Come ormai tutti già sanno — e chi non lo sa peggio per lui, aggiornatevi perché qua si parla di archeologia criminale familiare — io ho imparato a guidare a sette anni.
Sette.
Non diciotto, non sedici col foglio rosa, sette. Che oggi ti tolgono i figli se li vedono salire su una bici senza casco e ginocchiere, a me invece mi hanno messo al volante con la stessa leggerezza con cui ti passano il pane a tavola. Istruttore: fratello giovanissimo di mio padre, quindi una figura educativa già di suo borderline, uno che evidentemente pensava che la vita fosse un tutorial senza disclaimer.
Ovviamente un minimo di coscienza c’era — poca, ma c’era — quindi niente scorribande in città, no, ci mancherebbe, solo il parcheggio recintato e custodito… più quei cinquanta metri di strada per portare l’auto dalla nonna al parcheggio, ma alle sette di mattina d’estate, che è ancora notte fonda se non per i netturbini, che mi vedevano, ridevano e soprattutto non facevano gli infami, anzi, apprezzavano, proprio apprezzavano le mie capacità di guida serie, che detta così sembra una cosa nobile ma in realtà è un bambino che muove una macchina come se fosse un carrello della spesa.
Questa cosa mi ha regalato subito un’epifania enorme, una di quelle amicizie cementate nel cemento armato delle turpitudini infantili, roba da manuale di psicologia deviata, tipo spiare sedicenni in bikini — ma vuoi dirlo a un settenne che non si fa?
No.
Glielo fai fare e poi vediamo come cresce, sorpresa.
E poi, tornando alle macchine, che sono venute qualche mese prima delle donne come ho appena spiegato, ma comunque sempre donne e motori, crescendo, attorno ai quattordici anni, ecco il salto di qualità: guida su strada vera, sempre con mio zio accanto, perché con la nonna anziana può sempre servire uno in più che guidi, no? L’emergenza, questa divinità che giustifica tutto, anche il codice penale piegato a fisarmonica.
E quando vivi in un paese del sud dove la legalità è un concetto fluido, più fluido della sessualità di Malgioglio, è ovvio che la macchina la usi anche per commissioni inventate, improvvise, urgenti come solo le cose inutili sanno essere, e a volte pure i tuoi genitori si dimenticano che sei minorenne se c’è “un cazzo da fare” e nessuno lo può fare al posto loro, quindi vai, stai attento e preghiamo la Madonna, che è sempre il vero sistema di sicurezza nazionale.
Il benefit era sempre lo stesso: giro suppletivo “a farmi vedere”. Che è la vera droga. E quando sei sicuro — ma sicuro davvero, convinto, arrogante — che sai guidare, che la macchina è perfetta, che i freni tengono, che il motore canta, che cazzo fai? Sperimenti.
E qui si apre la parentesi su mio zio, perché sì, la macchina era sempre efficiente, sempre tirata a lucido, sempre pronta, perché lui all’epoca era malato di motori in maniera clinica, faceva robe strane alle sue auto, robe illegali, modifiche che oggi ti arrestano prima ancora di girare la chiave, e coinvolse pure la mia prima macchina, 112 Abarth, in faccende borderline di cui riparleremo, ma poi si è rammollito, come tutti: moglie, figli, responsabilità, adesso ama la famiglia e non i cavalli motore, ma prima era un pazzo vero.
E sempre a proposito di lui, un giorno vi racconterò anche l’unico ceffone che mi ha dato, che è una storia meravigliosa perché dentro ci stanno due ruote, 260 km/h, la vista che si deforma per la velocità e una perdita urinaria dentro la tuta da moto che è la vera linea di confine tra uomo e leggenda. Ma torniamo a noi.
Quindi via di testa e coda, freno a mano come se fosse una leva mistica, controsterzo come filosofia di vita, richiesta esplicita di trazione posteriore perché vuoi sentire il culo che scappa e tu che lo riprendi, tutto questo ovviamente molto prima del foglio rosa perché vuoi mettere, tu le cose le devi saper fare prima degli altri, prima della legge, prima del buon senso.
E quando non facevo queste cose mi allenavo nello stile.
Che è la vera perversione. Guidare come un contrabbandiere. Non veloce, ma con stile. Gomito fuori. Mano sul cambio. Una mano sola. Sempre. Camorrista nell’anima, perché quelli erano i modelli, che cazzo volete, mica cresci con documentari della BBC, cresci con quello che passa il convento.
E nel frattempo guidavo qualsiasi cosa: Renault 4 modello Aldo Moro — già il nome è un programma — Renault 6 decorata a squalo da amici scemi di mio zio, Ford Fiesta seconda serie, Alfa 75 tre volte ma che sembravano tre orgasmi, una Uno scassata, una Arna — modello incompreso, come tutti i geni e tutti i disastri — e quindi avevo una dimestichezza tombale con tutto: partenze in salita, misure del veicolo, parcheggi, pure il parcheggio in retromarcia che per mio zio era una cazzata e me lo spiegò così: “ma scusa, non è meglio il 360 con il muso incollato?” e io no, perché nel mondo reale la gente ha paura del parcheggio in retro, è il boss finale della patente, e io invece lo facevo come niente.
Arriva la patente.
Teoria passata liscia, senza bustarelle — miracolo amministrativo, perché le 50mila lire servivano proprio per quello, per passare la teoria, non la pratica, che è ancora più grottesco — e poi l’esame pratico.
E lì il teatrino:
“compra dieci guide”.
“Ma io so guidare”.
“Se so che sai guidare ti denuncio”.
“Ti denuncio io per infamità di bugie”.
Compromesso: paghi e stai zitto, che al sud l’economia gira così, e già non hai pagato la bustarella della teoria, non fare pure il moralista sulla pratica. Ok, pago.
“Vediamo come guidi”.
Io chiedo: “bene o come so fare?”
“Come sai fare”.
Errore suo.
Dopo dieci minuti capisce che lo stile contrabbandiere è una condanna a morte burocratica. “Così ti bocciano”. Però poi: “ok, non servono tutte le guide”.
Col cazzo.
Io le ho pagate.
Compromesso: cinque. Le prime quattro da bravo cittadino modello. L’ultima no. L’ultima decido di chiudere in gloria perché lui fa l’errore capitale: “andiamo al paese con desinenza in -etta, devo portare la carne a mia moglie, prendi la 16 bis”. Statale, quattro corsie, limite 110, istruttore senza doppi comandi perché “tanto questo è bravo”.
Credici!
Scende dall’auto che sembra reduce da una guerra, incazzato, agitato, con la faccia di uno che ha visto Dio ma non gli è piaciuto. “Sei un pazzo incosciente”. Poi, tornando, “però sai guidare bene”. Mi chiede se è vero che guido da undici anni. Gli dico sì. Mi chiede una cortesia: il giorno dell’esame fai un errore, uno veniale, che non è umano guidare così a diciotto anni.
Accetto.
E faccio gli errori giusti.
Quelli da infame intelligente.
Due volte mano sul cambio — “non si conduce il veicolo così” — gomito fuori dal finestrino — “non si fa” — errori scelti apposta perché dimostravano comunque che la macchina la portavo meglio di tanti patentati da decenni, capite il livello di arroganza tecnica. E il terzo, capolavoro: parcheggio senza girarmi a guardare dietro. “Dagli specchietti si vedeva tutto”, ma no, devi fare la scena. Presa.
Patente.
Due settimane.
Fine.
Incidenti?
Sì, uno.
Gravissimo. Io illeso per miracolo, a parte un ginocchio gonfio. Curva che sapevo fare a 110, quel giorno a 75 perché aveva piovuto — quindi prudente, capite il livello di follia — limite 50, distruggo la Fiesta di mia madre, una 1000 16V che volava. Punito. Dalla mia sicurezza. Anche quando mi credevo prudente.
Ah, e no, non conto lo schianto volontario due settimane prima, quando ho deciso di uccidere la mia A112 Abarth 70 cavalli perché avevo detto che quella macchina non la guidava nessuno se non io, e quindi l’ho fatta fuori io. In sicurezza, eh. Con metodo. Maledetta benzina verde.
E niente.
Questa non è nostalgia.
Solo certificazione.
Che le cose cambiano, sì.
Ma tu resti sempre lo stesso cretino.
Solo con più mezzi per fare danni.
