Il problema è che io avevo capito troppo tardi che quello non era un set. Era una trappola con le lenzuola sudate. Me ne sono accorto dall’odore. Prima ancora delle facce. Un odore denso, caldo, appiccicato ai muri. Sudore lavorato male, deodorante economico, pelle che ha fatto straordinari senza tutele. Un odore che diceva: qui dentro è già successo qualcosa e non si tornerà indietro.
Il produttore — che era anche regista, attore di riserva, tecnico luci, addetto stampa e idiota professionista — parlava. Parlava sempre. Anche mentre mi sistemavo. Diceva che era normale. Che nell’hard amatoriale il vero preliminare è il caos. Che il letto, i corpi, le pose, le inquadrature storte, i preservativi buttati sul comodino come coriandoli post-festa patronale erano solo riscaldamento.
Aveva anche garantito che la signora che si prestava a girare la scena con noialtri – 5 uomini, produttore toscano incluso – era una sex-worker autonoma, navigata, non coniugata nè in relazione con alcun affetto stabile (ok l’ha detto ma non proprio con queste parole; più puttanone, cornuto e avanti andare).
Allora è arrivato il rumore.
Poi quel binomio bisdrucciolo di parole: mio e marito.
Niente cielo, prima.
Una bestemmia sì, però.
Una roba che teneva insieme la vergine Maria, due pastorelli, la nonna del produttore e due cariole.
Ricordo l’armadio: era aperto.
Vuoto. Troppo vuoto. E Troppo usato dal set e sfasciato per essere utile.
La finestra dava sul sesto piano.
La fuga verticale diventava improvvisamente filosofia morale.
Sedie ovunque.
Una rovesciata. Una con una cintura sopra.
Un manico di scopa che non ricordavo di aver visto entrare – non nella sex worker, almeno.
Un treppiede ora brandito come arma contundente.
Un dildo dimenticato sul tappeto che nessuno voleva guardare ma che qualcuno già pensava di acciuffare. Vuoi mai andava bene tipo crocefisso nell’Esorcista?
Poi la porta.
Il rumore della porta.
Quel rumore che non è un rumore. La sna sentenza.
Io penso subito che tra cinque minuti sarò morto.
O denunciato.
O su un gruppo WhatsApp di paese.
O tutte e tre le cose.
E qualcuno dice “merda”.
E qualcuno dice “calma”.
E qualcuno afferra una sedia come se fossimo a un torneo medievale sponsorizzato da Pornhub.
Io no. Io sono fermo. Con le mani vuote. Nudo nel senso più ampio del termine.
Il produttore mi si avvicina, sudato, con quella faccia da uno che ha già preso schiaffi nella vita e li considera esperienza formativa, e mi sussurra:
“Questo è il mestiere. Il vero battesimo di fuoco non è stato il letto. Il bello ci viene addosso adesso.”
E sottolinea la parola viene.
E io capisco che non sono entrato in un porno.
Sono entrato in una storia che non si monta.
Si subisce.
Riccardo Belusci, 56 anni, nato e cresciuto tra la provincia di Pisa e una serie di errori ben distribuiti nel tempo. Psicoanalista di formazione freudiana classica, con una predilezione mal dissimulata per le zone grigie della pratica clinica: quelle dove l’ascolto diventa curiosità e la curiosità rischia di diventare appropriazione indebita. Dice di rispettare il segreto professionale, ma annota tutto su quaderni che non etichetta mai. Sostiene che scrivere “a caldo” sia terapeutico. Per chi, non è mai stato chiarito.
Veste trasandato con metodo, frequenta bar di periferia dove non va nessuno che abbia davvero qualcosa da perdere, beve amari troppo secchi e colleziona prime edizioni di manuali di psicopatologia annotandoli come fossero diari intimi. Ossessivamente puntuale con i pazienti, sorprendentemente disordinato con la propria vita. Appassionato di pornografia vintage “per ragioni culturali”, sostiene, e di pedalate lente su strade secondarie, dove nessuno può riconoscerlo.
Ha avuto più relazioni di quante ne ammetta e meno scrupoli di quanti ne prescriverebbe la deontologia. Dice di non pubblicare più nulla da anni. In realtà, continua. Solo in posti dove non dovrebbe. Tipo qui, per interposta me.
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Se mai doveste raccontare qualcosa di simile a qualcuno, pensate bene a chi non lo direste mai.
E poi, con calma, scrivetelo lì sotto.
