Descrivi uno dei tuoi momenti preferiti.
Ora, onesti. Questa non è nemmeno una domanda atroce. Non è una di quelle nefandezze partorite dal generatore di prompt di WordPress che certe volte sembra progettato da una commissione composta da boomer, consulenti motivazionali e persone che credono davvero che il proprio segno zodiacale abbia competenze in risorse umane. No. Questa domanda è quasi intelligente. Quasi. Il problema è che è ancora una volta mal posta. Perché ancora una volta va a ledere un principio che per me è sacro e inviolabile: la mia non immutabilità.
E attenzione. Non perché io sia volubile. Che è una parola che di solito viene usata da chi non ha mai cambiato idea su niente e considera la coerenza una forma di immobilità cerebrale socialmente accettata. No. Il punto è che quando parlate con uno che di strada ne ha fatta, di esperienze ne ha vissute, di vite ne ha attraversate — e non uso e non userò mai “eccetera eccetera” perché eccetera eccetera sono pochissimi caratteri e qui, lentamente, state forse comprendendo il motivo per cui Salvini costruisce i suoi discorsi come una accumulazione di parole, slogan e minuti. Quando non sai esattamente che cazzo dire, accumulare è una strategia. Nel suo caso per parlare. Nel mio per scrivere. Perché se scrivi poco ti sembra di essere passato per inutile coglione. Un po’ come quando vai in palestra e ti accorgi che hai passato più tempo a osservare culi sodi che a fare piegamenti e poi ti senti in colpa con il bilanciere come se fosse un parente deluso o tua moglie quando non ti si alza.
Quindi, dicevo, uno che ha vissuto abbastanza da cambiare più volte modo di reagire alle cose, di difendersi dalle cose, di attaccare le situazioni per prenderle in contropiede, di aggirarle, di sfondarle frontalmente, di fare blitzkrieg emotivi oppure, come direbbe un Bob Malone qualsiasi, prenderle “dar culo e a casso de fero”, non può davvero rispondere che esiste un solo momento supremamente felice. Sarebbe come riassumere un’enciclopedia usando il retro di uno scontrino fiscale. Sarebbe una violenza alla biografia.
E qui normalmente ci fermiamo a chiederci se la digressione sia stata sufficiente. La risposta è no. Non lo è stata. E non ho alcuna intenzione di ridurre la digressione a semplice riempitivo con Salvini. La digressione è parte del motore. È il motore. È quella cosa che ti porta a partire da una domanda e ritrovarti a discutere della filosofia della coerenza, della comunicazione politica e del senso di colpa davanti a un tapis roulant spento. Se no tanto vale scrivere aforismi motivazionali sopra fotografie di tramonti e diventare un coach relazionale certificato dall’Università Telematica di StoCazzo.
Comunque l’avrete capito. I miei momenti davvero felici, quelli che mi fanno pensare che sì, alla fine questo enorme cazzinculogravissimo che chiamiamo esistenza – voi, io la chiamo vita – abbia un senso, girano quasi tutti attorno a quattro cose precise: essere marito, essere padre, essere scrittore ed essere marziale. Non necessariamente in quest’ordine. E soprattutto non sempre nello stesso ordine.
Sono passati, per esempio, i tempi in cui il momento perfetto era guardare lei alla fine di una serata particolarmente intensa. Bella. Emotiva. Alcolica oltre ogni ragionevole prescrizione epatica. Perché nella mia seconda vita sentimentale, quella arrivata dopo il matrimonio che dodici anni fa non partì mai davvero, io ho sempre sedotto partendo da qualcosa di sexy da bere. È una strategia discutibile ma statisticamente efficace. E quindi succedevano queste serate interminabili fatte di parole, sorrisi, mani sfiorate, dita baciate, qualche volta persino succhiate con quella faccia da perfetto gentiluomo che dovrebbe rassicurare tutti e invece preoccupa molto di più. Succedevano in locali per puro caso affidati alla mia gestione, dove per puro caso era presente pure mio padre che frequentava il posto e osservava il mondo come un naturalista vittoriano in spedizione.
E dopo tre ore di questo teatrino magnifico fatto di sguardi, promesse implicite, allusioni e una quantità certificata di gin tonic che oggi farebbe intervenire il Ministero della Salute (quella sera a cui penso dodici e io avevo 35 anni, lei 44 ed era sposata), io mi alzavo perfettamente lucido — o almeno lucido ma non immune a alcool test tipo un Pozzolo qualsiasi — e proponevo con assoluta serenità qualcosa che nessuno si aspettava. Tipo un “adesso ti accompagno alla macchina e ci buttiamo nella macchina dove capita anche se è parcheggiata in pubblica via e ti farò robe che non ti immagini!” E il momento più bello non era nemmeno quello che eventualmente veniva dopo. Quello era quasi secondario. Il momento meraviglioso era vedere nei suoi occhi la domanda: “Ma come cazzo fa?”. Come fa a stare in piedi. Come fa a parlare. Come fa a sembrare una persona socialmente funzionale. Come fa a non essere ancora collassato sotto il tavolo. Era quella sorpresa lì a farmi impazzire. Il gesto. L’audacia. La proposta. Una roba vagamente dannunziana ma senza la villa sul lago e con molte più transaminasi. E, sì, giova precisarlo, ancora tutte le costole in petto.
Adesso no. E non lo dico con nostalgia. Lo dico con la serenità di chi ha capito che la vita aggiorna continuamente il software interno e che certe cose perdono importanza senza perdere valore. Oggi il momento che mi rende davvero felice è infilarmi nel letto a fine giornata e passare cinque minuti a stringere mia moglie. Tutto qui. Stringerla. Sentirla. Sentirmi stretto. E no, conoscendomi, non correte immediatamente a pensare male. Sto parlando di una cosa incredibilmente casta e contemporaneamente profondamente primitiva. Perché dentro quell’abbraccio c’è una cosa che continua a mandarmi ai pazzi: sentire affetto, cura, fiducia, bisogno reciproco e farlo attraverso il gesto più cavernicolo che esista. Due esseri umani che si stringono per dirsi senza parlare: “Possesso. Mia. Mio.”
A pari merito, o quasi, forse onestamente un millimetro più su, c’è il momento del recap serale con mio figlio. Quell’istante sospeso tra diario personale, confessione e chiacchierata da bar in miniatura in cui lui sente il bisogno di raccontarti la giornata. E sente di poterlo fare. Ieri, per esempio, dopo una giornata intera al mare con gli amici di scuola sua che frequentano lo stabilimento balneare — sì, quello della mia famiglia, ex di mia nonna paterna, ora di mio zio paterno, perché da noi le proprietà passano di mano come reliquie feudali — a un certo punto siamo arrivati all’argomento fidanzatina – che come sapete lui ha. E lui, con la naturalezza disarmante dei bambini che ancora non sanno mentire bene, mi ha guardato e ha detto: “Papi, di questo però non parliamo. È molto personale.”
Ecco. Quella fiducia lì mi devasta di bene. Mi distrugge. Mi commuove più di qualsiasi altra cosa. Perché significa che sa di potersi confidare. E sa pure di potersi non confidare. Che è una forma di fiducia ancora più grande.
Subito sotto viene la scrittura. Rileggere qualcosa che mi è venuto davvero bene. Accorgermi che quel personaggio parla come dovrebbe parlare. Che puzza come dovrebbe puzzare. Che reagisce come reagirebbe lui e non come reagirei io. Guardare una scena e sospettare che sia tridimensionale. Così tridimensionale che ti viene voglia di entrare dentro la pagina e dare un ceffone all’attore per verificare che non sia un ologramma. Non capita spesso. Dieci volte in un romanzo è già una festa nazionale. Però quando succede lo senti. E sì, lo confesso con enorme sincerità: è una soddisfazione che produce effetti fisiologici molto lontani dall’indifferenza. Non vogliatemene ma mi viene duro, letteralmente.
E poi c’è il karate. O meglio, il momento in cui un kata viene bene. Bene davvero. Senza sbavature. Con il giusto kime. Con la giusta energia. Con il karate-gi — non kimono, per l’amor del cielo, karate-gi — che schiocca nell’aria. Con il kiai che esce quando deve uscire. Con la concentrazione che diventa quasi rabbia controllata. Con la sensazione che per qualche secondo tu sia stato completamente presente dentro quello che stavi facendo. E quando chiudi il kata e senti che non hai combattuto contro un avversario immaginario ma contro te stesso e hai vinto tre a zero, allora sì. Allora stai bene davvero.
E tanto basta.
Anzi, credo debba bastare pure a voi.
Perché oltre questa soglia si smette di leggere e si comincia a fare i guardoni sul serio. E perchè ci siamo, con le battute.
