Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Sto in debito con voi di una storiaccia da festival.
Una roba atroce e tremebonda.

No, non quella volta che investirono la mia tenda in campeggio mentre dentro stavo praticando attività ginnico-ricreative incompatibili con la quiete pubblica insieme alla famosa “ragazza del campeggio di Mortellaro” — che ormai, dopo una settimana, nessuno chiamava più col suo vero nome ma solo così, tipo personaggio leggendario di una saga fantasy erotico-salentina — no, quella resta congelata lì per altri tempi.

Oggi parliamo di una faccenda peggiore.

Perché quella sera, al festival rock che organizzavamo in quel fantastico paese col nome che finisce come il buco del culo — e che noi amavamo moltissimo proprio per questo, perché certi toponimi sono già programmi politici — successe una cosa che all’epoca sembrò da fine del mondo.
Ma dovete capire il contesto storico: erano diciassette o diciotto anni fa.
Non stavamo ancora bombardati ogni giorno da cinquanta notizie identiche di atrocità sessuali, violenze, abusi, robe oscene raccontate coi toni della televendita delle pentole antiaderenti.
All’epoca certe cose sembravano davvero eccezionali, mostruose, da tragedia greca. Oggi invece il cervello medio, devastato dalla sovrapproduzione di orrore seriale, reagisce tipo “eh vabbè, dispiace”.
Perché quando ti sparano addosso mille notizie identiche e nessuno cambia niente, il cervello smette di registrare il male e lo trasforma in rumore di fondo.
Tipo il traffico.

Tipo Studio Aperto.

Comunque il festival era finito da un paio d’ore.
Seconda serata. Concerti conclusi, soldi contati male come sempre, gente seduta in cerchio a dire stronzate da caserma del cazzo, chi sbevazzava, chi filosofeggiava sulla musica indipendente pur suonando di merda, chi fumava canne con l’intensità spirituale di un monaco tibetano e io, ogni tanto, che sparivo nei bagni o dietro qualche struttura a fare boiate con qualche “ragazza/amante” dell’edizione corrente — tanto la tipa che non mi permetteva di lasciarla non c’era, era già andata via e soprattutto sapeva benissimo che tanto sarebbe successo qualcosa del genere. E quindi io e una mia amica – non amante – che chiamavo contemporaneamente Elliot ed ET — recuperatevi gli altri post se no qua vi perdete la lore peggio della Marvel — stavamo andando verso la macchina a prendere cornetti, perché da noi il concetto di “finire bene la serata” implica carboidrati e diabete. E sentiamo un mugolio.

Ora, attenzione: non un muggito da mucca vera. Una roba più bassa. Più triste. Tipo vitellino mezzo morto che sta lasciando il mondo ma con educazione, senza disturbare troppo. Un “uhhhh…” dimesso, trascinato, da creatura che soffre ma pensa “vabbè magari se faccio poco rumore passa”. E noi ci fermiamo. E ci dirigiamo verso il mugolio. E lì troviamo questa ragazza mezza svestita, mezza vestita, rannicchiata tra le aiuole alte, a pancia sotto, in posizione fetale, pantaloni alle ginocchia, mutande alle ginocchia, tutto il resto di fuori, maglietta strappata dietro. Elliot si irrigidisce subito. Io guardo la scena, guardo lei, riguardo la scena e dico: “Non farmi guardare”. E lei: “Sì bravo allontanati, l’hanno stuprata di sicuro, se vede un uomo…” — che obiettivamente aveva pure senso come riflessione. Nel dubbio meglio evitare facce maschili addosso a una persona traumatizzata. E mentre mi allontano le dico pure “non toccarla!”, perché io c’ho questa convinzione cinofila — non sono una bestia, è che coi cani ne capisco — che se uno ha appena subito qualcosa di traumatico, pure un contatto gentile rischia di sembrare una aggressione.

Lei annuisce serissima. E dettaglio importante: eravamo entrambi non ubriachi ma ben bevuti. Quella lucidità alcolica che ti fa sentire intelligentissimo mentre stai per prendere decisioni da cretino da manuale. E quindi lei fa: “Ehi?”. Nessuna risposta. “Scusa?”. Nulla. “Cara?”. Niente. “Oh, stai bene?”. Silenzio totale. Nemmeno il mugolio. E lei si gira e fa: “Oh cazzo è morta”. E io: “No, mugolava”. E lei: “Che cazzo significa mugolava?”. E io ancora oggi non so che cosa volessi dire davvero quando risposi quella frase, ma siccome la dissi mi è rimasta addosso come una bestemmia privata: “Boh… faceva tipo la vacca”. E lei subito: “Sei un coglione Domè!”. E io provo pure a spiegare che le vacche fanno davvero quel verso lì. E lei: “Una viene stuprata e diventa vacca?”. E lì già capii che certe persone erano femministe molto prima che il resto di noi imparasse pure solo il vocabolario.

A un certo punto lei fa: “Chiamo il Segretario?”. Ora, siccome eravamo ARCI o ACLI o una di quelle robe lì dove ci stanno sempre incarichi che sembrano il Politburo sovietico ma applicato alle birre Moretti e ai concerti ska, noi avevamo davvero un Segretario. Che in realtà si chiamava Tommaso ma noi chiamavamo “il Segretario” per sfottere il fatto che fosse mite, composto, uno che sembrava nato per fare verbali e calmare risse. Però lei subito fa no con la testa da sola. Dice che va a chiamare la tesoriera. E io: “No vacci tu che io qua non ci resto da solo. Se questa si sveglia e urla, con la fama che mi porto dietro qua dentro, finisce che mi linciano”. Perché già all’epoca ero noto come vecchio porco, portinaio, trafficante di relazioni umane e altre gloriose qualifiche sociali. E glielo spiego. E lei invece fa: “No io ho paura… mi fa senso lei…”. Che ancora oggi non so cosa significasse precisamente “mi fa senso lei”. La vittima? Il trauma? Le tette di fuori? Mistero.

Allora troviamo il compromesso intelligente: mandiamo un messaggio a un’altra nostra amica chiedendole di venire piano, discretamente, e portare una bottiglia d’acqua. Perché io sono convinto che l’acqua sia taumaturgica contro tutto. Trauma, febbre, panico, guerra nucleare, stitichezza, possessione demoniaca. Acqua e passa tutto. E infatti mandiamo questo messaggio criptico tipo operazione NATO: “Vieni subito-discreta-porta acqua”. E quella arriva con dodici persone al seguito. Ovviamente quasi tutti maschi. Guardoni del cazzo. E si crea il capannello. E io: “Ma andatevene!”. Però siccome rimanevo io, rimanevano pure loro. Che è la dinamica sociale del disastro: nessuno vuole sembrare il più curioso ma tutti vogliono vedere.

Una prende un asciugamano e la copre. Un’altra riesce a svegliarla. Questa apre gli occhi confusa. Biascica cose. Elliot si gira verso di me e fa sì con la testa, confermando la teoria dello stupro. E io mi giro e sussurro: “Vaffanculo che cazzo… a un concerto fanno ste cose…” perché mi sentivo proprio una merda cosmica. E lì il mio amico — quello dell’ananas in gola dell’altra storia — mi guarda, fa con la mano il gesto universale del “fottere” e io annuisco piano. Fiducioso nel fatto che siamo tra adulti. E lui invece, completamente devastato dall’alcool o dall’emotività, urla fortissimo: “COSA??? L’HANNO STUPRATA???” Ma forte eh. Dolby Surround. THX. 110 decibel. Tipo allarme antiaereo.

Silenzio tombale. Finestre che si accendono. Gente che si affaccia. Mezzo paese col nome da buco del culo pronto a sputtanarci nell’intero ano terraqueo della provincia. E dopo mezz’ora di bestemmie, mezze voci e caos organizzato, finalmente scopriamo la verità atroce e tremebonda nella sua banalità assoluta: nessuno l’aveva violentata. La tipa era semplicemente ubriaca come una petroliera russa. Si era allontanata dal gruppo per pisciare. Ma invece di andare ai bagni era finita tra i cespugli. E lì, accovacciandosi, aveva perso l’equilibrio. E poi si era addormentata mentre si stava pisciando addosso per colpa dell’alcool. Fine del mistero.

E il capolavoro arriva dopo. Perché i suoi amici — più devastati di lei — nel frattempo se n’erano andati in macchina dimenticandosi letteralmente della sua esistenza. Non si erano contati bene. E lo scopriamo chiamando un numero che lei biascica dal terreno “perché qui si sta freschi”. E il tizio risponde: “Perché chiami che stai in auto?”. Silenzio. Poi urla: “OH CAZZO L’ABBIAMO LASCIATA AL FESTIVAL”.

E questa cosa mi ha ricordato un’altra festa successa anni dopo dentro quella nostra specie di discoteca autogestita per alternativi, tossichelli da centro sociale, universitari pseudointellettuali e fauna varia della provincia depressa. Una delle prime feste “inclusive” della zona — inclusive nel senso che ci stava dentro chiunque senza che nessuno rompesse troppo il cazzo su come ti vestivi, con chi andavi a letto o che musica ascoltavi. E quella vicenda, per strane associazioni mentali che solo il mio cervello marcio sa fare, mi ha riportato a un’altra storia con risvolti familiari e parentali ma non miei. E da quella storia ancora a cascata mi è tornato in mente pure quel capodanno della festa delle mille birre quando io rincasai alle sette del mattino e mio padre in quello stesso istante stava uscendo di casa e mi guardò come si guarda un reduce di una guerra chimica ma che odora di vodka, fumo e würstel del paninaro.

Ma quelle, davvero, sono faccende per altri post.

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2 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Un gran casinò per la tipa caduta mentre faceva pipì 😳

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Alla fine tanto rumore per nulla

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