Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Come miglioreresti la tua comunità?

C’è stato un tempo — e sì, di nuovo, perché ormai questa cosa dell’incipit liturgico mi serve come certe persone usano i rosari o la pornografia, cioè per rientrare in uno stato mentale molto preciso — in cui qualcuno, uno di quei matti buoni che ti capitano nella vita e poi ti restano attaccati addosso anche quando non ci sono più – e solo Biododdio sa quanto mi manca, quella persona che con affetto cominciai per non più mai smettere a chiamare Zio – decise che io, proprio io, avrei dovuto fare il sindaco del mio paese.

Ma non a cazzo. A una precisa competizione amministrativa elettorale. Capite perchè anche e con enorme affetto, lo chiamo matto. Perchè lui il potere per certe discussioni e certe proposte ce l’aveva e quella non era una chiacchiera da bar. 

Così, senza ironia, o meglio, con quella forma di ironia pericolosa che a un certo punto smette di essere una battuta e diventa una possibilità concreta, una di quelle sliding doors che per fortuna si chiudono all’ultimo secondo mentre tu sei ancora lì che non hai capito se devi salire o scendere.

E quindi campagna elettorale, chiacchiere, suggestioni, io che ogni tanto, con quella leggerezza da irresponsabile consapevole, una volta ormai sicuro che non sarei stato io, il candidato, dicevo in giro — “ma sì, è una battuta… ma neanche troppo” — che in fondo il mio programma politico era molto semplice, molto chiaro, molto lineare: io sono un fanatico amatore di carri armati e mezzi da sbarco.

E già lì si capiva tutto. Soprattutto la clausola finale “Una battuta ma neanche troppo”.

Perché venivamo da un’amministrazione che aveva trasformato il paese in una specie di paradiso ciclabile, tutto piste, biciclette, gente felice che pedalava come se il problema dell’umanità fosse la postura lombare e non, chessò, l’umanità stessa — e quindi io, per equilibrio cosmico, per una specie di necessità narrativa, sentivo il bisogno di riportare dentro la comunità un po’ di acciaio, un po’ di cingoli, un po’ di peso specifico. 

Anche perchè, cazzo, lo sapete se siete affermati sostenitori del sottoscritto, io odio le biciclette e credo Satana sia annidato nei sellini delle biciclette e odio chi va in bicicletta a meno che non sia donna e non reciti controfigure o remake di Monella di Tinto Brass.

Zone carri al posto delle ZTL, per esempio. 

Oppure l’introduzione controllata del carro armato come strumento di gestione delle auto in doppia fila, sulla scia di quell’esperimento baltico di Vilnius e del suo Sindaco, che, se uno ha il coraggio di guardarlo senza moralismi, funziona benissimo.

Era una battuta, certo. Ma come tutte le battute buone, conteneva dentro un pezzo di verità operativa. Ci stava dentro, in nuce, la mia visione del mondo. 

Una visione che contrappone al dozzinale “A mali estremi, estrema destra” un molto più chiaro, semplice e comprensibile “Problemi sociali complessi? Soluzioni semplici!”

Perché il punto, alla fine, è sempre quello: io non ho mai avuto — e non ho tuttora — un approccio “carino” ai problemi. Non sono uno che crede che basti tirare fuori il meglio dalle persone, che sotto sotto siamo tutti buoni, che con un po’ di educazione civica e due panchine nuove sistemiamo il mondo. 

Io, per lavoro e per inclinazione, col peggio dell’animo umano ci mangio. Ci scrivo. Ci costruisco sopra. E a un certo punto smetti anche di considerarlo un incidente e inizi a vederlo come una risorsa.

Una materia prima.

Il peggio dell’animo umano.

E quindi sì, ogni tanto mi capita di pensare — ma proprio seriamente, con quella concentrazione un po’ fredda che si riserva alle cose importanti — a protocolli che, se li dicessi così, in chiaro, rischierebbero di turbare quelle brave persone che ancora passano di qui e che io, in fondo, rispetto abbastanza da non voler rovinare.

Ma uno lo posso anche dire, tanto ormai.

Il calcio.

La soluzione definitiva al problema ultras era perfetta nella sua semplicità: partita vera altrove, a porte chiuse, girata in diretta TV con abbonamento a prezzo calmierato inferiore al “pezzotto” di contrabbando napoletano o bulgaro – perché lo Stato e il ministero dello Sport si dotano di una TV che acquista i diritti. 

E nello stadio dove si sarebbe dovuta giocare quella partita, immagini proiettate, tifoserie dentro, libere di fare quello che già fanno — ma finalmente in maniera funzionale — finché non ne resta una sola. Senza alcun povero operatore di pubblica sicurezza a fare il mediatore culturale.

“Le porte saranno riaperte solo alla definitiva fine delle ostilità! Il diritto penale a porte chiuse è sospeso!”

A quel punto hai risolto due problemi in uno: hai una tifoseria sopravvissuta, quindi statisticamente più gestibile, e soprattutto hai eliminato l’altra. Se riproponente la cosa estendendo all’intero campionato vi accorgerete con plastica serenità che nel giro di un anno di calendario, anche meno, imo problema ultras sarebbe debellato. Avresti una tifoseria campione d’Italia, quella sopravvissuta, che si aggiudica il titolo. E con esso: lavori forzati, detenzione, quello che serve. 

Ma intanto hai ridotto il rumore di fondo.

È brutto? Sì. È efficace? Anche.

E soprattutto: non è nemmeno così lontano da come il mondo funziona davvero, solo che di solito lo fa senza dirlo, con una patina sionista sopra che serve a far dormire meglio la notte chi ha bisogno di raccontarsela e chiamare democrazia lo stato terrorista di israele.

Io quella patina lì non ce l’ho mai avuta.

O meglio, ce l’ho, ma la chiamo versione ufficiale. E la lascio usare ad altri.

Quella  si costruisce dopo. Sempre dopo.

Prima, invece, c’è un’altra cosa. Più semplice. Più antica. Più onesta, se vogliamo.

Più mia.

Mettere in sicurezza chi puoi salvare davvero — che sono sempre meno di quelli che raccontiamo — e lasciare che il resto si consumi fino a ridursi a qualcosa di gestibile. Perché se hai due problemi che si alimentano a vicenda, non ha senso buttarti in mezzo a dividerli come un animatore del villaggio turistico dell’inferno. Ha molto più senso fare un passo indietro, proteggere il perimetro, e aspettare che uno dei due smetta di esistere.

A quel punto te ne resta uno solo.

Ed è stanco. Ed è reale. Ed è, finalmente, affrontabile in sicurezza e con la metà delle energie.

Se ci pensate, è esattamente così che siamo andati avanti sempre. Come sistema, come specie, soprattutto come paese. Ovvio, senza che voi cittadini lo sapeste. Perchè avete firmato un mandato in bianco attraverso i vostri rappresentanti a quelle stesse persone che mi hanno formato. 

Quelle che si occupano dei servizi.

Quelli sporchi, le mutande da lavare. Le cose brutte da fare che lo stato ha bisogno vengano fatte ma non può dirlo. E quando a formarti sono loro, la parola deformazione professionale quando guardi il mondo è dietro l’angolo. 

Solo che ogni volta finisci per quieto vivere a raccontare in giro una storia diversa, più elegante, più digeribile, più… ciclabile. Dai, certe cose meglio non raccontarle al giropizza con la comitiva dei genitori dei bambini della classe di tuo figlio. 

Io, però, nel dubbio, continuo a pensare ai carri armati.

E questo, credo, vi basti per farvi un’idea abbastanza precisa del tipo di persona che sono diventato.

Non una bella persona, ecco.

Ma, nel suo piccolo, coerente.

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7 risposte

  1. Avatar Tiziano Onor

    Come sempre, una spanna sopra gli altri… Senza niente togliere agli altri!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Di cuore grazie!

  2. Avatar Sandro Battisti

    Bici e monopattini, se fossi guardia, li multerei a nastro

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non esisterebbero, se fossi Ministro dell’Igiene – sociale.

  3. Avatar valy71

    Ma non sei trucido, non lo sei per niente!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Merci in francese

  4. […] E in quel momento faccio un giuramento serio, più serio di quelli fatti davanti alla Playstation: mai più compromessi con il demonio delle due ruote. […]

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