Hai mai subito la frattura di un osso?
Lo sapete, lo dovreste sapere benissimo, ma WordPress fa queste domande solo per fingere di non controllare le vite di noi blogger fin dentro al più comunista dei vostri buchi. Tipo proctologo, urologo o qualche altro potente del pianeta tipo Obama. Obama è un proctologo? Non lo so, però ha dita lunghe e questa cosa, biologicamente, inquieta. E comunque ormai ogni piattaforma vuole scavarti dentro con quella falsa delicatezza da santone digitale che ti chiede “cosa ti ha ferito?” mentre contemporaneamente vende i tuoi dati pure ai produttori di pannoloni ortopedici e vibratori bluetooth. Viviamo tempi splendidi.
Comunque sì. Io una frattura me la sono fatta davvero. Frattura del settore V del metacarpo. E no, non facendo cose nobili tipo salvare bambini da un incendio o fermare una rapina mentre in sottofondo partiva una colonna sonora anni Ottanta e una donna slava mi guardava desiderosa dalla pioggia. No. Me la sono fatta salvando la faccia di un coglione da un pugno che si meritava integralmente. E attenzione: meritocraticamente, moralmente, filosoficamente, ontologicamente. Quel pugno era corretto. Kant lo avrebbe probabilmente catalogato come imperativo categorico del quartiere.
Il problema è che ero ubriaco. E quando sei ubriaco il cervello smette di fare biomeccanica e comincia a fare poesia criminale. Quindi all’ultimo secondo deviai il colpo e invece della faccia del soggetto centrò una lastra di marmo spessa dieci centimetri con dietro abbastanza cemento da sostenere emotivamente tutta Bari vecchia. Crack. Rumore secco. Elegante quasi. Il rumore che fanno le grandi idee quando incontrano la fisica.
Però qui bisogna capire una cosa importante delle arti marziali, pugilato incluso — che oggi certe volte mi sembra diventato un circo di energumeni tatuati interessati solo a soldi, bella vita, Rolex tamarri, cazzinculo ludici e podcast motivazionali sulla disciplina maschile mentre sniffano pre-workout come se fosse ketamina da discoteca di provincia. Tutte queste discipline stanno in piedi grazie a una parola elegantissima che sembra uscita da una lezione universitaria frequentata da gente che odora di canapa e fallimento sentimentale: biomeccanica.
Cioè il corpo umano usato come un sistema di leve, torsioni, punti fragili e scorciatoie sataniche. E infatti nei dojo seri il maestro non “perde tempo” con te. Investe tempo. Tipo quel “pigliengulo” meraviglioso di Daniel LaRusso che dà la cera, toglie la cera e pensa di stare facendo il piccolo schiavo domestico di un pensionato giapponese alcolizzato mentre invece sta imparando automatismi corporei che anni dopo gli salveranno il culo.
E lì ti spiegano cose che sembrano magia nera ma sono solo corpo umano studiato bene. Ti fanno capire che il peso non sta nel pugno ma in come il corpo accompagna il movimento. Che certe posture sbagliate ti lasciano scoperto come una finestra aperta in un quartiere complicato. Che la difesa personale fatta bene non è “spacco tutto”, ma è far capire a qualcuno che il suo corpo ha limiti molto più fragili di quanto credesse.
Ed è qui che arriva la parte che terrorizza sempre i maschi convinti che basti essere grossi. Perché magari una donna pesa quarantacinque chili, sembra fragile, la guardi e pensi “vabbè”. Poi scopri che se una persona addestrata usa il tuo slancio, il tuo equilibrio e il tuo stesso corpo contro di te, improvvisamente diventi un armadio Ikea montato male. Tipo mia moglie. Che non ha mezzo muscolo in vista e sembra una creatura pacifica da libreria indipendente e tisane biologiche, ma se decidesse seriamente di umiliarti fisicamente probabilmente potrebbe riuscirci con una serenità quasi buddista. E no, non vi spiego nel dettaglio come, perché già internet è pieno di maschi frustrati che cercano tutorial su “come dominare”. Però vi basti sapere che il corpo umano è pieno di articolazioni che non amano essere sorprese, e che il dolore improvviso ha una straordinaria capacità educativa.
Stesso discorso per quelle prese stupide da film in cui uno afferra qualcun altro al collo pensando di sembrare Jason Statham. E lì il maestro ti guarda come guarderebbe un bambino che ha appena infilato le dita nella presa elettrica. Perché il collo, il respiro, l’equilibrio, il panico: il corpo umano è un condominio pieno di allarmi biologici progettati per ricordarti che non sei invulnerabile. E improvvisamente capisci che gli antichi maestri non erano mistici orientali pieni di saggezza e tè verde. Erano ingegneri della sopravvivenza con molto meno marketing e molte più nocche rotte.
Ed è questo che da ubriaco dimentichi completamente. Non pensi alla catena cinetica, al peso trasferito, all’anca, alla torsione. Pensi solo “madonna quanto mi sta sul cazzo questo soggetto”. E quindi succede che il marmo resta lì eterno come certi funzionari comunali sopravvissuti a sei giunte politiche, mentre il tuo metacarpo decide di esplodere come l’autostima di un uomo separato che scopre Telegram.
E la lezione finale è sempre la stessa: non discutere mai con un coglione quando anche tu hai bevuto abbastanza da diventare temporaneamente un coglione.
Perché il mondo sarebbe un posto meraviglioso se la gente imparasse a riconoscere il momento preciso in cui sta per fare una stronzata e invece di farla si sedesse a mangiare noccioline guardando snooker o video di idraulici polacchi che lavorano in silenzio.
Però no.
Perché Dio — o il sistemista sociopatico che gestisce questa simulazione — ha deciso che gli esseri umani imparano solo attraverso dolore, ortopedia, figure di merda e messaggi vocali mandati dopo il terzo gin tonic.
E comunque sì, come sapete, all’epoca ero pure fedifrago professionista, giocatore di ruolo in presenza e discretamente convinto di essere il protagonista erotico di un noir scritto male. Ed è in quel periodo che conobbi una famosa ortopedica sposata che, diciamo così, ebbe modo di valutare molto professionalmente la mia mano. E forse pure il resto. Ma questa è un’altra storia e soprattutto una storia che, se raccontata integralmente, rischia di produrre divorzi, querele e improvvisi silenzi ai tavoli dei battesimi.
