Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Esterno notte. Di quel periodo sgarbato in cui tradivo sistematicamente la compagna dell’epoca e rientravo a casa quando ormai non aveva più senso chiamarla notte. Le quattro erano una media, non un’eccezione. Il letto serviva poco. Molto più utile il basso che dividevamo in cinque o sei, a seconda di chi si accodava.
Una bottiglia di rum a sera, lì dentro, dopo tutto il resto eventuale, solito. Intera, Havana 7.
Sempre. Senza discussioni.

Venivo da una bevuta larga, di quelle con il gruppo esteso: quegli amici fissi più tutta la fauna satellitare. Era anche una settimana storta. Una persona a cui ero legato in modo fortissimo stava male. Ricoverata. Ospedale. Una di quelle presenze che non riesci a spegnere nemmeno quando fai di tutto per coprirle con l’alcol.
Tutti avevano bevuto molto. Io di più.

Nel pub era andato tutto liscio. Anche troppo. Spaghetti di mezzanotte inclusi, regalati a chi superava i trenta euro a testa. Noi eravamo sopra, comodi. Doppia razione. Si parlava di vita, di futuri possibili, con quella leggerezza obbligatoria dei venticinque anni.

“E tu che vuoi fare?”
“Mah, vediamo…”
“Apriamo qualcosa…”
“Ce ne andiamo…”

All’inizio era quasi un gioco. Poi ha cominciato a pesare.

La compagnia si è diradata verso l’una.
Io ho dato appuntamento agli altri quarantacinque minuti dopo. Ero il guidatore designato di una amica con cui c’era un progetto laterale, non ufficiale ma chiarissimo. Infedeltà reciproca ai propri partner. Si è concretizzato quella sera, sotto una luna inutile, pre-estiva. C’è stato anche un episodio collaterale che merita una nota a parte, perché è uno di quelli che sembrano minimi e invece restano: qualcuno nei cespugli guardava. Non l’ho visto. Me lo ha segnalato uno sconosciuto, nella mia stessa situazione.

“Là. C’è uno.”
“Dove?”
“Là.”

Ho preso la prima cosa che avevo a portata e l’ho lanciata. Forte. Molto forte. Un oggetto contundente. Molto contundente. “Potevi ammazzarlo!” Un oggetto prezioso per la mia auto. Non so se l’ho preso. So che non si è più visto. E so che quell’oggetto non l’ho più ritrovato. Ci torneremo. Una storia che ha bisogno del suo spazio.

Lei, dopo, mi ha guardato:
“Ma davvero ce ne dobbiamo andare?”
“No. Non possiamo restare.”

L’ho detto senza pensarci. Senza capire nemmeno che due negazioni di solito affermerebbero. Senza quella voce che ogni tanto mi fermava e diceva che certi passi non li dimentichi. Quella sera non si è attivata. O l’ho ignorata.
Forse ci starà, riflettere su questa cosa che ogni volta che ho pensato quella frase le cose sono andate lisce e quando invece non la penso –

L’ho riaccompagnata.
Poi ho allungato il giro. Sono passato sotto l’ospedale. Ho indovinato la finestra. Era spenta.

“Magari dorme…”
“Magari.”

Sono rimasto qualche secondo.
Poi sono ripartito.

In macchina mi sono tornate in mente le parole di uno al tavolo.
Uno che consideravo un cretino totale. Di quelli che parlano per darsi una forma. Si era messo a commentare la mia vita. Io, in quel periodo, lavoravo davvero: indagini su piazze di spaccio, quartieri interi. Stavo per scriverci un libro. Ne avevo già scritto uno sui serial killer. E nei tempi non morti portavo avanti il lavoro di mio nonno in cantiere. Non ero un genio, ma nemmeno uno che passava di lì.

Sono tornato al covo. Si è ricominciato.
Carte, tressette, risate, altro alcol.
Havana 7 – e che gusti dimmmerda dolci zuccherosi avevo.

A un certo punto lui ha ripreso.

“E tu che sei tanto impegnato vieni qua a fare il perdigiorno?”
“Al massimo perdo la notte.”
“Io no. Io studio. Io divento ingegnere.”
“Io tra poche ore sono in cantiere.”
“No tu sei una testa di cazzo. Sei uno che fa l’autista.”

Non lo diceva guardandomi. Ma lo diceva.

Ho continuato a giocare. Avevo Buon gioco di due, mancava spade. Il Tressette, no?

“Vedi? Sai i nomi di questi giochi da bettola. Non sei una persona seria.”

Non aveva bevuto. Era così.

Ho guardato il mio migliore amico. Quello vero. Ci eravamo scelti per motivi stupidi e quindi solidi: lui aveva una sorella più grande, io sapevo guidare la macchina a sette anni. Era bastato. Da lì non ci eravamo più mossi.

Gli ho detto piano:
“Digli di smettere. Sto per ammazzarlo.”

Non era una battuta.

Poi lui ha alzato ancora. Ha tirato dentro mio nonno.

“Secondo me tuo nonno è coglione se non si accorge che sei un ubriacone.”

Lì lo spazio si è aperto da solo.

Io ho finito la mano. Ho riso. Ho parlato con una amica che riusciva a calmarmi. Tra noi non c’era sesso. Per scelta. Funzionava. Mi parlava di musica, di film. Mi chiamava ET.

“Tu sei ET. Io sono Drew Barrymore.”

E non era una battuta: intendeva proprio quella, la bambina di E.T., quella che resta quando gli altri scappano. Quella che lui le dice “Fai la brava!”

Mi ha portato fuori.

Nel frattempo gli altri hanno convinto l’altro a uscire e a scusarsi.
Io le ho detto: “Se parla, gli tiro un pugno.”

E quelloÈè uscito.

“Senti…forse ho esagerato…”
“Non dire il ma.”
“…ma converrai anche tu che ti sei inventato un lavoro e tuo nonno ti porta appresso per darti una ragione sociale.”

A quel punto sono partito.

Il gesto è stato pulito. Jab. Con torsione.

Ma nel microsecondo prima ho pensato due cose: ero ubriaco, non avrei dosato. E se lo prendevo pieno, lo rompevo.

Ho corretto. Non tanto. Abbastanza.

Lui è rimasto in piedi. Il muro pure. Ho colpito il muro alla sua destra come se fosse lui. A pieno carico, un jab pulitissimo.

Non ho sentito niente. L’alcol aveva attutito il colpo.

“Vedi quanto ti sono amico? Non ti ho colpito. E tu non ti sei scansato. E noi dobbiamo fidarci di più di noi da oggi.”

Non aveva senso. Ma l’ho detto. Giuro!

Lui è rimasto fermo. Svuotato. Non ha parlato. Se n’è andato senza salutare.

La mia amica ha riso. “Prima pensavo lo ammazzavi. Ora penso ti sei rotto la mano.” Si parla storti quando si beve, sì.

Io sono rientrato. Ho riso anche io. Si è continuato.

Due ore dopo, verso le quattro, l’alcol è sceso. La bottiglia era finita. Ho infilato la mano in tasca per prendere l’accendino e ho sentito che qualcosa non tornava. Non riuscivo a girarla.

“Andiamo all’ospedale.”
“No.”

Avevo un appuntamento il giorno dopo.
Non avevo intenzione di saltarlo.
Era il sogno gotico della mia vita, aveva 7 anni meno di me, no non si poteva lasciare per strada.

Sono tornato a casa. Ho dormito poco. La mattina era evidente che non passava. Ho preso le gocce, 30. Sono andato in cantiere. Ho fatto tutta la mattinata così.

Poi ho organizzato. Amico. Ospedale. Segreto.

Radiografia subito. Non c’era nessuno. Non ci sta mai nessuno, alle 14:25.

Il medico mi ha guardato. Mi conosceva pure. Conosceva i miei. Carissimo amico pure di mio zio – che cazzo di buco di culo di mondo è la provincia di Bari quando non dovrebbe.
“Tu hai tirato un cazzotto, eh?”
“Sì. Ma a un muro.”
“Eh, meglio, se no stavamo parlando di altro.”

Non ha sorriso. Mi ha mandato sopra. Ortopedia.

Io pensavo al gesso. Fine del dolore. Fine della storia. Invece no.

Congedandomi guardava la lastra:

“Quinto metacarpo. Frattura netta. Classica.”
“Classica?”
“Sì. Da pugno.”

Non c’era giudizio. Solo statistica.

Io ho stretto i denti. Lì l’alcol non aiutava più.

“Dovevi venire stanotte.”
“Avevo da fare.”
“Lo vedo.”

Non ha sorriso.

“Per un po’ niente cantiere.”
“Domani ho un appuntamento.”
“Domani hai un gesso.”

Ha scritto qualcosa prima di mandarmi in ortopedia.
Mi ha guardato un secondo in più.

“Vedi che solo quello, rotto, è un miracolo Domenico.”
Scossi la testa.
“Al muro è andata bene, ieri!”

La sua faccia quando l’ho detto la ricordo ancora.

Ci ho messo anni a capirlo davvero.

Non era sorpresa. Non era giudizio.

Era compassione.
Forse certe cazzate che diciamo e i tassi alcolici non hanno diretta attinenza, a ben guardare.

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3 risposte

  1. […] sembrano uscite da una pubblicità di shampoo anni ’90 ma con le mani dentro le ossa della gente. Io avevo una mano rotta — storia lunga, c’entra un muro e una quantità di rabbia mal gestita e …. Gentilezza devastante. “Guarda, credimi, non vorrei Gioia – sì mi chiamò come una […]

  2. […] primo è che da oggi, di là, parte una stagione che si chiama “Una primavera di un anno da cani”, e dentro ci stanno gessi, ortopediche infedeli, scritte sbagliate sui gessi e relazioni […]

  3. […] stato un tempo, in quella primavera di un anno da cani, che continua a tornarmi addosso anche quando penso di averla finita di raccontare, come quando […]

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