Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Un comunista ateo e senzaddio – ma io ce l’ho Biondoddio – se non è un coglione che si racconta le barzellette per dormire meglio, a un certo punto deve arrangiarsi da solo.

Non quando tutto fila, non quando sei in controllo e ti senti pure intelligente. Nemmeno quando come me a giusta ragione si crede di molto superiore.

No.

Quando arrivano le robe grosse. Quelle che ti schiacciano. Quelle che ti fanno capire che sì, sei bravo, sei lucido, ma non basti. Non basti proprio un cazzo. E lì o fai finta di niente – cioè ti racconti una puttanata – oppure ti costruisci qualcosa. I primitivi almeno avevano le palle di farlo senza vergognarsi: prendevano il mondo, lo spezzavano in pezzi troppo grandi per loro e gli davano un nome. Ci parlavano. Ci litigavano. Ci scaricavano sopra la paura. Fine. Funzionava.

Lo facevano pure i pagani greci e quei sant’uomini dei Peuceti, dei Bruti, dei Lucani, degli Irpini e del Sanniti – che i romani erano bravi con diritto e acqua corrente ma i pantheon se li copiavano e cambiavano i nomi.

Io faccio uguale.

Solo che so benissimo che è un trucco. E me lo tengo così, sporco.

Parto da due o tre cose che non si discutono.

La morte. Non c’è un cazzo da fare. Fine. Non “vediamo dopo”, non “ci rivediamo”. No. Spegni. E sparisce pure quella lucina di merda rossa dello standby che ti dava l’illusione che qualcosa restasse acceso. Non resta un benamata cazzo di niente, dopo dieci anni di terra fatta bene.

E le malattie? Non sono affar mio. Sono dei medici, ci stanno i cazzo di medici per quelle. Io posso e devo solo fare una cosa: non rompere il cazzo al corpo mentre prova a non collassare. Dormire, stare fermo, fidarmi. Non m mettermi a recitare le barzellette delle preghiere perchè quelle sono barzellette, sono come grattarsi davanti a un gatto nero – e ci arriviamo ma appunto sono cose che servono e servono un sacco ma per altro, non per le malattie che hanno la scienza.

Poi certo, ho pure io le mie minchiate scaramantiche e lo sapete bene – vi rinfrescate qui la memoria. Piccole. Stupide. Toccare ferro, cambiare gesto, evitare certe sequenze idiote che il cervello si inventa per sentirsi meno esposto. Servono? Boh. Ma tengono a bada quel ronzio di fondo che altrimenti ti mangia. Perchè tipo quella che chiami sfortuna, tipo inciampare, fare un incidente, spaccarti la coscia quando esci dalla doccia, farti cadere una stronzata in testa passando sotto una cazzo di scala sono cose che eviti con la scaramanzia.

Tutto il resto, quello che non rientra in queste due categorie, lo gestisco con una cosa molto semplice.

Una teogonia personale.

Non dei.
Gente.
Umani.
Come me.

Solo che a un certo punto hanno fatto qualcosa o sono diventati qualcosa che, per come sono fatto io, rappresenta un punto fermo. Un riferimento. Non migliori in assoluto. Ma perfetti per spiegare come cazzo sono fatto io. E sì, ovviamente mi fido perché la pensano come me. Autoreferenziale? Sì. E allora? Funziona. Soprattutto se ve lo dico io che vi sono superiore.

Dentro questa roba c’è una regola sopra tutte. Non bestemmiare. E no, non è quella roba da vecchiette e catechismo. È

Hybris. È

Quella linea che quando la passi diventi un coglione pericoloso. Gli orientali di Okinawa vecchia che si sono inventati il karate e che spaccano tavole e ossa lo dicono meglio: aspira al perfetto sapendo che non ci arriverai mai.

Il bello è lì. Nel non arrivarci. Nel restare con quella tensione addosso.

Perché appena inizi a dire “so fare meglio di tutti, mettetevi a pecora lì che vengo e vi spiego” (in realtà se uno è a pecora si viene dopo che hai spiegato), hai già iniziato a sbagliare. E la cosa divertente è che magari è pure vero. Magari sei davvero più bravo. Ma stai dimenticando una cosa semplice, brutale: da qualche parte nel mondo c’è uno che ce l’ha più grosso, sempre, ti prende, ti gira, e ti fa “mettiti a pecora che adesso ti faccio il discorso io”.
E non devi nemmeno cercarlo. Fidati: esiste già.

Per questo nel mio pantheon ho due figure.

Alte. Non moralmente. Funzionalmente. Stanno lì a ricordarmi che se mi monto la testa, qualcuno me la sfonda. E sono in ordine gerarchico. Sì, gerarchico. Perché la gerarchia, quando non è fatta di “mignottopoli” e “mazzettopoli” e altre merdate da raccomandati, serve.
Ti dà misura. Ti insegna che non sei sempre il primo della fila.

Quini io c’ho per tutto un Segretario Generale del Soviet Supremo e Vice. Metti che quello si sente male, il primo?

Alla voce “umiltà” e “non fare il coglione convinto di essere Dio” ho due nomi. Secchi.

Andoni Goikoetxea.
E Laszlo Toth.

E mi gioco mezza palla sinistra che non sapete chi sono.
A pecora che vi spiego – e speriamo abbiate portabagagli che mi facciano dire che ne è valsa la pena!

Goikoetxea.
Il nome sembra un antibiotico che ti danno quando hai fatto una cazzata. Invece è peggio, perchè non è intramuscolo. Difensore dell’Athletic Bilbao. E qui bisogna capirsi: l’Athletic non è una squadra. Trattasi di pura’ossessione. Soprattutto per me. Baschi. Lingua basca. Niente compromessi. Niente “dai facciamo un’eccezione”. Se non sei dei loro, fuori dal cazzo – tipo quel minchia di Bixente Lizarazu, francese di merda. Punto. E stanno lì, da anni, senza piegarsi. Con uno stadio dove entri e ti viene da cagarti addosso non per la struttura, ma per l’aria che si respira. Sì, per chi non lo sapesse il San Mames è fascia rischio Rossa+++ in termini di sicurezza negli stadi: non si cagano sotto nemmeno dei liverpoolesi o di quelli di Bitonto.

E dentro questo contesto c’è Goiko.
Difensore anni ’80.
Uno che faceva il difensore sul serio.
Non quelle robe eleganti da Instagram. No. “
Ti passo sopra se serve”. Punto.

Bestemmie e scompostezza mode on.
Per capirci sui difensori, una vecchia gloria della difesa del Bari anni 60/70, Dino Generoso, mio carissimo amico dei miei, sua figlia mia carissima amica da quando siamo nati, lo dice sempre, visto che era nel giro serio della Bari quando la Bari era una cosa seria. Quando la Bari aveva Ranocchia e Bonucci in difesa e Ranocchia passò all’Inter e Bonucci alla Juve lui disse che l’affare l’aveva fatto la Juve. E lo disse così.

“Ranocchia è un bravo figlio, non bestemmia mai!”

Comunque.

24 settembre 1983. Minuto 59. Barcellona-Athletic. Un nanetto riccio, basso, rapido, uno di quelli che sembrano usciti male ma poi ti umiliano mezzo campo, parte da lontano. Salta tutti. Tutti. Salta anche lui. Tipo birillo E lì fa l’errore.

Perché Goiko non è uno che accetta di essere saltato così. E perchè in quel gesto Goiko VEDE. E Goiko capisce. E Goiko non è uno che accetta che qualcuno si avvicini troppo a quell’idea di perfezione che nel calcio fa venire la bava alla bocca agli esteti.

E allora entra. Male. Sporco. Senza poesia.
Suola piena. Tacchetti. Velocità.
Caviglia.
Il punto giusto. Il punto fragile. Crack.

Si sente. Tutti lo sentono. Un legno che si spezza. E si spezza davvero. In tre punti. Fine del discorso. Quelle cose, sì, si sentono. Si sentì anche tipo anni dopo il legamento di Ronaldo che si strappava, quando 1+8 con i poteri della mente e delle sue macumbe rimise anche lui a posto il concetto di perfetto.

Diciotto giorni di squalifica, Goiko.
Una barzelletta.
La reazione scomposta di chi voleva tutelare bestemmiando un patrimonio discutibilissimo.
E arrivò per Goiko il soprannome infamante: “Macellaio di Bilbao”.
Che lui si prende e si tiene.
Perché sa cosa ha fatto. E non si nasconde dietro la retorica.

Anni dopo lo dice pure: “Dovevo farlo.” Non per cattiveria.
Perché davanti aveva qualcosa di troppo bello.
Troppo perfetto.
E certe cose, quando diventano così, ti chiamano.
Ti chiedono di essere rotte.

Lo stesso meccanismo malato e lucidissimo che vedi altrove. Tipo quando qualcuno ti distrugge la cosa più bella che hai. Non perché è brutta. Perché è bella. Perché è tua. Perché ti fa felice. E quindi va incrinata. Confrontate con Tano Cariddi, la Piovra 4, quando tortura un suo rivale economico dietro lo scudo di due guardaspalle molto cortonesi armati di semiautomatiche e maiali per il dopo. Come lo tortura? Sfasciandogli la collezione di uova di fabergè una per una dicendo calmo, con voce monocorde e priva di accenti siculi “Sono il tuoi pensieri felici, no? La tua collezione, no? Sono cose belle, no?” E quello piange. E Tano NON ride.

Ed è qui che entra allora il vice nella teogonia: Lazslo Toth.

Laszlo Toth.
Geologo. Australiano di origini lontane ungheresi.
Uno che il martello ce l’ha in mano per mestiere. E non un martello da fabbro: uno da geologo. E chiedete a un geologo cosa fa un martello da geologo su un ginocchio.
“Un macello, fa!” (cit Taxi Driver che tornerà sempre nella Teogonia!)
1972. Pentecoste.
Entra e prende a martellate la Pietà di Michelangelo.
Urlando di essere Cristo risorto.
Trentatré anni. Tempismo perfetto, pure nella follia.

Risultato: statua devastata.
Processo? No. Manicomio. Due anni.
Poi fuori. Rimandato a casa come uno che ha fatto una cazzata troppo grossa per essere capita. A letto senza cena, ma a casa tua, senza centri in Albania.

E tu puoi dire: “è pazzo”.
Certo che lo è.
Ma prova a guardarla storta – o meglio per il cazzo del verso giusto.
Uno che prende la perfezione assoluta e la riporta giù.
La rompe. La sporca. La rende di nuovo cosa.

Michelangelo stesso, del resto, in un impeto di lucidità, cercò di fare lo stesso con un’altra roba che aveva tirato fuori un po’ troppo bene dal marmo. Il Mosè, no? Una bella martellata sul ginocchio all’urlo di “Perchè non parli?” Freud lo spiega bene, insieme alla faccenda dei topi cuciti in culo: uno si inventa cose strane per fare cose giuste. Non mutilò il Mosè perchè non parlava. Lo mutilò per dimostrare che non era perfetto, dunque non parlava, dunque non gli poteva dire “Ma lo sia che tua madre fa i bocchini al lungomare?!” dopo la martellata.
Michelangelo aveva solo intuito.
Perché aveva paura di quella roba lì.
Di quello scarto tra umano e divino che doveva rimanere scarto ben leggibile!

Tutto torna.
Sempre.

E quindi io, che nel mio piccolo so di essere bravo – e pure troppo a volte, e questa è la parte pericolosa – tengo lì questi due.

Non santi. Non esempi morali.
Due che, se li immagini, puzzano, scoreggiano, si grattano le palle senza pensarci e poi si annusano pure la mano, perché sono uomini – lo avete fatto tutti, voi maschi, almeno una volta, senza sapere perchè.

E proprio per questo funzionano.

Perché la perfezione è una tensione.
Non un traguardo.
E perché quando qualcosa viene troppo bene, troppo pulito, troppo “madonna che figata”, da qualche parte c’è già uno con il martello in mano o la suola pronta che sta per arrivare a sfasciartela. Senza chiedere. Senza spiegare. E tu puoi anche incazzarti come una bestia, ma sotto sotto lo sai: è giusto così.

Ed è una rottura di coglioni clamorosa: tutto quello sforzo per una cosa perfetta che arriva uno con una faccia discutibile e un passaporto apparentemente incongruo e un po’ di casini nel cervello e te la sfascia così, senza manco ridere.

Ma è così che resta tutto umano.

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14 risposte

  1. Avatar Topper Harley

    Pure Goiko è stato graziato, se non ricordo male. Ha scontato forse metà delle 18 giornate ed è tornato a fare il macellaio.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Senza di lui il calcio era triste

      1. Avatar Topper Harley

        Quando c’era lui gli infortuni arrivavano in orario

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Per fo!

  2. Avatar 2010fugadapolis

    Ti sei salvato un quarto di palla sinistra, che Lazslo Toth lo sapevo chi era, tiè! 😉
    Me lo spiegarono da giovanotto quando mi chiedevo perché la statua fosse blindata peggio di un’Alfetta blindata. E poi me ne parlò a lungo un tale Mario Appignani, conosciuto in un posto dove lavoravo: diceva che non era certo fosse pazzo ma sicuro non era scemo.
    Sull’altro, invece, buio totale. Quindi palla salva.
    Oggi ho imparato un’altra cosa, comunque. Grazie!

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Tu puoi non passare dalla segretaria per la fattura. Comunque è bona, per cui… 😅

  3. Avatar 2010fugadapolis

    Che poi grattarsi le palle (o un’ascella o fra le chiappe) e annusare è come sniffare i calzini tolti la sera prima per vedere se possono reggere un’altra giornata, solo con una funzione in più oltre a quella ovvia di controllo della situazione: ti rassicura sul fatto che sei vivo. E che tutto, in fondo, sta funzionando come deve.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Sai che la seconda, rassicurarsi che sei vivo, e forse il 6 all’enalotto? Mica ci avevo mai pensato…

  4. Avatar La Manu

    che porca vacca mi rendi pure interessante il calcio e ho fatto voto di castità per quella disciplina, che invece l austro ungherese ha fatto “performance”

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      L’Ungheria sforna pazzerelli. Da Attila in poi.

  5. Avatar Antonio Gaggera

    Goikoquelchelè me lo ricordavo, Toth mi diceva qualcosa e ho collegato subito.
    Il tuo post spiega bene la natura umana, che racchiude in sé un pizzico di invidia e autolesionismo. Perché tale è il privarsi di una cosa bella.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ma ci vuole coraggio.

  6. Avatar Giorgio Genetelli

    Andoni Goikoetxea non so cosa abbia fatto dopo o se è ancora vivo, ma so che in fondo si sente un vigliacco

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Lo dicono tutti i difensori centrali da quando il mainstream obbliga ai buoni sentimenti!

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