Quali sono i tre oggetti senza i quali non puoi vivere?
TRE OGGETTI, UNA DISCIPLINA, UNA RESA
1. Il mio iMac ultima generazione
Non è un computer. È tipo l’altare troppo laico tipo museo di un giuramento.
Io non mi alzo da quella sedia senza aver scritto almeno 35.000 caratteri. Pure a Natale. Come Zanetti che si allenava pure a Natale e pure il giorno del matrimonio si allenò e per questo anche dopo gli infortuni tornava sempre in anticipo sulle prognosi in campo.
Non parole. Caratteri. Spazi inclusi.
È un mandato che mi sono dato da solo. Una forma privata di tortura contrattualizzata con me stesso. A cottimo.
Non sono Jack Torrance davanti alla macchina da scrivere. Non batto ossessivamente “il mattino ha l’oro in bocca”. (Frase che da bambino capivo come “il mattino a loro imbocca” e mi chiedevo: chi sono loro? e cosa imbocca esattamente il mattino? Una brioche? Un cucchiaino d’oro? sì all epoca ero meno triviale anche se oggi vi programmeró un post sbloccandomi un ricordo).
Io adesso al massimo scrivo cose più triviali. Più sporche. Più vere.
Tipo:
“casso in cooolo non fa figli ma fa male se lo pigli”.
Che — con le dovute correzioni ortografiche — è anche il titolo di un film che costò all’attore protagonista toscanissimo una serie memorabile di scappellotti dal marito dell’attrice protagonista.
Eppure, dentro quei 35.000 caratteri ci stanno articoli, consulenze sulla criminalità, materiali per progetti nelle scuole sull’antimafia, storie della Camorra barese.
E ci sta la scrittura mia. Quella che per ora e sottolineo per ora non fatturo. Quella che mi tiene vivo.
L’iMac è la ghigliottina e il pane.
È il luogo dove produco reddito e penso di darmi senso.
È il banco di lavoro e il banco degli imputati.
2. Il mio iPhone 15
Per uno che lavora dal suo bunker domestico, il telefono non è un accessorio.
È l’arteria principale.
Call. Zoom. Webinar.
Ma soprattutto le chat con le guardie dei cancelli. Quelli che sanno.
Quelli che parlano poco ma dicono le cose giuste.
Dentro l’iPhone c’è anche la fotografia — altra ossessione, altra via di fuga.
E dentro c’è il Kindle. Non per moda. Per sopravvivenza immobiliare.
I libri sono bellissimi. Profumano. Pesano. E hanno il fastidioso vizio che occupano spazio.
Se ne leggi tanti hai tre possibilità:
Vivi in un castello.
Usi un Kindle.
Fai come i nazisti e li bruci.
Io non vivo in un castello. E non sono nazista. Quindi leggo digitale. Compatto. Senza dover sacrificare metri quadri alla mia bulimia di pagine.
L’iPhone è la mia biblioteca compressa, la mia redazione mobile, la mia centrale di intelligence. É il mondo che vibra in tasca mentre spero non mi scappi da cacare. E anche se mi scappasse, mi porto il cellulare e sono ok.
3. I miei Ray-Ban da presbiopia, modello con l’ombra di Gianni De Michelis La presbiopia è arrivata senza trattativa. Tipo prostituta che ti si infila in macchina assolutamente non voluta approfittando che sei distratto in coda al semaforo.
Io ho risposto con una montatura che omaggia Gianni De Michelis.
Non perché io sia mai stato socialista. Ma perché non abbiamo simboli migliori di una certa Italia: lucida, controversa, danzante sull’orlo del baratro con sicurezza granitica.
Quegli occhiali sono dichiarazione di stile e provocazione. Pentapartito nella plastica.
Ottanta nelle linee. Autorità immotivata nello sguardo. Li metti e sembri sapere tutto. Li togli e non riesci a leggere un messaggio.
Sono la resa biologica al fatto che stai diventando grande tuo malgrado trasformata in postura politica.
Tre oggetti.
Un iMac che mi tiene inchiodato finché non sanguinano i polpastrelli. Un iPhone che mi collega al mondo e mi salva dallo spazio fisico dei libri. Un paio di Ray-Ban che trasformano la presbiopia in dichiarazione ideologica.
Non potrei farne a meno.
Ed è questa la parte isterica, sporca e crudele: non sono oggetti.
Sono condizioni.
E contraddizioni, a voi piacendo.
