Qual è il tuo ristorante preferito?
Ci sono domande che sembrano innocue e invece sono trappole del cazzo messe lì da qualcuno che non ha mai riflettuto davvero bene ma proprio bene su quello che sta chiedendo.
Tipo: qual è il tuo ristorante preferito.
Ora, per uno come me che mangia a strafoco — e se non siete baresi la cosa va spiegata, perché non è solo mangiare tanto, è proprio una cosa di giuramento con te stesso — strafoco viene da strafocare, ma le foche non c’entrano niente, è una crasi tra “extra”, cioè proprio assai, veramente, e “affogare”, che in dialetto diventa una cosa tipo “affiquare”, cioè soffocarsi di cibo con convinzione, in modo parecchio definitivo, proprio massimamente karasho, come direbbe quel pazzinculo del protagonista di Arancia Meccanica, a metà strada tra Stanley Kubrick e Jorge Luis Borges — ecco, per uno così trovare un ristorante preferito è praticamente impossibile.
A meno che tu non sia uno di quelli che si fa fregare dalle offerte sui siti, dai coupon, dalle cene stellate a trenta euro — e allora davvero “mangiati la merda”, citazione pedissequa de Salò o le 120 giornate di Sodoma con Aldo Valletti che ti guarda negli occhi mentre lo dice e provateci ad essere Aldo Valletti e guardare qualcuno negli occhiriuscendoci e senza che lui si faccia sotto nei calzoni — oppure a meno che tu non faccia la cazzata sesquipedale di prenotare nei giorni sbagliati: Pasqua, Pasquetta — quando dovresti essere in un “loco di zi’vattinne”, dal barese, fondo agricolo di zio “vattene”, cioè di qualcun altro, a fare il picnic come un freakkettone, un raver o un padre monoreddito che prova a vendere il sogno alla famiglia mentre la moglie, vestita rockabilly una volta l’anno, mangia sul cofano in uno spiazzale Agip, IP o Q8 — Natale, Venticinque Aprile, quando dovresti stare in piazza, merda senza memoria storica.
Il punto è che se mangi a strafoco difficilmente ti ricordi i posti dove mangi male, e difficilmente entri in quelli che già da fuori sembrano una fregatura, o dove le recensioni sono palesemente pagate dai proprietari o scritte direttamente da loro, esattamente come fanno le bagasce argentine negli annunci sui siti, che poi le sgami dai refusi: “bellu”, “bucchinu”, “spactaculare”.
E quindi finisce che non hai un ristorante preferito. Hai un archivio. Un pacco e mezzo di posti preferiti. Alcuni raffinati, altri completamente no, alcuni dove ti sussurrano il menù come se stessero officiando una piece teatrale o un rito magico tipo Santa Messa e potrebbero dirti “latroiaditumà” senza che tu batta ciglio, altri che da fuori sembrano osterie senza speranza e invece dentro mangi come cucinerebbe una nonna barese quando decide di farti felice.
E ti ricrei proprio.
E in mezzo a questo archivio succedono pure cose che non sono solo gastronomia ma antropologia criminale: finisce la pasta e arriva uno scooter guidato da un soggetto discutibile di meno di quattordici anni che non potrebbe condurlo e non ha il casco e che porta orecchiette fresche fatte dalla nonna del boss, e tu capisci che il racket evolve, non è più “pagami o ti brucio il locale”, è “compra da me le orecchiette e stiamo tutti in pace”. Bari Vecchia è piena di queste dinamiche e io potrei starci ore, ma ognuno deve fare il suo lavoro: io il criminologo, loro i delinquenti, e i nomi li fanno poliziotti, magistrati e giudici, non io. Ecco perchè rispondo “No” quando la gente mi chiede “Ha paura per la sua incolumità e quella dei suoi figli visto il lavoro che fa?”: il lavoro mio se lo sai fare dai criminali sei accettato, anche a volte ben voluto.
Potrei dirvi di posti come Amarò Brasserie a Giovinazzo, che è di mio cugino e già questo basterebbe a rendere la cosa familistica, oppure del Ragno d’Oro Café sempre a Giovinazzo, con la sua anima da speakeasy, le fusion fatte bene e le serate in cui mio figlio bacia tutte le cameriere e mia moglie si atteggia sui percorsi degustazione, ma nessuno mi ha pagato per dirlo e quindi sarebbe una risposta troppo facile.
Allora vi racconto una storia.
Che sta pure dentro il mio romanzo che sta facendo il giro degli editori.
E riguarda un posto che tecnicamente è un bar ma dietro ha una cucina da guerra, con friggitrici grandi quanto un uomo. Si chiama Bar Fiore e sta a Bitonto, che è quell’agglomerato urbano che sembra contemporaneo ma in realtà è un parco tematico dell’età della pietra, con dinamiche sociali da clava e una certa inclinazione alla violenza sconsiderata e gratuita che Andrea Pazienza aveva intuito benissimo. Ah sì, pur non essendo nella selvaggia Califoggia a Bitonto e agro si parla il Pioeamedese. Con un uso di strani dittonghi ae e iu. E l’articolo determinato è sempre un Rh.
E i morti – che tra poco c’entreranno, nel discorso, si chiamano Rh Murteh. E tipo “tu” si legge “Tiiiuh” e “io” si legge “ioiieh”. E le A e le E vanno sempre aperte, anche nel corretto italiano, perchè così fuori da Bitonto, prudenzialmente, fai dire le parole “cancello” o “frazionamento” e sai con chi hai a che fare e se senti aperture strane scappi gridando “Al fuoco!” così sai che qualcuno accorre.
Torniamo a quel posto.
Da fuori non gli daresti due lire, e se sei con donne o bambini magari eviti pure di entrarci. Sbagliando.
Io ci sono arrivato perché mi fidanzai con una di Bitonto.
Ovvio, no?
Come sapete io i cattivi veri li amo fino in fondo e le cose sbagliate mi piacciono assai.
Certo, se non sei di Bitonto, dovresti evitare di fidanzarti con una di Bitonto. Ma io no. Io ci sono entrato dentro. Ed è stata misteriosamente una storia bellissima.
E frequentando le famiglie ho scoperto una cosa che non conoscevo: la veglia funebre fatta sul serio. Due giorni pieni, mattina e sera, gente che entra, saluta il morto, fa le condoglianze, resta. E in Puglia, a Bari soprattutto, non puoi far entrare qualcuno in casa senza dirgli “hai mangiato?” o più correttamente “meh mangiati qualcosa”. E allora amici e parenti stretti portano cibo. Ma non cibo qualsiasi: guantiere, sperlunghe, quantità industriali. Non si sa mai quanti arrivano, eh. Si chiamano “consoli”, dal verbo consolare. Servono a sostenere, a tenere insieme chi resta.
E il Bar Fiore era all’epoca specializzato quasi solo in questo tipo di offerta gastronomica.
Io l’ho scoperto così.
Quasi subito. In una veglia. Con un numero di parenti che sfidava ogni logica, tipo il padre erano dodici tra fratelli e sorelle, immaginati il resto.
E da quel giorno, io sono diventato due cose, a Bitonto e nella mia vita a Bitonto.
Uno: frequentatore strategico del Bar Fiore, in orari perfetti, tipo le otto di sera, prima di andare a prendere la ragazza.
Due: un ventenne insospettabilmente educato, che non si faceva mai mancare l’occasione di presentarsi a una veglia con condoglianze mie e di qualche parente annesso, inventando di volta in volta affinità, conoscenze, legami improbabili ma raccontati bene.
Ora voi penserete che questa sia una storia inventata per scrivere un post. Ma davvero credete che uno si metta a costruire tutto questo per recensire un ristorante? Se la risposta è sì, state peggio di me.
Dentro il Bar Fiore succede questo: entri per un caffè e ti trovi davanti, dopo una certa ora, espositori pieni di roba fritta e al forno che ti alzano il colesterolo solo a guardarli. Supplì, arancini — scritti così — panzarotti a schiaffo, grandi e pieni da fare male, calzoni ripieni di qualsiasi combinazione sensata o insensata, crocchette di patate e mozzarella che andrebbero prescritte endovena se il sistema sanitario fosse onesto.
E tu lì dentro non desideri il cibo. Sei disposto a diventare bitontino per averlo. Subito.
Quindi no, non ho un ristorante preferito. Ho un sistema. Ho una mappa mentale fatta di posti, persone, storie, dinamiche. E se proprio devo darvi una risposta, è questa: se passate da Bitonto, in via Ammiraglio Vacca, entrate al Bar Fiore. Adesso è pure stato rifatto e da fuori sembra quasi accattivante, che per me è un difetto, perché io sono legato alle cose che puzzano di vero. Ma dentro, sotto quella vernice, i consoli funebri old style esistono ancora.
L’ho constatato andando a Bitonto con mio figlio e mia moglie – sì, pazzo veramente – per comprare delle scarpe per il bambino che non trovavo nel mio paese e dovevo però provargliele essendo di una marca che lui non aveva mai calzato. Di ritorno e prudenzialmente prima di aver fatto quello che sempre faccio recandomi a Bitonto, anzi, tornando, cioè rassicurare chi mi vuol bene sui social con un post con una foto e in evidenza un dettaglio che dica il giorno con la scritta “E non mi hanno fatto del male” (cit.), andai da Fiore.
E tutto, in quelle vetrine, aveva ancora la stessa sostanza dei consoli funebri che tanto mi mancano.
