Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Sto in debito di una storiaccia con voi.

Una storia precisa, chirurgica, devastante, successa in campeggio.

No, non quella volta che investirono la mia tenda mentre dentro stavo praticando attività ricreative assolutamente incompatibili con il codice della strada assieme a quella che all’epoca ormai era conosciuta da tutti non col suo nome ma come “la ragazza del campeggio di Mortellaro” — che già dopo sette giorni nessuno ricordava più come si chiamasse davvero e questa cosa per me ha sempre avuto qualcosa di tristissimo e insieme glorioso, tipo i soprannomi dei gladiatori di periferia o dei buttafuori delle discoteche anni ’90 — no, quella storia non la raccontiamo oggi.

Oggi abbiamo materiale peggiore.
Molto peggiore.
Materiale da rischio morte.
Mia.

Perché voi dovete capire una cosa fondamentale: io rischio seriamente di morire ogni volta che mi trovo davanti a situazioni che non fanno ridere nessuno. Più una cosa è tragica, drammatica, socialmente inappropriata, più a me parte quel meccanismo interno per cui il cervello decide “sì perfetto, adesso soffochiamo ridendo”.
E non fate i finti scandalizzati perché ridete pure voi.
Ridete quando uno inciampa per strada.
Ridete se uno sbatte contro il palo guardando il telefono.
E soprattutto ridete — non mentite, bastardi — quando cade una signora cicciotta. Magari proprio obesa.
E magari pure dotata di quelle tettazze enormi, non quelle finte da influencer siliconata modello showroom Lamborghini o Leotta – mio figlio lo dice delle tette della Leotta tettazze, no, quelle vere, pesanti, umane, tipo mozzarella di bufala di Battipaglia lasciata al sole.
Perché quando quelle impattano col terreno fanno un rumore preciso.
Un THOMP umido e disperato mischiato a un “AHIA MADONNA” che è la vera orchestra del dolore popolare italiano.
Una volta successe davanti a noi che eravamo bambini e ridemmo come indemoniati. E un vecchio venne e ci mollò uno schiaffo educativo da codice penale sabaudo. E noi nemmeno lo dicemmo ai nostri genitori perché sapevamo perfettamente che ci avrebbero dato il resto del servizio.

Comunque tutta questa digressione serve solo a spiegare che io stavo rischiando davvero di lasciarci le penne per colpa di una storia che faceva ridere solo me.

Eravamo al bar il 26 aprile — perché il 25 aprile io come sapete non faccio aperitivi sociali, grigliate, picnic, queste robe da profugo monoreddito della memoria collettiva — ed ero alla terza vodka digestiva ma non c’entra niente perché reggo benissimo, ero lucidissimo, proprio da verbale della stradale “soggetto collaborativo e orientato”.

E questo mio amico, quello che piange se gli racconti storie tristi sui cani o sugli anziani lasciati soli, mi parla di un nostro vecchio amico del periodo campeggi.
Quello che una notte diede completamente di matto in tenda.
E mi dice: “Secondo me è fuori di valvole davvero”. E io già ridevo dentro. Perché quando uno comincia con “secondo me è fuori di valvole” sai già che stai entrando nel territorio sacro della follia vera, quella folkloristica ma pure clinicamente preoccupante.
E lui mi racconta che la sera prima questo tipo, fuori da un locale di movida e devastazione epatica, parlava del blu prato, della gente color fucsia, arancione, verde. E già lì io stavo cedendo perché i pazzi hanno sempre questa fissazione per i colori assurdi.
Mai uno che vede la gente color beige ragioniere INPS.
No.
Sempre fucsia nucleare.
E il tipo spiegava pure: “Non è che li vedo tipo Puffi, non sono pazzo. Solo che li penso coi colori giusti per come li sento”. E già questa frase è patrimonio UNESCO della neurodivergenza da campeggio.

Io allora faccio: “Ah vecchio mio, questa è una vecchia storia!”.
E lui subito: “Non mi chiamare vecchio mio che ho dieci anni meno di te!”.
E io: “Ti ci chiamo perché se no ti dico che all’epoca stavi ancora nei coglioni di tuo padre e poi fai la vittima generazionale!”.

Io mi adatto sempre ai desiderata altrui ma non dovete rompere troppo il cazzo, eh.

E quindi comincio a ridere.
Male. Quella risata dove senti già il sapore della morte nella trachea.
E lui mi guarda e dice: “Se ridi così qualcuno si è fatto male”. E io annuisco. E lì dentro di me parte il monologo: “Domè non lo fare. Non raccontarla. Non qui. Non davanti a tutti. Non nel bar dove poi torni con tua moglie e tuo figlio a fare l’aperitivo civile. Hai una reputazione qua dentro, coglione”.
Ma niente. Perché lui insiste.
“Dai fammi ridere pure a me”.
E io: “No guarda che io muoio”.
E lui ride.
E io parto.

Gli racconto della famosa notte in campeggio.
Del nostro amico che di colpo esce dalla tenda fuori di testa urlando cose senza senso e correndo tra le tende come un reduce del Vietnam girato male, mentre il proprietario della sua tenda gli corre dietro in mutande cercando di riportarlo dentro.
E già lì io ridevo perché il tipo era uno di quei tipi che pure davanti all’Apocalisse mantengono la mentalità da padre di famiglia pugliese: “Vieni qua deficiente che fai figura di merda”.

Ma il punto è che io mi ricordo improvvisamente IL dettaglio.
Quello che avevo omesso.
Perché quindici minuti dopo succede una seconda cosa.
Un altro tizio — poi scoprimmo clinicamente devastato pure lui — apre la tenda urlando “UAAAAAAARGH MI VUOLE AMMAZZARE!” e parte di corsa completamente nudo verso il nulla cosmico del campeggio salentino.
E qui io già sto collassando dalla risata.
Perché il mio amico al bar continua a ripetere: “Non è divertente!”.
E io provo a spiegargli che sì, lo è, perché questo secondo tizio stava scappando davvero. Non stava facendo il giro delle tende come l’altro.
No.
Questo era entrato in modalità fuga da predator alieno.

Nudo.
Senza zaino.
Senza scarpe.
Senza niente.
Solo panico e genitali al vento.

E nel frattempo io continuo pure a ricordarmi dettagli peggiori.

Tipo che mentre fuori succedeva tutta questa tragedia psichiatrica collettiva, io ero in tenda a fare i fatti miei con la famosa “ragazza del campeggio di Mortellaro”. E gli amici entravano e uscivano cercando il disperso.

E io, pur continuando a dedicarmi alle attività ricreative campeggistiche, rallentavo un attimo e mettevo la mano sulla bocca di lei non per pudore ma per sentire meglio cosa succedeva fuori.
E lei: “Pensami!”.
E io: “Ti sto pensando ma fammi capire se questo è impazzito davvero”.

E il giorno dopo il tipo ancora non si trova. E mettono i volantini a Otranto come per i cani smarriti. Senza ricompensa però. Solo la scritta terribile: “Caso di coscienza”.
E già quella frase io non ce la faccio.
“Caso di coscienza” sembra il titolo di un film Rai con Gigi Proietti e invece indicava un nudista psicotico disperso nel Salento.

E finalmente lo ritrovano. Dieci chilometri più avanti. Nel boschetto degli Alimini. Nudo. Con un bastone. Disidratato. Affamato. In stato confusionale. E quando i soccorritori gli chiedono perché fosse scappato dal campeggio, lui risponde la frase che mi stava uccidendo già allora e continua a uccidermi oggi: “C’era uno in mutande che voleva ammazzarmi”.

E quell’uno era il nostro amico.

Che quando seppe la storia venne da me e disse pure, serissimo: “Io comunque non credo sia giusto che mio cugino mi faccia sentire in colpa. Io volevo solo schiarirmi le idee”. E già lì io ero morto. Ma il colpo finale arriva subito dopo. Perché lui, per rafforzare il concetto, si alza, prende una pietra da terra e urla:

“CAPITO BASTARDO? NON è COLPA MIA SE SEI PAZZO!”

E lancia la pietra.
Che colpisce in testa una signora.
Una passante innocente.

E lì io scoppio a ridere così forte che spacco la sedia del bar.

E il mondo per un attimo torna esattamente al campeggio di quella notte. Pure se siamo fuori da un bistrot. Pure se tecnicamente il mio amico lì davanti al tempo dei fatti stava ancora quasi nei coglioni del padre.

Perché la signora colpita comincia a urlare santi, madonne e tutto il calendario liturgico italiano.
E il mio amico mi guarda, nei ricordi, quello del campeggio, come fece quel giorno dopo essersi reso conto che aveva colpito una donna.
E io guardo lui, adesso. Lui il mio amico del bar, intendo – non in tenda che sarebbe congruo, ma fuori al bar.

E lui dice esattamente la stessa frase che anni prima aveva detto “la ragazza del campeggio di Mortellaro” – cioè di me – immediatamente dopo l’incidente, mentre qualcuno soccorreva la signora incolpevole ma craniolesa.

“Adesso mi sa che è meglio se ce ne torniamo davvero a casa”.

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6 risposte

  1. Avatar 2010fugadapolis

    Ci sono momenti, nella vita, dove abbandonare velocemente ma con discrezione la scena del crimine può fare un’enorme differenza. Chiunque l’abbia commesso.
    Non c’entra un cazzo ma mi hai fatto tornare in mente una cosa di quando avevo quindici anni, circa.
    Estate piena, agosto, forse ferragosto ma non ci giurerei.
    Patio esterno di una gelateria di località marittima del litorale laziale, una ventina di tavoli.
    Si cazzeggiava amabilmente davanti ad enormi coppe di gelato, quando l’amico davanti a me dà l’ultimo tiro ad una sigaretta e lancia con noncuranza il mozzicone all’indietro.
    Il mozzicone in questione va ad infilarsi dritto nel colletto della camicia di un tipo seduto due tavoli più in là. Vedo tutto in tempo reale e dico all’amico: “Walter, guarda che te stanno a fregà er motorino, ‘namo, veloce!”
    Grazie a non so quale magia, Walterino capisce al volo (non era tanto sveglio, ma l’idea che gli stessero fottendo l’Aprilia gli diede la scossa necessaria). Nei dieci metri che ci separavano dal parcheggio gli spiego al volo la situazione. Scompariamo nel nulla sul suo motorino per poi tornare dopo una mezz’ora, in una situazione perfettamente tranquilla con l’ustionato che aveva capito che il responsabile si era dileguato ed aveva rinunciato a fracassarlo di mazzate, tornandosene a casa.
    Uno di quei momenti in cui fare il vento – e farlo in fretta – è l’unica cosa possibile. 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ne so più di qualcosa, credimi! Ma avrei voluto esserci!

  2. Avatar 2010fugadapolis

    E anche qui, escono gli apostrofi. Non per essere pedante, ma se ‘sta cosa non è voluta, dai un occhio alle impostazioni, magari qualche aggiornamento indesiderato?
    (al che ti chiederai: “ma non cià un cazzo da fà questo?” proprio un cazzo no, ma è quella quota Asperger che è in me a parlare, non posso farci niente, se vedo una cosa non posso fare finta di non averla vista. Mi piacerebbe, a volte, ma non ci riesco) 😉

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Occhio: è precisato su.
      Gli apostrofi qui non ci sono mai stati. Dal primo giorno.

  3. Avatar gattapazza

    Ho sempre pensato che fare campeggio mi farebbe uscire fuori di testa massima comprensione per il tuo amico che è scappato nudo dalla tenda 🙂

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ma no, erano le pasticche!

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