Descrivi un’azione positiva che un membro della tua famiglia ha fatto per te.
Qual è la mia parola preferita.
Io non ne ho una. Ne ho tre. Anzi no, ne ho di più, ma facciamo finta di essere ordinati che già non lo siamo.
La prima è pupazzinopiccolomio, tutto attaccato, senza respirare, senza spazi, come quando lo dici piano ma veloce perché è una cosa che non deve scappare via.
È il nome che uso per mio figlio, l’unico, sei anni quasi sette, e lo dico con un orgoglio che non è elegante, è proprio pieno, ingombrante. Gliel’ho dato nel momento esatto in cui è nato, quando me l’hanno messo addosso dopo ventiquattro ore di travaglio di mia moglie — sette in quella stanza dove il tempo si deforma e tu sei lì che non servi a niente ma devi esserci per forza.
E il parto è bellissimo, sì, ma anche una cosa che ti stringe la gola e ti fa pensare male, perché vedi la persona che ami che soffre come un animale e lo fa per qualcuno che ancora non esiste davvero per te ma già capisci che prenderà spazio, tanto spazio, forse tutto.
Nel tuo posto delle persone preferite e che ami di più togliendolo a lei – che cosa strana, lei che soffre da cani per togliersi dal posto in cui è la prima.
Nel posto di tua moglie delle persone massimamente preferite, togliendo te – e qui ok, è comprensibile, soffri per una cosa che evidentemente ti farà stare bene cioè il fatto che tuo figlio lo amerai più di tuo marito, lo capiamo di più
Che cazzo strano è il parto.
E pensi anche — e questo non si dice mai ma è vero — che qualcosa cambia pure lì, nella sala travaglio, nel modo in cui la guarderai dopo, nel corpo, nei pensieri sul corpo e su quello che si può fare col corpo, nelle immagini che ti restano attaccate anche quando non vuoi.
Non mentre succede, perché mentre succede vuoi solo che finisca e che vada tutto bene.
Dopo. Dopo sì.
Io ci ho pensato dopo che quella cosa che mi avevano detto tipo:”Non vorrai più pensare al sesso con lei, non come facevi prima” era verissimo.
Perchè non volete saperlo, ci siamo capiti eh!
E comunque in mezzo a quella cosa lì, io guardo questo coso minuscolo appoggiato sulla mia pancia che sembrava finto, proprio un pupazzino, e mi esce quella parola, pupazzinopiccolomio, e resta. E resta perché funziona: a me calma, a lui — lo ha detto lui — dà “felice +++” perché “capisco che mi amate, mi proteggete e siete orgogliosi”.
Fine.
Non serve altro. Quella è la prima.
Poi c’è tremebondo.
Tre-me-bon-do.
E tutto quello che ci attacco sopra a cazzo: terrificante, spaventoso, agghiacciante, orripilante, raggelante, raccapricciante, atroce. Che non sono sinonimi veri, sono sinonimi miei, si chiamano sinonimi emozionali infantili, da bambino scemo che prende le parole grosse e le usa per tutto perché non sa spiegare bene ma sente troppo.
Come Aldo Nove, quel santuomo, che qui stiamo citando perchè tanto mi ha insegnato nello scrivere così come quando voglio scrivere per sfogare proprio cose di pancia con cose disordinate attaccate addosso. E che arrivano dall’infanzia.
Perché quella roba lì — le emozioni forti — non sono mai pulite. Anche quando sono belle fanno paura. Anche quando sei felicissimo ti viene da piangere e vuoi una mano da stringere, subito, senza spiegare.
Io me la ricordo la prima volta che mi è successa quella cosa che “inizia per O e finisce per ASMO” — sette anni, così, dal niente, senza istruzioni, senza contesto facendomi “la prima sega”(cit.)— ed è stata una botta, una roba che mi ha fatto paura sul serio. Non capivo cosa fosse ma era troppo, troppo tutto insieme.
E anni dopo leggo quella cosa lì, scritta proprio da Aldo Nove, e capisco: era giusto chiamarla così. Atroce. La sega era atroce, l’orgasmo era atroce. Non perché fosse brutto. Perché era troppo.
E quindi tremebondo è la parola che uso quando qualcosa è così forte che non ci sto dentro.
Poi tutti pensano che la mia parola preferita sia bachelite.
Perché suona bene. Perché sta in quella cosa lì che si chiama Twin Peaks e perchè David Lynch l’ha messa lì fuori contesto perché sapeva che stavo guardando e che averi capito che dovevo usarla per crete cose. Perché sembra importante. E soprattutto perché è perfetta come parola di sicurezza, di quelle che non puoi fraintendere mai, tipo quando ti infili in situazioni dove a un certo punto devi poter dire basta senza spiegare niente — colloqui di lavoro, dinamiche strane, giochi di potere, Padrona e schiavo con attrezzi, bavagli e roba terribile che deve farti male per farti bene, chiamali come vuoi.
Dici bachelite e si ferma tutto. Fine.
E funziona perché è una parola inutile. Non serve a niente. Non indica niente di urgente. E quindi è perfetta. Perchè non la puoi confondere con nient’altro.
C’era anche quell’altra parola lì, Carmombonza, sempre in Twin Peaks, che non significava veramente un cazzo e che sarebbe andata benissimo uguale ma me la sarei dimenticata sicuro, e quindi no, meglio bachelite, concreta, dura, sta lì. Metti che ti sta facendo malissimo davvero e te la sei dimenticata? So cazzi! No, meglio bachelite.
E poi c’è la terna, che non è una parola ma fa finta di esserlo:
Sesquipedale, Pachidermico, Eteroclito.
Sesquipedale perché io non arrivo mai dritto. Io parto da A e arrivo a B passando da D, F, Q e una roba che non esiste. Giri lunghi sempre un piede e mezzo, inutili, pieni di roba che non serve ma che ti piace ascoltare lo stesso, ammettilo. Ti porto a spasso. Sempre.
Se no che cazzo torni a fare ogni mattina qui?
Pachidermico perché sono così. Grosso, presente, non molle. E perché ho questa immagine fissa degli ippopotami con il tutù nelle gioiellerie o vicino alla cristalliera di mia nonna — e sì, dovrò spiegarla questa cosa, non adesso, un’altra volta, magari insieme all’altra che c’entra e non c’entra. Ma intanto resta lì.
Eteroclito perché suona storto e giusto insieme. Perché significa fuori asse, fuori schema, un po’ sbagliato. E perché fa rima al contrario con quel posto che non esiste ma esiste lo stesso, e se lo conosci non serve dirlo. Ed è bizzarro e stravagante come posto, sempre ammesso che esista, quel posto che non finisce ma comincia per clito.
Quindi no, non ho una parola preferita.
Ne ho troppe.
E stanno tutte lì, una addosso all’altra, come quando parli troppo e non riesci a fermarti ma non vuoi fermarti perché se ti fermi perdi qualcosa.
E io quella cosa lì non la voglio perdere.
