Quali sono le 5 cose quotidiane che ti donano gioia?
Pare che oggi qui sopra sia in tendenza farvi sapere quali sono le cinque cose quotidiane che mi danno gioia e io già lì capisco che c’è sotto qualcosa che puzza, ma non puzza normale, puzza di sborra rancida in parasborra usati da tempo e chiusi in un cassetto di una luxury room non gestita come una luxury – e tipo a metà maggio ne riparleremo – da qualcuno che la gioia la mette in ordine alfabetico come i centrini della nonna.
E allora io parto subito a gamba tesa, proprio scivolata cattiva sul ginocchio come un apocrifo minore di quel Sant’Uomo che fu Andoni Goikoetxea – non sapete chi è? Male, molto male, ma torneremo pure su di lui tipo poco dopo le luxury; su di lui e sul Lazlo Toth e sul concetto di rompere cose bellissime come gesto rivoluzionario e umanissimo – sarebbe fin troppo facile, troppo scontato, quasi offensivo per la mia intelligenza – mica la vostra – e per il mio livello di disordine mentale andare a dire le cinque cose che davvero scaldano il cuore di uno come me, marito, padre, figlio, essere umano che ogni mattina si sveglia e decide NON di restare umano ma di ESSERLO attivamente, con fatica, con rotture di coglioni, con una certa dose di bestemmia creativa e come gesto di profonda resistenza alla merda che è diventata questo posto che chiamate umanità.
Perché diciamolo: trovarle queste cinque cose è una banalità rivoltante – tipo le “calecchie” o “ciole di cavallo” che potrebbero sembrare i cazzi di cavallo ma vi dirò solo tra qualche tempo cosa sono, sappiate che trattasi di prelibatezza barese per stomaci fortissimi – roba lapalissiana, roba da Monsieur de La Palisse che io, personalmente, non farei fuori subito, no no, troppo facile, lo terrei lì, vivo, a marcire nella sua ovvietà, senza cena, senza dignità, sottoposto a torture non banali per contrappasso, perché se sei uno stronzomerdone così piatto io devo divertirmi moltissimo creativamente prima di farti crepare, è una questione etica.
E quindi eccole, le cinque cose da manuale del bravo essere umano che si sveglia e prova gioia, quelle che se non le dici sembri un mostro ma se le dici sembri uno che ha capito il gioco, e la prima è guardare il viso sorridente di mio figlio — dopo i cinque minuti di bestemmie apocalittiche da bambino di quasi sette anni che ha dovuto lasciare il letto, il sonno, i sogni e Joshi il pupazzo di SuperMario – c’è sempre un idraulico ma purtroppo non ci gioco più, nemmeno con mia moglie – peluche e Wally di Uoldisnei il pupazzo di peluche e Darth Vader, sì, pure lui, piccolo Sith domestico, e Kai, il ninja del fuoco di Ninjago, tutti pupazzi che formano una specie di consiglio di guerra notturno che tiene lontani i brutti sogni ma lo stesso alle 3 le 4 di notte “papà vieni di là a dormire con me nell’altro letto!” — e poi finalmente quel sorriso, quella faccia che ti dice “ok, ci sono, affrontiamo sta giornata”, con una fiducia cieca in noi, me e sua madre, che è una responsabilità che ti spacca ma ti tiene in piedi. Ma anche con la sua curiosità, le sue sfide, la sua euforia di vivere ogni giorno.
Poi c’è riuscire a dare un bacio che non sia a stampo a mia moglie, che sembra una cosa semplice ma non lo è, è una missione con ostacoli, una roba da videogioco a livelli avanzati, e proprio per questo è galvanizzante, è una conquista, è il piccolo trofeo quotidiano che ti fa dire “ok, oggi non sono completamente inutile, oggi ho battuto il mostro finale di Double Dragon senza continue”.
Poi chiamare mia madre, ogni mattina, sentire che anche per loro comincia la giornata, con tutti i patimenti, le rotture, le cose non dette, ma va bene così, è una continuità, è una linea che non si spezza, ed è già tantissimo.
Poi scrivere a Wael Abu Louli, mio “fratello” di Gaza, chiedergli come stanno lui, Mohammed, i suoi fratellini e sorelline, la signora Abu Louli, sapere se la giornata parte, se Mohammed e gli altri andranno a scuola, se Wael ha potuto pregare nella sua lingua, rivolgersi a un Divino che per lui è sufficiente, “il miglior dispositore delle faccende”, e io ogni volta penso beato lui, beato davvero, che nella devastazione, nella casa distrutta, nella famiglia passata da 128 a 27 persone, riesce a stare in piedi, a lavorare anche sottopagato e a nero, a vivere da due anni in Egitto da profugo con una dignità che io manco mi sogno, e chiedergli se ha bisogno, poter aiutare, imparare una parola nuova in arabo, pregare laicamente per loro: quella è gioia vera, sporca, complicata, ma reale.
Se non sapete chi è Wael, è il papà di Mohammed il bambino che a 3 anni è diventato il volto del genocidio di Gaza dopo che la sua casa fu bombardata ma lui ne uscì illeso e sotto choc e la sua storia la trovate qui come trovate le coordinate, se lo voleste – mi farebbe un piacere enorme e farebbe tanto del bene più a voi che a loro – per unirvi a noi nella cordata di umanità e solidarietà che permette a poro di continuare a fare una vita quasi normale in esilio in Egitto – sappiate che soli 50 euro pagano la retta d 15 giorni di istruzione superqualificata per un bambino o pagano una settimana di spesa per 7 persone, inclusi prodotti di alta qualità per l’ultimo arrivato, di soli sei mesi o pagano due visite psicologiche per Mohammed che sta lavorando moltissimo sulla sua sindrome di stress post traumatico e sta facendo passi da eroico leoncino della resilienza palestinese.
E poi il caffè, ma solo dopo mezz’ora, quando il cortisolo si abbassa, quando resisti alla tentazione e poi finalmente te lo prendi, e sembra una ricompensa, una roba guadagnata.
Ma tutta questa roba è Monsieur de La Palisse, e quindi deve morire male, perché è troppo facile, troppo pulita, troppo giusta, e allora arrivano le altre cinque, quelle vere, quelle sporche, quelle che non dici a cena ma che ti tengono in equilibrio mentale. Quelle che vi aspettate, se mi conoscete.
E cazzo, sto facendo il La Palisse?
No, vi stupirò.
La prima è la guerriglia quotidiana contro lo stronzo figlio di una grandissima baldracca del primo Novecento che abita di fronte a casa mia e da dieci anni ha questa mania patologica: svegliarsi alle 5:20, aspettare le 6:15-6:20 e lanciare dal secondo piano una capsula di caffè Lavazza di dubbia qualità, sottomarca Borbone, ogni singolo giorno, come un rituale demoniaco di pessimo vicinato.
Io le raccolgo, non le butto più, le colleziono, faccio sacchetti da sette, una settimana, e poi gliele lascio sul cofano della macchina della figlia — altra creatura problematica, piena di botox e sottocorticalità si crede una gran porca bonazza ma fa cagare i cani— che conosce perfettamente le paturnie del padre e usa sta cosa come scusa per parlarmi, toccarmi il braccio, sistemarmi il giubbotto, mentre io rimetto tutto in disordine dicendo “Ma ti stai buona?! Mi piace così”, e intanto mentalmente preparo la bestemmia del giorno, creativa, condivisibile, perché la bellezza va distribuita e gliela dico da riferire al babbo e lei ride e mi fa linguacce erotiche secondo lei provandoci ad avere una relazione extraconiugale lei che è giustamente zitella con me ma io ne rido con mia moglie che alle di lei “bello e tenebroso” risponde sempre “Tenebroso ok ma non ti montare, sei un tipo soltanto, lo sai…”.
La seconda è il corriere DHL, un personaggio fantozziano, lingua fuori, versi strani, una specie di creatura che non può vedere una donna senza andare in tilt, e io ogni volta penso “lo fa con mia madre, lo fa con mia moglie” e quindi gli ricordo che deve ringraziare che ho un figlio, lui non risponde, indica la sua situazione nei pantaloni – Biondodio credetemi ogni santo giorno e io non vivo in un quartiere di “Biondoddio con quella che ci farei” – come fosse un segnale stradale e io gli dico che è malato, anche perché lo fa pure con la badante bulgara di età indefinita della signora accanto, e io mi immagino scenari, gli spiego cosa gli farei se fossi il marito o il figlio di quelle donne, e questa cosa mi dà una gioia nera, cattiva, terapeutica.
E guai se non arrivano pacchi, quel giorno!
La terza è cagare, e sì, lo dico, perché nessuno ha il coraggio di dirlo sebbene dia grande gioia a tutti, oggi nessuno lo scriverà per pudicizia ignobile e borghese, ma è così, è una liberazione, e per anni è stata una guerra, un parto plurigemellare con urla e tecniche da Hokuto no Ken, e adesso invece è pace, è scivolare via, è conversare mentalmente con Santa Teresa d’Avila sulle sue orgasmiche estasi mentre sto lì, o con fantasmi della camorra barese su sliding doors storiche, ed è una gioia quasi mistica. Ah sì, di questa storia di cagare e del prima leggerete in un post attorno a metà maggio – è già programmato.
La quarta è aprire la chat dei trucidi, vedere se “ci sono fatti”, gossip criminali, storie extraconiugali che potrebbero diventare crimini, e quell’amico geometra – capito perchè i geometri come gli idraulici qui sono di casa? – che nel tempo libero dal lavoro di geometra fa il bull di coppie – ma tipo anche due volte a settimana e questo dice molto sul concetto di famiglia cristiana alle nostre latitudini – e io non voglio sapere i dettagli tecnici, quelli, come le recensioni delle bagascione professionali “sono cose che tengo per me”, voglio sapere le dinamiche, i dialoghi, il marito che guarda, dirige, che tono usa, se è contemplativo o regista, quelle robe lì, perché lì c’è l’essere umano nudo, senza narrativa. Tipo “Cara ci stai godendo? Come va amore?” oppure “Zitta e prendilo, brutta serpaccia troia e sifilitica” (e i vocativi sono gentilmente offerti dai cit. di Pacciani Pietro alla moglie cfr. atti processuali)
La quinta è il secondo caffè dopo aver portato mio figlio a scuola, parlare con qualche pregiudicato con cui ho ottimi rapporti come ben sapete – alcuni anche carissimi amici di elementari e medie con destini familiari chiari alla nascita – e ragionare su quello che scriverò, perché è da chi non condivide niente con te che devi cercare il riscontro, è lì che capisci se quello che fai ha carne, se arriva.
E quindi sono dieci cose, non cinque, e adesso scegliete voi quali mi descrivono meglio, perché io non lo so, io sto nel mezzo di questa roba, disordinata, sporca, umana, che puzza di sborra marcia in parasborra usati e lasciati a stagionare una settimana e la gioia — quella vera — è proprio questo casino qua.
