Bari, o provincia — e poi davvero cambia poco, perché certe cose non hanno bisogno di un indirizzo preciso ma solo di una sufficiente concentrazione di giovinezza, bottiglie e pessime idee — e una festa.
Non una festa qualunque, ma una di quelle che, quando finiscono male, vengono poi raccontate con la solita formula da cronaca nera: morte assurda, tragica, incomprensibile.
E subito dietro, ordinata e sconvolta, la processione delle domande.
Com’è possibile.
Perché nessuno ha visto.
Come si fa a morire così.
E il punto è che spesso una ragione ci sarebbe anche. Solo che per trovarla bisognerebbe smettere di fingere che il nostro passato sia stato una specie di laboratorio sociale con qualche birra tiepida e musica brutta in sottofondo. Bisognerebbe guardarlo bene. E noi, quella cosa, non la facciamo quasi mai.
Per anni ho frequentato una villa dentro cui viveva un’entità amministrativa di quelle che in Italia prosperano nella nebbia.
Un circolo, sì. Ma non si è mai capito bene se fosse Acli, Arci o una terza sigla partorita per ragioni fiscali e opportunità tattica. Sulla carta: associazionismo. Nella pratica: copertura più o meno decorosa di una discoteca per chierichetti comunisti con il vizio di farsi le canne.
Ci si andava per ballare, rimorchiare, sbevazzare, passare il tempo come lo passa una certa gioventù quando scopre che l’autogestione è una parola meravigliosa finché nessuno ti chiede chi sia il responsabile civile.
In quel posto, naturalmente, si facevano anche feste.
A volte chiuse, riservate ai soli soci, che è un modo elegante per dire che all’ingresso c’era una finzione e dentro succedeva la vita vera.
E l’alcool, lì, non era un accessorio. Era carta da parati e tappezzeria. Drammatica, pervasiva, addirittura pedagogica.
C’erano anche gli incidenti, certo.
Quelli che capitano quando metti insieme molti giovani avvinazzati, superfici dure, equilibrio precario e una fiducia collettiva nel fatto che tanto non succede mai niente di serio.
Non c’era una piscina, e già questo va detto con una certa gratitudine statistica, perché almeno non si è mai potuto verificare quanto sia facile morire per annegamento o per quella versione ancora più grottesca dell’annegamento che passa dalla congestione: ti lanci in acqua ubriaco, magari ancora vestito, magari pure d’inverno, e finisce che il tuo ultimo gesto è stato scambiato per entusiasmo.
Quella variabile, per fortuna, mancava. Ma tutto il resto c’era.
Ed è stato possibile certificare altro.
Per fortuna senza il morto finale, ma arrivandoci abbastanza vicino da vedere in faccia quel momento celebre in cui tutta la vita ti passa davanti e capisci che non è un modo di dire inventato da un cattivo sceneggiatore: è un dispositivo reale, installato nel corpo per quando stai davvero per andartene. Ed è lì che si scopre una verità molto semplice e molto offensiva per il nostro bisogno di credere nel destino: è facilissimo morire se si intersecano alcune variabili molto precise, prese una per una quasi innocue.
O meglio: innocue no.
Ma abbastanza familiari da non fare paura a nessuno fino a quando non è tardi.
Le variabili, quella sera, erano queste.
La canzone era Kalashnikov di Goran Bregovicć, tratta guarda caso da Underground e già transitata nell’immaginario collettivo con la benaugurante etichetta da matrimoni e funerali, che da sola dovrebbe bastare a sconsigliare prudenza e coordinazione.
Una bottiglia di rum Havana Reserva, all’inizio ancora sigillata e poi, con la velocità tipica delle cose che fanno male, completamente vuota, custodita nella tasca di quel caro amico che da lì a poco avrebbe sperimentato il trailer dell’aldilà.
Una torta mimosa, che è uno di quei dolci dall’estetica innocente e dalla struttura criminale: soffice, gentile, quasi affettuosa alla vista, ma piena di elementi ostili. Bastava una fetta. Una sola, nel piatto del soggetto in questione.
E intorno c’erano molti amici ubriachi, cioè la peggiore forma possibile di pubblico per una crisi improvvisa.
C’erano poi panche, sedili e traverse di legname ferroviario, comunissime in Puglia, residuo materiale di quando le ferrovie arrivarono come arriva sempre la modernità nei posti di frontiera: con un’infrastruttura, una promessa e la certezza che la popolazione locale avrebbe recuperato tutto il recuperabile. Una specie di West povero e adattato, con la frontiera ridotta a tecnologia spartana e gli indigeni del posto che, vista passare la civiltà su rotaia, si prendevano almeno le traversine.
In campagna erano comodissime: panche da Pasquetta, altari della brace, arredo funzionale di un dopofrontiera senza gloria.
Succede allora che l’alcool annebbia i movimenti e ottunde la consapevolezza, e quel che fino a cinque minuti prima era banale all’improvviso si carica di livelli di difficoltà non percepiti.
Ma succede pure, contemporaneamente, che il pericolo venga sottovalutato con una serenità quasi ideologica.
E così un’attività in realtà infida — mangiare saltando come forsennati, sulla musica molto comunista di Kalashnikov, con un piatto di plastica in mano, una forchetta di plastica nell’altra e una fetta di torta mimosa non di plastica ma perfettamente ostile — appare di colpo non solo praticabile, ma addirittura safe.
L’alcool genera fame chimica, e la fame chimica desidera precisamente quella fetta lì.
Non un panino. Non un tarallo.
La mimosa.
Con le sue mine antiuomo disseminate dentro: i pezzi di ananas, occultati benissimo, e quella granella di pan di Spagna sbriciolato che da sobrio forse riesci a governare, ma da ubriaco quasi sicuramente no, e infatti va a intasare le prime vie aeree con una precisione amanuense.
E finisce che i rischi non li sottovaluti solo tu, che pure stai già facendo abbastanza per metterti a repentaglio, ma anche chi ti è intorno, che dovrebbe non solo dissuaderti dal ballare, saltare o addirittura pogare con tutto quell’armamentario addosso, ma almeno astenersi dal circondarti in branco, abbracciarti, saltarti attorno, indurti a saltare, ballare, pogare.
Soprattutto farlo cantando a squarciagola, come se la colonna sonora avesse abolito la fisiologia.
Fin qui, il prodromo.
Ed è quasi banale che, date queste condizioni, l’incidente capiti.
Il problema vero non è che un incidente non possa succedere.
Il problema è il dopo.
Perché in quei contesti, quando succede, diventa difficilissimo perfino avere attorno qualcuno abbastanza lucido da capire il problema, creare le condizioni minime per un intervento sensato oppure anche solo identificare gli adulti responsabili.
Già, dove sono gli adulti responsabili quando servono?
Domanda teorica, perché in pratica non si sa mai.
Si sa solo che a un certo punto tutti, davvero tutti, si accorgono che qualcosa non va.
E però nessuno fa esattamente quello che dovrebbe.
I più, di solito, si spaventano e fuggono come lemming impazziti.
Il riferimento va tenuto, perché è preciso: non tanto per la dinamica zoologica, che magari è stata anche raccontata male per decenni, quanto per la forma mentale del branco che all’improvviso perde struttura e si mette a correre in tutte le direzioni facendo dell’urgenza un rumore. Urlano come lemming fonemi privi di reale utilità, tutti più o meno riconducibili al sintagma “soffoca, soffoca, soffoca”, come se la ripetizione potesse trasformarsi in protocollo.
Alcuni, più accorti o soltanto più spaventati in modo produttivo, escono e si tolgono di mezzo cercando aiuto altrove.
Qualcuno prova a intervenire fisicamente e attuare manovre di disostruzione.
Di solito con scarso successo.
O nullo.
Più spesso peggiorando il quadro, perché l’incompetenza sotto pressione ha una fantasia che la competenza non può permettersi.
E poi c’è il capitolo della lingua.
Che non è un dettaglio folkloristico, ma una vera ossessione da pronto soccorso inventato. In quelle situazioni salta sempre fuori qualcuno convinto che il problema sia la lingua.
Bisogna toglierla, tirarla, liberarla, sistemarla. Secondo alcuni in chiave preventiva: evitiamo che si strozzi con quella.
Come se il corpo, oltre a star soffocando, avesse deciso di autodivorarsi i propri organi accessori.
Secondo altri in chiave già successiva e più delirante: dopo è più facile praticargli la respirazione, facciamolo svenire, così almeno sta fermo.
C’è sempre questa idea tremenda che la persona in difficoltà debba prima essere resa più disponibile all’intervento, anche a costo di peggiorarne le condizioni.
Ed è in quel punto che chi sta morendo, dentro un barlume di lucidità ancora non del tutto spento, capisce la cosa più importante della serata: oltre all’ostacolo in gola, deve salvarsi anche da chi gli sta intorno. Perché comprende con chiarezza quasi metafisica che quella gente non è lì per risolvere. MaÈè lì per aggravare.
E se non per accelerare il percorso, di sicuro per renderlo infinitamente più afflittivo, doloroso, idiota.
Poi succede il capolavoro di quelli che sono andati a cercare aiuto.
Escono, si imbattono in persone ancora più ubriache di loro, accampate all’esterno su panche improvvisate con le stesse traversine ferroviarie da frontiera pugliese, e comunicano con loro in modi che oscillano tra l’incongruo, l’incomprensibile e l’assolutamente implausibile. “Sta morendo, correte! Ha un ananas in gola, aiuto, ora muore!”
Lo fanno piangendo e biascicando.
E spesso puzzano di assenzio, che è sempre un’aggravante narrativa, perché rende ogni richiesta di aiuto simile a una performance simbolista finita male. E quasi sempre succede che chi è fuori esploda in risate, prenda per i fondelli chi chiede aiuto, lo battezzi seduta stante come il più ubriaco della serata, quello che ormai vede frutti tropicali nelle persone.
Mentre dentro, l’amico del cuore sta davvero per morire.
Ed è lì che la scena dei genitori si carica.
Perché il quasi morto diventa paonazzo, sente il mondo allontanarsi, entra in quella zona in cui il cervello apre archivi che nessuno gli ha chiesto di consultare e, sul cancello, vede i genitori.
Li vede davvero.
E non li vede come ci si aspetterebbe in una fantasia consolatoria da soglia estrema. Non sono accoglienti. Non sono pietosi. Non sono figure di misericordia.
Sono lì con il volto incazzato, duro, in atteggiamento non di compassione ma di deplorazione. Una deplorazione generale, cosmica, amministrativa.
Deplorano la situazione. Deplorano gli amici. Deplorano il contesto.
Ma soprattutto deplorano lui.
Anche lui, morente.
Anzi: forse proprio lui per primo. Una visione che aggiunge umiliazione metafisica all’asfissia. Non solo stai tirando le cuoia per un ananas e una torta mimosa su Goran Bregović: vieni pure guardato dai tuoi stessi genitori con l’espressione di chi pensa, fino all’ultimo, che potevi organizzarti meglio.
La salvezza, quando arriva, non ha nulla della provvidenza meritata.
Appare come appaiono certe eccezioni statistiche: senza annuncio, senza logica, quasi controvoglia. Si manifesta all’arrivo da quel cancello, per puro caso, di un invitato di cui quella sera non era nemmeno sicuro si sarebbe visto il volto. Uno di quelli che fino a mezz’ora prima nessuno avrebbe contato davvero nel sistema degli eventi.
E invece compare.
Soprattutto: è ancora sobrio. L’unico.
Il solo essere umano presente che non abbia trasformato il proprio sistema nervoso in una zuppa di zuccheri, etanolo e coriandoli cognitivi. Non è neanche detto che sia particolarmente competente. Non è l’eroe sanitario che scende da un’ambulanza invisibile. Semplicemente uno che capisce che forse basta poco, e che quel poco va fatto subito. Due pacche violente tra le scapole. Fine della teologia. Fine del folklore.
Fine dell’autogestione assembleare della morte.
La vicenda si risolve così.
L’amico crolla al suolo cercando ossigeno con le palme per terra, la faccia stravolta, il pianto, il corpo che prova a rientrare dentro la vita da cui era quasi uscito.
E urla la sola frase sensata dell’intera serata: stavo morendo, cazzo. Che è una frase importantissima e dovrebbe imporre cinque minuti di silenzio, una seduta spiritica al contrario e forse un cambio di specie.
Ma naturalmente non succede.
Da dietro arriva sempre l’ubriaco-lemming, quello che sente il dovere di festeggiare il pericolo passato come se si fosse appena concluso un rigore ai supplementari, e non curante del fatto che la situazione resti grave, delicata, tremenda anche solo sul piano psicologico, non trova niente di meglio da fare che strattonarti, sollevarti e urlare: “Io lo sapevo che non saresti morto. Noi interisti non possiamo morire!”.
Ecco perché no, non è così difficile morire post-adolescenti alle feste degli amici. Non lo è per nulla. Solo che ogni volta ci raccontiamo che è stata una fatalità, un mistero, una di quelle cose che non si possono capire. E invece si possono capire benissimo.
Ma per farlo bisognerebbe avere il coraggio di ricordare senza abbellimenti com’erano davvero certi luoghi, certi gruppi, certi brindisi, certe notti di provincia e di frontiera in cui bastava una canzone, una fetta di torta, un ananas nascosto e una stanza piena di lemming ubriachi per andare a mezzo passo dalla morte.
Carla Ferranti (1978) è giornalista freelance con un’impostazione da assalto frontale: nome, tono e metodo coincidono. Scrive come vive le cose che contano, senza ammorbidire nulla. Ha pubblicato Bari non è una metafora (e altre cose che non si possono dire) e Apocalisse condominiale. Cronache inutili di una fine annunciata, entrambi per Edizioni Sottopiano, micro-casa editrice indipendente con sede dichiarata in un seminterrato abitato da tre soci e un gatto diffidente.
All’apparenza aggressiva e intransigente, è in realtà una donna di principi larghi, sposata con un ex atleta dilettante, madre di due figli e proprietaria di un jack russell ipereccitato e assicurato per danni a terzi. Coltiva hobby rumorosi e sociali: lunghe discussioni da bar, fit-boxe in solitaria come forma di controllo della rabbia, recensione di sigarette elettroniche. Beve cocktail secchi, secchissimi, senza guarnizioni inutili. Quando qualcosa la colpisce davvero, si concede articoli brevi sui microdrammi quotidiani. Scrive al vetriolo perché considera la tenerezza una forma di disattenzione. Nessuna indulgenza per se stessa nè per gli altri. Forse per il suo cane.
