Hai votato alle elezioni politiche?
Io voto sempre. Sempre. Non è una di quelle robe che dici per darti un tono civico mentre poi la domenica stai al mare a fare il bagnino di te stesso con la Peroni calda, no, io voto davvero, a ogni elezione, a ogni turno, pure quando so già che finirà in una mezza inculata collettiva. Ho proprio la fissa. Voto pure al televoto, pensa quanto sto messo male, anche sapendo benissimo che spesso è una truffa elegante per spillarti due euro e poi spartirseli “a spartenza” come si dice dalle mie parti, modello Camorra Barese, utili settimanali divisi con la stessa etica di un condominio abusivo.
Lo faccio per un motivo molto semplice, che però evidentemente non è così semplice per tutti: sta scritto nero su bianco, non su un post di Instagram ma sulla Costituzione, quella roba che è costata una guerra civile — sì, civile, non la favoletta ripulita — e un sacco di sangue, pure di gente che non c’entrava un cazzo, che noi siamo il popolo sovrano, che siamo le istituzioni, e che partecipiamo a questa roba usando una matita. Una cazzo di matita. Non per scavarci il naso come Homer Simpson, non per fare gli scarabocchi, non per disegnare le X da nostalgico col fetish per il ventennio e le tagliole, ma per mettere una croce — una, non dieci, non un murales — e dire “io sto qui”. È uno strumento minuscolo che vale più di tutte le chiacchiere da bar messe insieme.
E già che ci siamo: referendum. Nel dubbio, soprattutto se è costituzionale, votate NO. Forte. Sereni. Senza farvi venire l’ansia da prestazione democratica. Perché i Costituenti, che scemi non erano, hanno previsto che la Costituzione si cambia con procedure serie, maggioranze qualificate, discussioni parlamentari vere, non con la scorciatoia del “dai facciamo votare tutti e vediamo che succede”. Se qualcuno vi propone di cambiarla così è perché non è riuscito a farlo come si deve e prova la scorciatoia, anzi la scorciatroia — e sì, troia da etimologia del volgare fiorentino, maiale femmina, giusto per non perdere il gusto linguistico mentre vi spiegano come smontare un impianto democratico pezzo per pezzo.
Io voto e non ho problemi a dirvi che voto a sinistra. Sempre. Spesso pure all’estrema sinistra. Anche quando mi sta stretta, anche quando mi sembra troppo moderata, pensa te il livello di schizofrenia politica, ma lo faccio perché è il posto più vicino a quello che penso, alle cose che voglio difendere, alle persone che voglio tutelare. Non è fede cieca, non è religione, è scelta consapevole dentro un campo che non è mai perfetto. E sì, mi è capitato pure di turarmi il naso e votare roba che mi faceva schifo, tipo il PD e compagnia cantante, perché con le leggi elettorali truccate e maggioritarie che abbiamo avuto — che fanno a pezzi la proporzionalità come se fosse carta straccia — quella era l’alternativa concreta alla destra. E tra due merde scelgo quella che almeno non mi dà anche del cretino mentre mi incula.
Votare si deve. Sempre. Non è un optional. Non è “vabbè vediamo come mi gira”. È un dovere. E non solo per la frase da baci Perugina “se non ti occupi di politica la politica si occupa di te”, che pure è vera, ma perché non votare è il modo più elegante per dire “della comunità non me ne frega un cazzo”. E allora poi non venite a rompere i coglioni, perché se non partecipi non puoi pretendere. Punto.
E quelli che “non voto per protesta”? Hanno ragione a non sentirsi rappresentati, ci mancherebbe. Ma la protesta non è stare sul divano a fare i filosofi della minchia. La protesta è organizzarsi, uscire, andare davanti alle sedi dei partiti che vi hanno deluso e bussare. Prima con educazione. Poi più forte. Poi coi piedi. Poi, se serve, pure con una sedia contro la vetrina — metaforicamente o meno, decidete voi — per dire “oh, stronzi, esistiamo anche noi, smettete di parlarvi addosso per conquistare quel 2% di elettorato fluttuante e iniziate a parlare a chi vi ha mollato”.
Le cose sono andate in vacca — sì, oggi siamo zoologici, tra troiai e vacche, ma tranquilli non è antipolitica, è descrizione — quando la gente ha smesso di discutere nei luoghi dove si discute davvero: le sezioni di partito. Prima ancora di smettere di votare, ha smesso di partecipare. E allora i partiti, svuotati, sono diventati quello che vedete: comitati d’affari, uffici stampa, macchine elettorali senza anima. Non tutti, eh, ma abbastanza da fare danni seri.
La soluzione? Organizzarsi. Tornare a farlo. “Tornate voi”, perché io non ho mai smesso, non è un “armiamoci e partite”, io sto già lì dentro a rompermi il culo e le scatole. Ma tornate a discutere, a litigare, a confrontarvi, a dire la vostra faccia a faccia, non nei commenti sotto un post con la foto del gatto. I giovani, guarda un po’, lo stanno già facendo, spesso fuori dai partiti, e va benissimo così. L’importante è che si torni a fare politica come si deve, non come intrattenimento.
E vedrete che a quel punto votare non sarà più sta rottura di coglioni rituale, ma tornerà a essere quello che è: partecipazione vera. E sì, pure una cosa bella. Perché scegliere, quando capisci cosa stai facendo, è una delle poche libertà che non dovreste mai delegare a nessuno.
