Come ti vedi tra 10 anni?
Come ti vedi tra 10 anni?
Intanto mettiamo subito una cosa in chiaro, così evitiamo equivoci da salotti di zoccoleborghesi e aristocrazia con le corna e i mariti segaioli: questa domanda è una stronzata maleducatissima travestita da probabile profondità.
Lo dicono pure nel “Piccolo galateo” di memoria fascistissima e Gentiliana che non si fanno domande apparentemente educate che in realtà sono solo modi col culo imbellettato per mettere a disagio la gente. Perché non si chiede a un essere umano — soprattutto delicato come una donna ma pure burbero, stronzo e scontroso come me visto che sta la parità di genere che è massimamente scimmiottare il peggio degli uomini — di immaginarsi più vecchio.
Ah, sì, “Maturo” non attacca, stronzomedrone di WP: è un’edelcorazione borghese e simil woke che mi fa ancora più schifo.
Però i prompt sono esercizi.
E come a Natale: questo è Natale e così te lo prendi!
Quindi rispondo.
Partiamo dal fisico, che è la prima cosa che tutti pensano e che io vorrei evitare come la peste.
Non ho grandi speranze. Se uso quei software tipo FaceApp o simili per invecchiarmi, vedo un me stesso imbolsito, un po’ appeso, ma comunque grosso.
Non grasso, eh: grosso.
Presente.
E già questo è qualcosa. Non mi entusiasma, sia chiaro, anche perché ho fatto il callo per anni alle donne più grandi che mi definivano “bello e tenebroso”.
Il problema è che quel tipo di bello funziona per generazioni che non sono più la mia.
Avrei dovuto nascere trent’anni prima, perché le mode — anche quelle estetiche — girano a cicli.
E io sono capitato nel giro sbagliato.
Capiamoci: adesso le coetanee di mia madre – che sono quelle che dicono di me “bello e tenebroso” cercano, giustamente, un badante efficiente.
Quelle più giovani e quindi più vecchie di me di dieci anni, cercano uno che magari abbia pure un’aria vissuta, ma poi a letto deve essere un ventenne sotto steroidi.
E io quella roba lì non ce l’ho più.
Né la foga, né la resistenza. E lo ammetto – io almeno.
E qualcuno me lo aveva pure detto che l’avrei pagata l’iperattività monomaniaca — non maniaca, attenzione — tra i 15 e i 35. Aveva ragione, stronza!
E io che pensavo fosse solo vendetta per le corna che le avevo messo per sei anni!
Tolto l’aspetto estetico — che però ve l’ho spiegato lo stesso, perché già vi sento — resta la struttura.
Il metabolismo rallenta, il karate non è aerobico come sport e tutti i maestri veri hanno la panza da camorristi – e anche se sto cercando di stare lontano dalla droga più potente del mondo — il pane, i lievitati, tutto ciò che esce da un forno — da un anno a questa parte, non è che cambi il mondo.
Tre litri d’acqua al giorno, disciplina, tutto bello, ma il corpo se ne fotte a quel Biondoddio.
Quindi l’obiettivo è semplice: restare robusto.
Massiccio. Presente.
Non quella mollezza oscena da cosce che si sfregano e pantaloni che cedono come se dentro non ci fosse più nulla, solo due caciocavalli podolici messi lì a cuocere in faccia a quel clone malriuscito di Klaus Kinsky che è Lollo.
Che ok, non devi andare a caccia ogni giorno, ma un minimo di dignità, pure davanti a tua moglie che è più giovane di te di otto anni, eccheccazzo.
Sul lavoro, invece, sogno.
E sogno pure in grande.
Vorrei convincere un editore serio — uno di quelli per cui vale la pena mollare tutto il resto — e smettere di fare lavori di esposizione al male per iniziare solo a raccontarlo. Ma per davvero, per il grande pubblico.
Perché il problema dei lavori settoriali è sempre quello: quanto è probabile che la tua nicchia diventi interessante per tutti? Poco. Però, se piace come scrivo, magari posso scrivere anche altro.
Non sono condannato al recinto.
Quindi sì, tra dieci anni mi vedo romanziere.
Non “scrittore”, che ormai lo sono tutti: gente che non legge un cazzo e pretende di insegnarti come si scrive. Romanziere. Uno che almeno un libro nuovo all’anno lo legge e che magari si è fatto pure una base di classici, che non guasta. Almeno venti, eh?
Nel privato?
Peggiorato, ovviamente. Più caustico, più disilluso, più sarcastico, più stronzo.
Perché le cose buone, invecchiando, migliorano.
E quelle sono tra le migliori che ho.
Mi piacerebbe dire anche più rivoluzionario, più violento nell’essere umano, ma non so quanto sia credibile un quasi sessantenne che rovescia una scrivania in testa a qualcuno tipo un Bocchino, un Sechi, una Chirico o qualche altro improponibile.
Anche se la tentazione, ogni tanto, resta.
Quello che davvero mi auguro è altro: essere ancora un marito e un padre felice.
Capace di ridere degli spigoli che ogni tanto scintillano tra me e mia moglie. Capace di esserci nella vita di mio figlio, non come esempio — perché di cazzate ne ho fatte abbastanza — ma come presenza. Come uno che gli insegna due cose fondamentali: dirmi NO! quando serve (punteggiatura inclusa), e dire VOGLIO invece di devo quando parla del suo futuro.
Ah, sì: possibilmente vivo.
E in salute non precaria, grazie.
Ma soprattutto lucido.
Perché già adesso vedo gente che a sessant’anni sbarella male, e quella è una cosa che mi fa molta più paura delle rughe o della panza. Perchè se non fossi lucido, ho già dato disposizioni perchè mi soffochino nel sonno.
Non scherzo. Lo dico anche qui, lucidissimo!
Non c’è un fine vita chiaro, in Italia, e non amerei sapere che su di me si compiono scempi e sciacallaggi i più vari.
Se tra dieci anni sarò come ho scritto più su, comunque, posso dirmi soddisfatto.
Onestamente.
