Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Io ho fatto nella mia esistenza pure il contrabbandiere di sigarette. Appartenendo ai Gemelli, mi è facile fare switch tra tante cose nella vita e questo mi aiuta professionalmente ma anche a letto quando puoi darti una certa autorialità e dopo leccare i piedi – cosa che comunque non faccio perchè, boh, i piedi, no, anche no.

Comunque, dicevamo.

Non il contrabbandiere vero, mica quello col motoscafo, la pistola e la carriera criminale davanti. Seeeee! Io ero quello che scaricava i cartoni. Il facchino del contrabbando. Il uagnione come si dice a Bari per dire “il ragazzo di fatica”, “il bambino del fioraio” (cit.) anche se c’hai già tipo 55 anni e semplicemente non è stato mai cazzo tuo di affermarti in qualcosa.

E tutto è successo perché da ragazzino io contravvenivo scientificamente a una regola molto semplice che nel mio paese i nonni ripetevano come fosse una legge della fisica.

Mio nonno, pure lui, autorità totale, diceva sempre:
Alla controra non si esce di casa.»

E se chiedevi perché, arrivava la spiegazione definitiva:
Perché alla controra girano quelli.
I malandrini e gli ubriachi. »

Ora, io a mio figlio una regola così non la darò mai. Mio figlio lo porterò io fuori, alla controra, nei bar peggiori che conosco tutti. E che frequento. Per fare un test: si rende conto di quanto deve volersi bene e quanto c’ha da far male solo a se stesso a mischiarsi col popolo della Controra dei paesi del Meridione? Se sì, ok, può uscire alla Controra. Se no gli si spiega che adesso lo sa e che se domani fa cazzate trova la porta chiusa.
Perché le cose vietate funzionano sempre allo stesso modo: più le vieti, più diventano erotiche nella testa di chi le subisce. Diventano irresistibili. Invece le cose vietate se le vai a vedere, di solito ti passa la voglia: “Ah questa cosa così di merda è? Ah no, io non c’entro!”

Comunque, quelle cose diventano come Selen, se non le vedi. Come Selen quando ancora era Selen — che ti guardava in camera con quell’aria lì e ti faceva capire che stava per fare a te e solo a te – BUGIIIIIIIA! – cose incredibili con la bocca. Ci sono pure dei premi, alle fiere di quel tipo di cinema, per come recitava quelle scene. I premi li hanno ritirati perchè, Selen, “Come te nessuno mai!” (cit.)

Ecco.
Nella mia testa di adolescente la controra era più o meno quella roba lì.

Io dovevo uscire.

Il motivo vero poi era banalissimo, comunque e Selen non c’era: volevo fumare.

Come tutti gli adolescenti degli anni Novanta, infatti, io ero massimamente convinto che fumare facesse crescere tre cose: l’ego, l’altezza percepita e ancora di più il pisello agli occhi dell’umanità circostante.

Quindi fumavo.

Solo che avevo anche un padre che, rispetto al fumare del figlio, non aveva — a mio giudizio adolescenziale — la postura pedagogica più efficace del mondo. Faceva quei discorsi pieni di paranoie che ti fanno pensare: ecco, questa è una paranoia di cui potrei fare a meno perché mi rovina pure l’idea di padre. Ma di questo magari un’altra volta.

Poi dici: ha avuto quell’educazione ed è diventato esperto del crimine.
Tante volte, alla lunga, ma solo per pertugi molto tortuosi e autodidatti le cose pagano.

Il risultato all’epoca di questa educazione inefficace era semplice: mi nascondevo per fumare.

Il posto migliore era il porto vecchio del paese.
Noi lo chiamavamo Le Ciole.

In barese significa più o meno i peni.
Il nome veniva dai frangiflutti di cemento, i tetrapodi: se li guardavi bene sembravano davvero una fila di giganteschi cazzi preistorici buttati in mare. Tipo quelli che disegni sui diari, ma con la terza dimensione e la prospettiva.

C’è anche una cosa linguistica divertente che succedeva alle Ciole per colpa delle ciole: nel dialetto barese i generi degli organi sessuali sono invertiti. Il pene è femminile e la vulva è maschile. Quindi dici la ciola per il pene e il piccione per la vagina.

Succede non per magia ma perché il dialetto barese — come buona parte dei dialetti del Sud — ha dentro una stratificazione enorme di spagnolo, lasciata dai secoli di dominazione spagnola nel Regno di Napoli. E pure in spagnolo, difatti, succede la stessa cosa: la polla è il pene e el cogno è la vagina. Chiedete a quella grandissima esperta di Mason Store in Border Bangers, quando uno dell ICE prima che esistesse l ICE invece di incarcerarla perchè non ha i documenti la ricatta e le fa certe robe, se non è come dico io.
Ancora si trova, il filmato, pure se è tipo del 2006.

Comunque, quindi, anche nel nostro dialetto gli unici due oggetti che, in teoria, dovrebbero definire i generi, noi li scambiano.

Alle Ciole andavi perché pensavi che tuo padre e i tuoi nonni lì non ci sarebbero mai venuti. Non sono persone che vanno in un posto che ha il nome dei cazzi in dialetto.
E lì stavi tranquillo.
Ti sedevi sugli scogli, finivi il pacchetto di Lucky Strike di Vasco Rossi del giorno prima — da venti — e magari cominciavi anche quello del giorno dopo, così facevi scorta di nicotina per la sera.

Un pomeriggio stavamo lì io e due amici a fumare quando vediamo arrivare sul molo del porto vecchio una serie di personaggi del paese che tutti sapevano essere malandrini. E pure contrabbandieri, perchè qualche amico figlio di contrabbandieri ce l’avevamo e li vedevamo fuori delle sale giochi dove nei biliardini ci stavano le stecche di sigarette e se qualcuno arrivava per comprare si fermava la partita.
Arrivarono sul porto con quei baracchini portatili enormi — walkie-talkie potentissimi.

Poi in lontananza compaiono due motoscafi blu. Piccoli, brutti pure a guardarli, ma velocissimi. L’ho scoperto dopo che si chiamavano Pezzella, mentre facevo chiacchierate storiche con quelle stesse persone di venticinque anni dopo per raccogliere info di prima mano che facessero puzzare di vero – e quindi in questo caso salsedine, gasolio e Biancosarti – il romanzo che stavo scrivendo – sì quello che gira accompagnato per mano da due agenti donne per case editrici molto maggiori.

Si avvicinano sti tizi e a quel punto è chiaro pure a tre ragazzini che stanno solo fumando: stanno scaricando contrabbando.

Uno degli uomini ci vede e grida:
Oh, scugnizzi!»

Sì, pure se erano oriundi di Bari da generazioni parlavano sempre in napoletano . In quel mondo le canzoni e i riferimenti culturali erano quelli, già prima di Sal Da Vinci.

O date una mano o ci fate il piacere di spostarvi. Stiamo lavorando.»

In quel momento nella mia testa succede una cosa molto precisa: non sento il ci fate il piacere, ma mi ricordo tutte le storie sentite da piccolo. Quelle dove se vedi una cosa che non devi vedere poi ti prendono e ti danno una martellata in testa.

Il mito nero delle infanzie di provincia.

E quindi penso: perfetto, non ci lasceranno mai andare. Non vivi. Faremo il cibo per i pescecani. Siamo testimoni di un reato. Adesso finiamo con una martellata in testa sul molo del porto.
Cento/Cento.

La decisione diventa molto semplice.

Collaborare.

Scarichiamo cartoni di sigarette come piccoli malandrini improvvisati.
Ventisette cartoni, ricordo ancora il numero.

Alla fine del lavoro arriva pure la paga, eh!

Una stecca di sigarette a testa. Marlboro, per una volta.
E ventimila lire.

All’epoca ventimila lire erano una piccola fortuna: due fine settimana tra pizza e birra, oppure più o meno il doppio di quello che lo Stato ti dava per tre giorni di visita di leva.

Quella fu la prima volta che feci il contrabbandiere.

Ma non l’ultima.

Tornai alle Ciole altre volte, senza esagerare — nella mia testa ero convinto che se ci andavo troppo spesso sarei diventato “un elemento coltivabile” del clan e avrei iniziato una carriera criminale senza volerlo.

Ma ogni tanto capitava. Quando stava basso il dollaro, nel portafogli.

Una stecca.
Una cosa di soldi.

Tutto per qualche cartone scaricato.
Che grande ammortizzatore sociale e di paghette era, il contrabbando di sigarette.

Ripensandoci oggi, la cosa più buffa è che tutta questa storia nasce da due cose semplicissime: volevo fumare in pace e mi avevano raccontato la controra come se fosse un territorio mistico e pericoloso.

Per un adolescente, naturalmente, questo la rendeva irresistibile.

Io non sono diventato contrabbandiere. Ma per qualche pomeriggio della mia adolescenza il contrabbando ha pagato la mia nicotina.

E tutto perché, alla controra, ero uscito di casa pensando che ci fosse Selen.

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4 risposte

  1. Avatar Antonio Gaggera

    Anche in siciliano l’organo genitale maschile è femmina (minchia o ciolla) e quello femminile è maschio (sticchio o pacchio).

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Non per nulla entrambi dominati da spagnoli no?! Guarda Ciola o ciolla che da polla ci manca un dettaglio…
      I napoletani che sono autarchici dicono Pesce e Fessa – latino.

  2. […] colpa degli aragonesi visto che in ispanico succede la stessa cosa con la polla e il cugno – il cazzo diventa la ciola e la figa diventa il piccione. Oppure, siccome abbiamo proprio la passione dei frutti di mare, noi, che potremmo cibarci di […]

  3. […] un contrabbandiere. Non veloce, ma con stile. Gomito fuori. Mano sul cambio. Una mano sola. Sempre. Camorrista nell’anima, perché quelli erano i modelli, che cazzo volete, mica cresci con documentari della BBC, cresci […]

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