Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Preambolo opportuno. Di là, tipo oggi, trovate già un post molto importante per la lettura e comprensione di questo post. Sembra filosofia – e lo è – perchè c’è citato Immanuel Kant e la massima secondo cui ” l’uomo sia un fine in sé e non un mezzo”. Ora, questa massima, in questo post che segue – e meglio di là – sarà scomposta con l’ausilio del dizionario dei sinonimi e contrari. E mezzo diventerà “strumento” e fine diventerà “scopo” senza che io abbia mai nemmeno per un attimo pervertito il concetto.

C’è stato un periodo della mia vita — tra i ventitré e i ventisette anni, cioè quell’età in cui ti senti Bukowski ma sei un coglione con le All Star sporche — in cui sviluppai una passione totalizzante, religiosa, per quelli che io chiamavo i giochi di ruolo in presenza. Non roba da dadi, draghi e maghi con la barba bianca e i nani con la barba forforosa e gli elfi con le orecchie unte tipo Dungeons & Dragons giocato in cantina mangiando patatine San Carlo.
No.
Roba più concreta, più carnale, più anni 90.
Più Basic Instinct che Il Signore degli Anelli.
Una roba che nasceva da incontri veri, da persone vere, da una disponibilità reciproca a buttarsi dentro una scena, una storia, un’altra identità, senza paracadute e senza vergogna.
A mettersi in gioco in prima persona con tutto il corpo.
Gente che, come me, aveva capito che la vita vera spesso è noiosa come un pomeriggio su Rete 4, e quindi tanto valeva riscriverla a mano, scena per scena.

Questo avveniva durante quel famoso momentaccione abbiamo già parlato — durato quasi sei anni, in cui ero incastrato con una fidanzata che aveva trasformato il concetto già di per se tossico all’epoca di relazione in una specie di prigione psicologica con leve archimedee sul senso di colpa.
Il mio.
Una roba che il pitagorico stesso, se l’avesse vista, avrebbe detto “troppo pure per me”.
Io provavo a lasciarla, lei mi spiegava perché non potevo.
Io insistevo, lei alzava il livello.
A un certo punto capii che avevo davanti due strade nel bosco.
Impazzire.
Oppure.
Tradirla.
E io, da bravo poeta estinto, tra le due strade nel bosco scelsi la strada meno battuta: ovviamente tradirla.
All’inizio in modo episodico, quasi da dilettante, recuperando contatti di ragazze che sapevo già essere sensibili al mio fascino – mai davvero da me compreso – o al mio eloquio – da me quasi sempre molto usato per compensare un fascino che non ho mai creduto di avere.
Poi, usando alcuni espedienti da guardiadiporta di circolo ARCI (o ACLI, ancora oggi non lo sappiamo e forse è meglio così), discoteca fiscalmente borderline e bivacco di chierichetti comunisti con la canna.
Io lì stavo all’ingresso, tesseramento, controllo, gestione.
Tradotto: se una mi interessava, in dodici secondi avevo numero, mail, e pure contatto IRC, perché parliamo di pre-Facebook, quando internet faceva ancora il rumore del modem e la gente si conosceva davvero.
E così mi organizzavo una specie di agenda parallela, un’alternativa a settimana, perché all’epoca la cosa che mi piaceva più fare era sedurre. E per il fatto di sedurre volevo decisamente più tempo al giorno. Cioè, avrei voluto due ore bonus solo per sedurre una, una qualsiasi.
E non so perché, ma mi riusciva.
Forse perché eravamo tutti dentro una specie di bolla pseudo-libertaria dove la fedeltà era un concetto negoziabile, tipo i prezzi al mercato. O perchè tipo eravamo tutti in quella fase di inizio millennio dove uno dice “ma proprio adesso tutte ste seghe mentali sulla fedeltà e sulla monogamia? Abbiamo appena scampato il Millenium bug e il Mille e non più Mille! Fiesta” (Carrà Raffaella, non automobile)”.

In questo frangente arrivò lei.
Coetanea — già cosa strana per me che o preferivo anni in meno o in più e ho avuto come range massimi -12 e +23 ma facciamo prima a dire che la più giovane aveva 19 e la più grande 53 — bella davvero, di quelle che quando entrano sembra che parta automaticamente la musica di Twin Peaks. Ma lei somigliava a Francesca Neri con qualche brufolo. Oppure a quella di Nynphomaniac, la prima incarnazione della prima stagione di Nynphomaniac, ma quando la conobbi non ci avrei mai scommesso. Sì, Stacy Martin.
E fu lei a cambiare le regole.
Una sera, così, senza preavviso, se ne esce con:
“Facciamo che sei mio cugino.”
Io la guardo. “Perché?”
“Perché lo so che sei fidanzato. Tu sai che sono fidanzata. Così ci viene male. Se fingiamo di essere altri, viene meglio.”

Io lì ebbi un momento di rivelazione metaversa, tipo quando Neo capisce Matrix. Stavamo facendo il contrario dei giochi dei cugini quando la regola è che tra cugino e cugina, oltre alla parentela, c’è un’altra cosa che cammina: non ci travestivamo per fare qualcosa di proibito, ci travestivamo per rendere più sporco ma accettabile, ludico, qualcosa che già stavamo facendo.
E quella cosa mi piacque.
Mi piacque molto.
Ci vedemmo ancora. E poi ancora.
E ogni volta cambiava qualcosa.
Basta cugini. Nuovi ruoli. Nuove scene. Nuovi mondi. Era come una serie TV scritta male ma con attori bravissimi. Il cliente laido del pub e la cameriera, il tizio losco e la sconosciuta, situazioni sempre più assurde, sempre più costruite, sempre più lontane dalla realtà e quindi paradossalmente più vere. Una volta mi fece fare un cinquantenne.
Io avevo ventitré anni. Sembravo un figurante scappato da Un medico in famiglia, ma lei era convinta. Era la figlia di un mio amico. Poi l’amica di mia figlia. Poi tipo mia nipote che, tanto, hai fatto il cugino – ma mi sa che lei tipo aveva irrisolti con la figura paterna perchè dovevo sempre invecchiare molto in questi giochi.
Il ruolo del vecchio porco però mi si intonava secondo lei.
E allora io lo diventavo. Senza ironia. Senza protezione. Dentro fino al collo.

Poi lei partì. Specialistica. Si interruppe tutto tipo alla terza stagione.
E io, senza quella complice, smisi.
Non perché non volessi, ma perché certe cose non le proponi così, a freddo, tipo “ciao piacere, vuoi recitare una parte?”.
Non è Tinder, è teatro sporco. E credeteci o no, io sono pure timido, per queste cose. Cioè tipo, finché lo proponi tu, ok.

E poi, anni dopo, arriva un’altra.
Dal nulla.
Cioè, no, non dal nulla, dall’ospedale.
Ortopedica. Bionda da fare male se non fosse che già mi ero fatto male, di quelle che sembrano uscite da una pubblicità di shampoo anni ’90 ma con le mani dentro le ossa della gente.
Io avevo una mano rotta — storia lunga, c’entra un muro e una quantità di rabbia mal gestita e la faccia di uno che purtroppo, forse perchè ero troppo ubriaco e quindi ancora più prudente del solito è ancora intera — e lei mi cura.
Gentilezza devastante.
“Guarda, credimi, non vorrei Gioia – sì mi chiamò come una rivista di gossip degli anni ’60 e non so perchè mi venne duro durissimo – ma devo farlo.”
Io faccio la battuta: “mi sto innamorando”.
Lei ride. E però, tipo, prima che io vada, mi lascia il numero.
“Sono fratture complicate e le gessature hanno bisogno di follow up. Io sono coi turni ancora i prossimi tre giorni, lasciami il numero così ci teniamo in contatto”.
E la sera mi chiama lei. Tipo dal parcheggio dell’ospedale.
E mi da un orario per chiamarla il giorno dopo.
E il giorno dopo mi richiama Gioia e dice cose, cose strane, sulla noia e sui mariti.
E lì capisco subito che non sono io quello incastrato. Da lei, non dal gesso.

E infatti partiamo subito, di nascosto, mentre ho ancora il gesso. A casa mia, vuota – dannati genitori che vanno a vacanze lunghe e suggeriscono così ai figli di usare la casa per scopi – sì questa storia tra il lieto fine e il lieto scopo che a volte coincidono merita un post apposito – non sempre morali. E una sera, mentre in TV passano Le Iene con i soliti banali, triti e ritriti servizi sulle molestie sul lavoro, lei mi guarda e dice:
“Se tu fossi stato il mio direttore…sai quanto sarebbe stato eccitante?”
E io: “Eh?”
“Proviamo un giorno. Ma devi essere proprio stronzo.”

E lì si riapre il portale.
E soprattutto la mia convinzione di essere molto tagliato nell’immaginario femminile per ruoli di stronzo, maniaco, laido, Pacciani-Vanni-Lotti. O viscido che dice parolacce irripetibili ma con garbo e attenzione al galateo.

Quell’anno diventa un’escalation.
E di colpo – perchè la cosa prendeva entrambi moltissimo all’inizio e perchè stai facendo robe con una che ha 17 anni più di te, quindi MILF prima che le MILF diventassero fenomeno di costume, vuoi mai rischiare di non essere ipercompetente e ipersoddisfacente? Ansia da prestazione, ma in questo caso la prestazione era quella del metodo Stanislavski – io mi ritrovo a comprare oggetti che nemmeno in Boris avrebbero il coraggio di tenere nei guardaroba.

Salopette da idraulico, cappello, attrezzi veri, baffi finti perché mi sembravano necessari al personaggio.
Recupero un messale da un amico satanista — non chiedetemi come lo avesse, non lo voglio sapere — e pure i paramenti da chiesa, quelli lunghi, tipo sciarpa, che ti fanno sembrare un prete in tournée.
Passamontagna, pistola giocattolo ma realistica su richiesta di lei, poi divenuta per mia megalomania scacciacani perché “almeno fa rumore”. E fece rumore, ma pure puzza terribile ma secondo lei terribilmente eccitante di colpo di arma da fuoco davvero sparato in aria – per fortuna senza danni alle suppellettili.
Camicia nera, collarino da prete, scarpe scomodissime.
Un telefono dedicato solo a quella storia, perché ormai non era più solo incontro: era narrazione continua, messaggi, sceneggiature, sequel, spin-off. A volte mi perdevo. Non sapevo più chi ero.
Una volta fui suo nipote, ma stronzo. Una volta l’amico del nipote mandato da lei dal nipote – appunto. Una volta entrambe le cose nello stesso pomeriggio, con 5 minuti in bagno per ricontrollare sul cellulare il “dove eravamo”.
E sento il bisogno di dirvi Giuro! perchè poi magari certe cose uno non è obbligato a crederci, ma.

E in mezzo a tutto questo, ogni tanto, mi arrivava un pensiero come una fitta: che forse non stavo solo tradendo una fidanzata tossica, ma anche un marito, una famiglia, un equilibrio che non era mio. Ma quel pensiero durava poco. Perchè mica eravamo io e lei.
E perché subito dopo arrivava la battuta che mi rimase incollata addosso come una pubblicità della SIP: “Cazzo, ma tu devi fare teatro.”

E io risposi la verità:
“Non è teatro. Non so come dire ma è che io ai giochi di ruolo ci gioco sempre. Solo che i miei mondi sono molto più casti dei tuoi.”

La faccenda finì quasi dopo un anno. Perchè ci beccò una sua collega e non disse nulla ma le fece un discorso che era un po’ lo spoiler di quello che io pensavo su marito e soprattutto figli. E siccome ne parlammo quando eravamo noi e non idraulici, casalinghe, preti, donne vittime di rapina in casa e simili, convenimmo che era meglio chiuderla in amicizia e non in sodomizia, quel giorno e per sempre.

Ma ancora oggi non so se quella mia risposta sul teatro fosse una giustificazione, una confessione o semplicemente l’unico modo che avevo per non ammettere che, in quel periodo, la realtà mi stava stretta come un jeans della Carrera e l’unico modo per respirare era diventare qualcun altro.
Anche solo per un’ora.
Anche solo per una scena.
Anche solo per non essere me.

Di come finii in quella sala gessi, di cosa successe quando me lo tolse un altro gessista e del male che mi fece, del perchè mi fece male e di cosa ci fosse scritto su quel gesso, di quanto fosse tossica la persona che aveva scritto su quel gesso quella particolare cosa e di che altro orribile mondo di “sesso a fine/scopo (molto più scopo che fine) corna” a quella che non si voleva fare lasciare diventò quella breve ma pirotecnica “relazione” parleremo in una serie di post appositi contenuti in una serie “Quella primavera di un anno da cani” (con evidente cit. di un film dove c’è un certo SAL che non è Da Vinci ma “Sal ti fa il culo!” ma forse è pure il Vincitore di Sanremo 2026).

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9 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    Menomale trombare mi è venuto più facile, che se dovevo fare come te stavo ancora a farmi i rasponi a due mani. Sono troppo pigro… 😀 😀 😀

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Onestamente a livello creativo non sai che ti perdi. Vuoi mettere entrare in casa di qualcuno con una scacciacani e sparare per ‘finalità’ o ‘scopo’ di scena?!

  2. Avatar Sandro Battisti

    IRC. Io c’ero. Trent’anni fa c’ero.

    Forse il periodo ultimo in cui ho riso davvero tanto. E non solo riso…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      In tanti all’epoca non solo ridemmo. E in tanti cominciammo le guerre per rubare i canali, comprare BOT programmarli…

  3. Avatar Paola

    Vicissitudini…

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Sì, qui più che altro va così, su questo blog. Vicissitudini e robe senza filtro.

      1. Avatar Paola

        Ben venga un po’ di sana spontaneità

  4. […] scritto qualcosa prima di mandarmi in ortopedia.Mi ha guardato un secondo in […]

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