La prima volta che ho deciso di viaggiare senza muovere né i piedi né il culo da dove stavo, l’ho fatto con una serietà che oggi mi fa tenerezza e un po’ schifo.
Non era la solita roba da quattro tiri rubati a una sigaretta imbottita male dietro un muretto. No.
Qui c’era un piano.
C’era un moto a luogo — perché comunque da qualche parte ci dovevi arrivare — e poi uno stato in luogo: si restava lì, tutti fermi, una ventina di corpi incastrati in una campagna di proprietà di qualcuno che quella notte diventava di tutti.
E la missione era semplice, quasi liturgica: bere molta birra e fumare molte sigarette riempite come si deve, che all’epoca chiamavamo “sveltroni” o “tromboni”, termini che già da soli facevano più scena dell’effetto reale.
MA capii facevano pure effetto, comunque.
Che fosse X agosto, con la scusa poetica di quel Pascoli che già dal titolo sembra innocuo e invece è un ginepraio di malinconie e — diciamolo — di robe poco pulite se uno si mette a scavare tra Ida e Mariù e il resto della famiglia, era del tutto incidentale.
Era la scusa buona.
Come nel paese vicino, quello con la desinenza in -etta, dove invece la scusa per devastarsi è la processione dei misteri dolorosi tra giovedì e venerdì santo, al freddo, che già solo quello ti dovrebbe far passare la voglia ma invece no, li vedi lì a bere e fumare per stare peggio.
E qui si apre una parentesi fondamentale: il fatto che un paese in -azzo abbia come vicino un paese in -etta è una provocazione geografica che andrebbe studiata. Ma che io spessissimo approfondivo con le solite scuse.
Sembra fatto apposta per suggerire combinazioni, accoppiamenti, fantasie che poi la realtà smentisce con una brutalità disarmante.
Noi nel paese in -azzo avevamo la domenica prima della festa patronale, quella in cui teoricamente si va a pregare in un casale fuori le mura e praticamente si finisce a fare riti baccanali degni di un manuale antico, almeno prima dei social, quando per sballarti dovevi nasconderti davvero e non bastava un video per sentirti vivo.
Era il ’96. Niente smartphone, niente Facebook, solo carne, sudore e ignoranza non sempre organizzata.
Arriviamo.
Io parto dalla mia comfort zone genetica: la birra. Ho antenati materni che sul luppolo hanno costruito una resistenza che oggi definirebbero patrimonio UNESCO – se Lollo capisse la birra.
E per stare ancora più sicuro, facevo quella cosa cretina ma che allora mi sembrava una finezza: un pizzico di cenere nella schiuma. Reazione, mi dicevo. Più schiuma, più alcol. Sì, certo.
Dopo sette birre e mezzo pacchetto di sigarette a sedici anni ero già bello che andato. Poi iniziano a girare gli sveltroni.
Budget da poche cinquemila lire sfuse ciascuno, quindi niente abbondanza ma abbastanza per fare danni.
Io tiro. Trattengo. Insisto.
La testa si alleggerisce, il corpo si scioglie, rido. Tutto sembra andare mooooooolto karashò. Addirittura limono con una, e lì scatta quella cosa tipica: io convinto di amarla, lei probabilmente convinta di niente, ma in quel momento ci ripromettiamo di “approfondire”, più la serata che il sentimento.
E poi faccio la cazzata.
Mi metto da solo.
Un attimo, mi dico. Un attimo con me stesso. Che è esattamente l’unica cosa che non devi fare, perché sotto quell’effetto il tempo non si dilata “un po’”: si spalanca. Diventa una roba vischiosa, infinita. E se resti lì da solo, la testa non ti fa scherzi.
No.
Ti sbatte in faccia quello che sei, ma con i cavi montati a cazzo.
Io ero uno che si faceva un sacco di seghe mentali già in quel tempo. Quindi invece di infilarmi nei discorsi stupidi, nelle risate, nelle stelle guardate male con ambizioni romantiche, io mi fermo.
Penso.
E arriva lui.
Biondoddio.
No, non lui, è una esclamazione.
Arriva l’altro.
Il me stesso Bravobravissimo.
Quello che già mi perseguitava ai tempi delle marachelle, insieme alla figura castrante di mia nonna — la stessa che anni dopo sarebbe tornata fuori pure nella storia del provino porno, perché certe presenze non mollano mai — e che ora sussurra: “Ti sei drogato, merda. Che direbbe tua nonna? Eh, Drogato?”
Io provo a reagire.
“Ma non dire cazzate, una volta sola, che vuoi che succeda.”
Abbasso la testa, mi tappo le orecchie, guardo a terra – GIURO!
E lì succede il disastro.
Le piastrelle di gres. Quelle da giardino. Linee storte, incrociate, apparentemente inutili. Io non le vedo per quello che sono.
Io vedo pattern.
Codici.
Figure.
Comincio a seguirle. A chiuderle. A completarle. Il leone. Il drago. E quando le completo, si staccano. Mi arrivano negli occhi. Veloci. Con un fischio. IL cazzo, la figa.
All’inizio è bellissimo.
Io penso: cazzo, sono il Tagliaerba. Sto penetrando il codice della realtà.
Poi torna lui.
“Lo vedi? Ecco il segno: ti sei drogato. Sei un drogato!”
E quella voce si mischia al fischio delle piastrelle codificate che si staccano dalle piastrelle e mi arrivano negli occhi con luci neon shocking. Lo sostituisce. Diventa un loop. “Ti sei drogato ti sei drogato ti sei drogato.” Sempre più veloce. Sempre più forte. Tipo “Magalli, Magalli, Magalli” della Boldrini in quella seduta simpatica in cui avremmo potuto avere un Presidente della Repubblica assai Karashò sparato in testa senza pausa.
E io non riesco a fermarlo.
Le immagini accelerano.
I codici mi piombano addosso.
Testa e occhi insieme.
E a un certo punto esplodo.
Urlo.
“Mi sono drogato aiuto!”
Vomito. Ma vomito urlando. Conati che ti sfondano. Sudore freddo. Tremori. “Aiuto ora muoio pazzo col dito in culo!”(cit.) — sì, lo dissi davvero.
Mi soccorrono. Mi stendono. Mi spugnano. Mi parlano. Mi riportano fuori. Ma ogni volta che sento “vuoi un tiro”, conato. Resto immobile. Se muovo la testa, gira tutto. Vomito di nuovo. Quindi sto fermo. Dormo. Mi sveglio un’ora dopo, zuppo di sudore freddo.
Finita.
La mattina prendo il treno e torno a casa, al paese in -azzo.
E come sempre nessuno si accorge che sono devastato.
Non se ne sono accorti mai nemmeno i carabinieri ai posti di blocco che fossi bevutissimo. E una volta, ma credo lo sappiate, un milite molto alto in gradi sgridò malissimo me e il mio amico fraterno di Dottorato perchè avevamo tassi alcolici da ritiro della patente e galera a vita ma non si sarebbe mai detto!
E da quel giorno succede una cosa semplice e definitiva: ogni volta che sento anche solo l’odore, nausea. Vomito. Sempre. Anche anni dopo, anche quando dicevo “proviamo, magari è passata”. No. Mai.
Anni dopo, un pregiudicato che conosco e a cui voglio bene mi disse: “A te ti ha baciato in fronte la Madonna. Con quella nausea sei salvo. Tu manco ci pensi a toccarla.” Disse che ero quello ideale per gestire una piazza di spaccio.
E aveva ragione.
Perché col tempo ho capito che è stata una fortuna.
Non per moralismo — che ho le mie dipendenze, la nicotina, i gesti, l’alcol che ogni tanto prova a prendersi troppo spazio — ma perché quella roba lì, quella che ti comanda mentre credi di comandarla, si prende un pezzo di te.
Io non so cosa ci sia davvero dentro quelle sigarette imbottite.
So solo che quel viaggio è cominciato bene ed è finito malissimo.
E soprattutto che io non sapevo viaggiare.
E non so farlo nemmeno oggi.
E va benissimo così.
