Ogni anno, puntuale come deve essere, arriva il 25 aprile e con lui – PURTROPPO – la sfilata di quelli che “eh ma facciamo qualcosa di leggero”, “andiamo fuori”, “grigliatina, due risate, che vuoi che sia”, e io ogni volta mi chiedo se è ignoranza, se è malafede o se è proprio quella forma evoluta di rincoglionimento civile che ti fa scambiare una data che pesa come un macigno per una Pasquetta qualsiasi, con le salsicce e il pallone e il cervello lasciato nel cassetto insieme alla dignità.
Perché sì, diciamolo subito senza girarci attorno: chi il 25 aprile lo vive così è uno stronzo.
Non “un po’ distratto”, non “uno che non ha capito”, proprio uno stronzo pieno, di quelli che quando li cachi devi tenerti al termosifone davanti al cesso per farti forza e se scotta c’è la salvietta del bidet!
E ancora più stronzi quelli che, dagli anni ’80 in poi, hanno costruito e venduto questa narrazione del “vabbè ma che volete che sia, andiamo in campagna”, attraverso radio e televisioni cosiddette libere ma con un padrone ben preciso e un programma politico ancora più preciso, che ci vedeva lungo eccome, perché se togli la memoria, se banalizzi il rito, se trasformi tutto in un picnic — che da noi nel barese significa pure entrare abusivamente nel fondo agricolo altrui, che è una tradizione laica fondamentale foriera del coniare fantastici neologismi di cui da qualche parte vi ho parlato — hai già vinto metà della partita senza sparare un colpo.
Perché il punto è proprio questo: si è perso il senso.
E quando perdi il senso, perdi pure le parole.
E quando perdi le parole, perdi la realtà.
Il 25 aprile è diventato “Festa della Liberazione” detto così, generico, quasi tiepido, come se fosse una roba che ci è capitata dall’alto, tipo una promozione al supermercato. E invece no, prima di quella roba lì c’è stata una guerra civile. CIVILE. Tra italiani. Gente che parlava la stessa lingua, mangiava le stesse cose, pregava lo stesso Dio o bestemmiava lo stesso Cristo, che a un certo punto ha deciso di stare da una parte o dall’altra. E una delle due parti stava con il Male assoluto, senza se e senza ma: fascismo e nazismo. L’altra pretendeva che questo paese fosse libero. E non è un dettaglio, non è una sfumatura da dibattito televisivo su Rete4, è la cazzo di base di tutto.
Perché se ti dimentichi che prima ci siamo ammazzati tra noi per capire da che parte stare, poi ti viene facile dire che “i morti sono tutti uguali”. Palle. I morti non sono tutti uguali, perché non sono uguali le ragioni per cui muori. E se non lo capisci, o sei in malafede o sei un analfabeta morale. Io non provo alcuna umana pietà per i morti con la camicia nera. E se non vi sta bene, la porta sta là. E non la provo perchè loro sapevano di stare dalla parte sbagliata. Perchè uccidevano e trucidavano al soldo di debosciati come loro anche e soprattutto civili e inermi – donne e bambini inclusi.
Spesso anche con la creatività di Marzabotto, Sant’Anna, San Polo – andatevi a cercare le cronache degli eccidi poi ne parliamo.
E proprio per questa – non codesta, perchè è questa, sta vicino a me, me la tengo stretta – ragione, non è nemmeno bello, già che ci siamo, dire “liberazione dal nazifascismo” come se il fascismo fosse il cuginetto scemo che si accoda.
No.
Noi dovevamo prima liberarci dal fascismo che avevamo dentro casa, dentro le istituzioni, dentro le famiglie, dentro la testa, e poi anche dall’invasore nazista. Non è un vezzo lessicale, è sostanza pura. È lì che si annida il trucco, è lì che il diavolo — che ha sempre le stesse facce di merda con la fiamma, la svastica e la celtica — nasconde le cose serie, dietro i dettagli che vi sembrano insignificanti ma non lo sono per niente.
E già che parliamo di dettagli che non lo sono, parliamo pure di quella roba che da trent’anni vi cantate tutti contenti, Bella Ciao, come se fosse la colonna sonora ufficiale di tutto, come se fosse il simbolo massimo, quando in realtà è stata recuperata, gonfiata, resa neutra e digeribile da una certa politica — quella del PDS, per capirci, quella che ha diluito una tradizione antifascista precisa, eurocomunista e pure antisovietica, per farla diventare una pappetta buona per tutti — attorno al ’95, guarda caso.
A me Bella Ciao sta sul cazzo.
E lo dico proprio così, senza eleganza e senza paura. Perché è la canzone che si canta quando ti vergogni di cantarne un’altra, quella vera, quella che era dei Partigiani sul serio, quella che sapeva di freddo, di fame, di fango e di pallottole: Fischia il Vento.
Quella sì che è roba mia. Quella è la mia unica e vera ninna nanna, quella mi cantavano da bambino – perchè, sì, va bene giocattoli comunisti di legno tristi e libri e dischi comunisti tristissimi, ma io sono cresciuto bene, e la mia canzone è quella, e quella canto, e basta.
E sì, lo so, penserete che sono divisivo.
Non siete i primi e non sarete gli ultimi. Me lo sono sentito dire pure di recente, pure in faccia, pure da gente con cui dovevo lavorare e con cui poi ho sbattuto la porta perché sui principi non transigo, e se un principio lo ritengo giusto — e difficilmente mi sveglio la mattina con principi che penso siano sbagliati, sarebbe una forma di demenza interessante — allora non c’è trattativa.
Sono divisivo perché le cose serie dividono, perché la verità non è mai comoda, perché se non custodisci le cose come sono e non le aggiorni senza snaturarle, diventano folklore, diventano canzonette, diventano grigliate.
E quindi succede che dimentichi la guerra civile, dimentichi i Partigiani — sì, maiuscolo, soprattutto se Gappisti o Brigate Garibaldi, che non erano boy scout con la chitarra ma gente che faceva la guerra sul serio — dimentichi le marce, le commemorazioni, i nomi, i volti, e ti ritrovi in campagna a mangiare salsicce come un profugo monoreddito qualsiasi convinto di essere pure furbo.
Comunque, buon 25 aprile, fate come vi pare, ma ricordatevi che oggi non è la giornata del picnic ma quella in cui, a un certo punto, qualcuno ha deciso che da una certa merda si doveva uscire e lo ha fatto pagando un prezzo che voi non avete la minima idea di quanto fosse alto.
E già che ci siamo, per me oggi sono pure 32 anni di militanza, tessera sempre nella stessa tradizione, antifascista, partigiana, eurocomunista, la prima presa il 25 aprile del ’95, sedici anni, pranzo coi miei, TG3, Combat Film, le foto dei ragazzi dei GAP di Bologna impiccati col filo spinato dalle carogne della X Mas, e lì capisci che non è una storia lontana, che non è un film, che sono ragazzi come te, e allora scegli da che parte stare e non cambi più.
Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.
A conquistare…
Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.
Nella notte…
Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.
Che ne faremo delle camice nere?
Un sol fascio e poi le bruceremo
Che ne faremo delle camice nere?
Tutte al muro e le fucileremo!
Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!
Sventolando…
Buon 25 Aprile.
Buon anniversario della fine della Guerra Civile di Liberazione dal Fascismo e dal Nazismo a tutte e tutti.
