, alla spicciolata, come richiesto.
Si salutano con discrezione cospirativa.

Nelle chat, per qualche minuto, silenzio.

Poi qualcuno scrive:
“Comunque mio figlio ieri ha chiesto cos’è un ********.”

Carla Ferranti (1978) è giornalista freelance con un’impostazione da assalto frontale: nome, tono e metodo coincidono. Scrive come vive le cose che contano, senza ammorbidire nulla. Ha pubblicato Bari non è una metafora (e altre cose che non si possono dire) e Apocalisse condominiale. Cronache inutili di una fine annunciata, entrambi per Edizioni Sottopiano, micro-casa editrice indipendente con sede dichiarata in un seminterrato abitato da tre soci e un gatto diffidente.

All’apparenza aggressiva e intransigente, è in realtà una donna di principi larghi, sposata con un ex atleta dilettante, madre di due figli e proprietaria di un jack russell ipereccitato e assicurato per danni a terzi. Coltiva hobby rumorosi e sociali: lunghe discussioni da bar, fit-boxe in solitaria come forma di controllo della rabbia, recensione di sigarette elettroniche. Beve cocktail secchi, secchissimi, senza guarnizioni inutili. Quando qualcosa la colpisce davvero, si concede articoli brevi sui microdrammi quotidiani. Scrive al vetriolo perché considera la tenerezza una forma di disattenzione. Nessuna indulgenza per se stessa nè per gli altri. Forse per il suo cane.

,
5

5 risposte

  1. Avatar La Manu

    Vedi che già da piccola nn avevo capito un caxxo, che all asilo non ci sono mai voluta andare e invece… Coltivo almeno la speranza per un futuro analogo in qualche ospizio

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Caxxxx quello sarebbe fantastico come scenario!

  2. Avatar guido arci camalli "hurriya"

    Grazie mille per articolo mi piace

  3. […] a tenere dritte. Mi scappano, le sporco, le faccio diventare altro. E allora questo lo affido alla voce di una cara amica. Cronaca. Quella vera. Del quotidiano più grosso della città. Una che sa stare dove succedono le […]

  4. […] E comunque, lo sapete, è successo a me, all’asilo. Chi sarei mai io per proibire a mio figlio… […]

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere