Quali esperienze nella vita ti hanno aiutato a crescere di più?
Quale esperienza mi ha fatto crescere di più?
Quella in cui mi dovevo sposare e poi mi è scappato da cacare.
Sapevate che arrivava il momento, no?
Non è una battuta da antibagno di autogrill, comunque. È fisiologia pura. Cacare, avete letto bene.
È quel momento in cui stai per fare una cosa solenne, definitiva, con l’abito mentale stirato, quello buono della domenica e delle feste buone e del matrimonio, e all’improvviso il secondo cervello, cioè l’intestino – a Bari le ‘ndrame – dice no.
Non ora. Non così.
E il mondo si mette di traverso e il film che era bello si guasta. Si blocca.
Si brucia la pellicola. Puzza di plastica. Alfredo il protezionista rimane cieco (cit.)
La cosa più violenta è che quella storia, prima, funzionava.
Funzionava davvero.
Due anni pieni. Densi. Non da adolescenti emotivi. Da giovani adulti. Io che finalmente uscivo da una stagione di caos e mi sentivo allineato. Lei complice. Supportiva. Capace di stare dentro le mie stranezze senza psicanalizzarmi per forza.
Mi sembrava di aver trovato la persona con cui potevo smettere di spiegarmi.
Ed è un jackpot di culo totale, quella roba.
La proposta a Monopoli — il gioco, non la città — è stata la cosa più nostra possibile.
Banconote finte. Proprietà. Amici intorno al tavolo. Io che faccio finta di comprare un terreno e dico: “È una proposta che non puoi rifiutare.” Applausi. Risate. Nessuna retorica. Zero ginocchia piegate al rallentatore. Solo ironia e decisione.
Il film era bello.
Poi non è successo niente di clamoroso.
E ancora non mi scappava da cacare, però. Nemmeno una loffetta di preavviso o una marmotta che faceva capolino dalla tana, niente.
Ed è così che iniziano le frane.
Un accumulo.
La genitrice.
Cattolica non da rosario da comodino ma da muro portante dell’universo.
La chiesa come sistema operativo. Ma versioni vecchie assai, tipo Pio IX.
Il parroco come psicologo, notaio, consulente spirituale, direttore dei lavori.
Il giudizio altrui come ossessione permanente.
Il matrimonio come sacramento, evento, investimento, performance sociale con contabilità incorporata.
Il regalo come asse ontologico della promessa.
La salsa fatta in gruppo come rito tribale per verificare che il maschio sia degno di entrare nella stirpe.
Le abitudini elevate a teorema.
Le consuetudini trattate come leggi naturali.
Io le chiamo perversioni. Sì.
Lo so che suona aggressivo. È voluto.
Perché quando un sistema simbolico ti entra sotto la pelle e pretende di definire il perimetro della tua coscienza e dire lui, da fuori, a te stesso in persona, chi cazzo sei, quando il rito viene prima della volontà, quando devi adeguarti per non disturbare tutta la coreografia pensata da altri, per me quella è una perversione elegante, ben vestita, ma pur sempre perversione.
Il punto di rottura è stato il rito.
Io ateo.
Battezzato quando non avevo nemmeno i denti e questa storia pure ve la racconterò se arriva il prompt giusto. Sbattezzo richiesto con raccomandata AR e mai arrivato.
Non credo. Non voglio fingere.
Propongo un rito misto. Ammesso dallo Stato. Ammesso dalla Chiesa.
Non una provocazione.
Un sacerdote stesso me lo propone: impegno civile pieno, presenza in chiesa senza giurare religiosamente ciò che non credo.
Per me era l’unica cosa pulita.
Se giuro davanti a un dio in cui non credo, sto facendo teatro. E se sto facendo teatro, per me è facilissimo, con piena coerenza, ottenere l’annullamento di quella roba, perché ho giurato a cazzo e sotto costrizione simbolica. Il rito misto invece mi legava davvero.
Civilmente. Totalmente. Senza scenografie mistiche.
Stallo a spiegare ai perversi.
Non era un piano. Non era un’intenzione nascosta. Era logica.
Era rispetto dell’altro e del momento, prima di tutto.
La logica è stata trattata come minaccia.
Contratti prematrimoniali evocati dal nulla. Diffidenze preventive. Come se fossi un potenziale contenzioso ambulante. Come se la mia coerenza fosse un bug da correggere prima del lancio ufficiale. Contratti prematrimoniali senza che dall’altra parte fosse stato scucito nulla, per altro. Quindi, esattamente, che prematrimonio e che contratto?! Mai fu chiarito.
Intanto io avevo il pavimento che mi cedeva sotto i piedi altrove.
Quindici anni di studio in una materia che amavo – criminologia. Dottorato passato. Tutor che ti dicono: forse tra quindici anni. Concorsi regionali decisi prima di iniziare. Future in Research in Puglia come esercizio pratico di demolizione delle aspettative. A come sono arrivato a riprendermi ci arriveremo in altri post e sarà avvincente: stay tuned.
Mi prendo per svernare un locale da bere. Anche se era Estate.
Birra. Gente. Funziona. Io che finalmente sento che qualcosa risponde. E quando qualcosa risponde, io penso a consolidare. All’inverno. Alla continuità. Non per ingordigia. Per non farmi risucchiare di nuovo.
La risposta che mi arriva è secca: non ti accontenti mai. Sei avido. Sei ingordo. Cerchi scuse per non stare a casa.
Quella frase è stata una rasoiata sotto le palle, ma pulita.
Perché io stavo cercando di rimettermi in piedi. E mi sono sentito raccontare come il problema. Non sostenuto. Non capito. Giudicato.
La complicità si è sfilacciata lì. Non con un urlo. Con una crepa.
Lei più presente, ma in modo sbagliato.
Più controllo. Più scenari paranoici.
“Io chiusa in casa mentre tu sei al bar.”
Come se il mio lavoro fosse un tradimento preventivo.
Come se la mia voglia di continuità fosse una fuga.
Non è stato un gesto eclatante.
È stato un lento decadimento della stima.
E quando la stima cade, l’amore resta appeso come un poster che si stacca dagli angoli.
Ho chiuso quella storia. Sbam alla porta e basta.
Spoiler, gli annullamenti li ho pagati tutti.
Dopo sono diventato una versione peggiore di me.
Freddo. Funzionale. Brutale.
“Se ti sta bene, per me va così: se sento il bisogno sono fuori in 60 secondi.” Lo dicevo. Non mentivo. Ma era una forma di autodifesa tossica. Ho dovuto impormi quattro mesi di isolamento totale per non diventare definitivamente cinico.
Quando racconto quell’anno uso sempre la stessa frase: nel 2015 mi dovevo sposare, poi mi è scappato da cacare.
E “ti è scappato da cacare” per me è chirurgico: quel momento in cui senza motivo apparente il mondo si mette di traverso e il film che era bello si è guastato, ma male e almeno per un po’.
Anni dopo rivedo una scena di Grey’s Anatomy. Arizona chiede a Callie di sposarla. Un camion le prende in pieno. Impatto secco. Ossa. Sangue. E poi la puntata musical. Il dolore che diventa canto, coreografia, redenzione televisiva.
Nella vita reale non c’è la puntata musical.
Non c’è coreografia.
C’è il rumore del metallo che ti rimane in testa.
Poi mi sono sposato davvero.
In Puglia, da pugliese. Dove il matrimonio medio è un esercito di invitati e una messa in scena collettiva. Noi sedici. Sedici. Non per risparmiare. Per sottrarci. Per sabotare l’idea che il matrimonio debba essere una prova sociale. I miei genitori invitati, certo. Ma un giorno siamo andati in Comune, senza dire niente a nessuno, a bloccare la data. E solo dopo abbiamo avvisato tutti via Facebook.
Prima l’atto. Poi la notifica.
Nessuna architettura imposta.
Nessuna perversione rituale.
Nessun sistema simbolico che si prende la scena.
Solo scelta. Nostra.
La crescita non è stata diventare migliore.
È stata diventare allergico all’accumulo.
All’ipocrisia elegante.
Alla pressione travestita da tradizione.
Ho capito che l’amore senza alleanza è scenografia.
Che il supporto è stare dalla stessa parte quando sei fragile, non quando sei brillante.
Che la coerenza non si negozia per non disturbare la madre, il parroco, il vicinato.
E che quando ti è scappato da cacare non è una gag volgare.
È il corpo che si ribella a una promessa che stavi cercando di ingoiare controvoglia.
Quella è stata la crescita.
Non luminosa.
Non edificante.
Strutturale.
