Descrivi la barretta di cioccolato dei tuoi sogni.
Oh finalmente un prompt nelle mie corde.
Guardone il giusto e godurioso il necessario. Che poi, diciamocelo, nel mondo moderno un guardone godurioso finisce inevitabilmente per fare rima con una di quelle pratiche che internet ha preso, catalogato, etichettato, impacchettato e trasformato in fenomeno sociologico da osservare col binocolo come si osservano certe specie rare di uccelli migratori, certi assessori quando lavorano davvero o certi dirigenti pubblici quando rispondono a una mail senza convocare tre riunioni preliminari.
E gente come me, pagata per capire queste robe strane nella testa delle persone.
soprattutto quando poi queste procedure creano problemi alla viabilità urbana.
Parlo del famigerato dogging.
Avete letto bene. Non jogging.
Dogging.
Non corsa. Non attività aerobica. Non è previsto l’utilizzo di pantaloncini tecnici, cardiofrequenzimetri o cinquantenni fluorescenti che alle sei del mattino occupano il lungomare fingendo di prepararsi alle Olimpiadi.
Sebbene poi anche le signorine che corrono sul lungomare spesso siano parti di un gioco guardonesco dei vecchi che invece di guardare i cantieri in piedi con le mani dietro la schiena stanno seduti sulle panchine in attesa delle signore che passano a fare jogging con le mani sul pacco.
Ma questo non è dogging, è essere bavosi.
Il massimo dell’attività fisica, per uno dei soggetti coinvolti nel dogging, consiste normalmente nello spostare il peso da un piede all’altro e nel mantenere un atteggiamento vigile e soddisfatto.
Per comprendere correttamente la pratica è però necessario definire i partecipanti.
Facciamo i seri, ora.
Da qui innanzi il soggetto organizzatore dell’attività sarà definito “padrone della cagna”. La consorte o compagna che partecipa all’attività sarà invece definita “cagna”. Evitate per cortesia terminologie moderne e animalariste quali “pelosa”, “amica a quattro zampe”, “figlia col pelo” e altre nefandezze linguistiche partorite da persone che danno del lei ai cani e del tu ai figli. Ai fini della presente trattazione il termine corretto è cagna. Il padrone della cagna conduce dunque la cagna al di fuori delle mura domestiche. Attenzione. La cagna non deve necessariamente avere bisogni fisiologici. Questa è una delle principali differenze tra il cane tradizionale e la cagna prevista dal regolamento non scritto del dogging. L’uscita avviene generalmente in aree pubbliche, parcheggi, spazi aperti o altre zone di aggregazione sociale.
Interviene a questo punto la terza figura fondamentale, da qui innanzi definita “guardone”.
Il guardone costituisce elemento essenziale per il corretto svolgimento dell’attività. Senza guardoni il gioco perde gran parte della sua funzione sociale e rischia di trasformarsi in una semplice uscita di coppia con parcheggio incluso. I guardoni osservano, partecipano, interagiscono secondo modalità preventivamente concordate tra i presenti. Non entreremo nel dettaglio perché siamo persone serie, abbiamo una reputazione da difendere e soprattutto ci leggono anche quelli che ancora credono che internet serva principalmente per consultare l’orario dei treni. Comunque si fanno robe con le mani, si tocca, si perquisiscono orifizi, si infilano parti del corpo in altre parti del corpo, si dicono un sacco di parolacce che parolacce non sono perchè di solito si chiama la moglie col suo nome, cioè cagna.
Quel che conta sempre non è tanto che la cagna si diverta – ma i guardoni sì! – ma è che il padrone della cagna assista normalmente alle attività con atteggiamento soddisfatto, talvolta incoraggiante, quasi sempre documentativo.
È infatti frequente che il padrone della cagna sia munito di telefono cellulare con videocamera. Non per fini investigativi. Non per redigere verbali. Ma per conservare memoria delle attività ludico-sociali svolte dalla propria cagna. Attività che verranno poi condivise negli appositi luoghi di aggregazione digitale. Non quelli della famiglia. Non il gruppo “Compleanno Zia Assunta”. Non il gruppo “Condominio Scala B”. Altri. Molto altri. Tipo “mogli per tutti” – “quella zoccola di mia moglie” – “che cagna mia moglie”.
Capite dunque perché un prompt che parla di cose goduriose e piacevoli scateni immediatamente questo parallelo.
Perché alla fine il piacere è sempre una faccenda organizzativa. Cambia il contenuto. Resta la struttura. E infatti dovremmo parlare di cioccolato. Che era la domanda. La mia barretta preferita. E qui vi deluderò. Perché attualmente la mia preferita è una banalissima Selex fondente extra dark settantacinque per cento sugar free. Sessanta grammi di amarezza industrialmente organizzata. Una scelta che sembra fatta da un pensionato tedesco reduce da una vita di privazioni e invece nasce semplicemente dal fatto che vivo sotto un regime alimentare controllato. Una roba che definire dieta sarebbe riduttivo. Diciamo che mia moglie supervisiona l’alimentazione con la stessa attenzione che certi apparati statali dedicavano alle frontiere durante la Guerra Fredda. E con dress code da Elsa la Belva delle SS – ma senza scopo erotico. Altro che professor Birkermeyer.
Il punto però è che col tempo cambia il gusto.
Una volta cercavo il dolce. Oggi cerco l’amaro.
E questa cosa mi inquieta perché somiglia terribilmente all’invecchiamento. Ti convinci che stai diventando raffinato. Poi scopri che semplicemente il tuo organismo ha deciso di tradire tutto ciò che amavi. Così arrivo a fine serata, spezzo un quadratino di quella roba nera come i pensieri di un funzionario un po’ infame dell’Agenzia delle Entrate e me lo mangio con la stessa soddisfazione con cui altri aprono una bottiglia da collezione – io per quelle aspetto che crepi Netagnau.
Anche perché c’è stata una frattura storica che non ho mai superato.
Le barrette Kinder. Il cambio del bambino sulla confezione.
Lo so che sembra una follia. Ma non lo è.
Perché per decenni quel bambino è stato lì.
Sempre lui. Sempre uguale.
Una costante cosmologica.
Più affidabile di molti governi balneari, delle leggi truffa, della lingua nel sedere di Galeazzo e dei Bau Bau della Montaruli – che quant’è sexy quando abbaia! (no, io non sto facendo inferenze con la pratica del dogging adesso, queste sono comprensibili elucubrazioni di cui voi avete piena responsabilità!)
Poi un giorno lo cambiano.
Il bambino, non il governo.
E qualcosa si rompe. Perché se possono cambiare lui allora possono cambiare tutto. E se possono cambiare tutto allora forse anche i ricordi sono contraffatti. Forse l’infanzia era un gigantesco equivoco di marketing con cazzinculogravissimo annesso.
Forse il mondo è davvero meno stabile di quanto speriamo.
E quindi sì. Oggi mangio fondente quasi senza zucchero e faccio finta che sia una scelta adulta. Ma continuo a portare rancore a quella confezione. Perché prima delle diete, prima delle etichette nutrizionali, prima delle guerre culturali sul packaging e prima che qualcuno decidesse di portare la propria cagna a socializzare in un parcheggio, esisteva il piacere semplicissimo di una barretta Kinder mangiata senza chiedersi cosa ci fosse dentro.
Un giorno magari vi racconterò la teoria di una persona che già conoscete da queste pagine. Una persona fermamente convinta che io “non potessi lasciarla” (cit.). Una persona fermamente convinta di sapere quale fosse il vero ingrediente segreto di quella crema – quella bianca, che sta dentro l’involucro color cioccolato delle barrette Kinder.
Vi anticipo soltanto che non era latte.
E che per affrontare quel racconto servono stomaco robusto, fede vacillante e una certa disponibilità a perdere definitivamente fiducia nell’umanità.
Ma quella, come sempre, è un’altra storia.
