Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Quali sacrifici hai fatto nella vita?

Sacrifici nella vita se ne fanno tanti. Pure troppi, certe volte. E no, non sto parlando solo dei sacrifici veri da poveracci normali che si alzano alle sei del mattino e si spaccano la schiena o di quelli da madri di famiglia che riescono a cucinare, lavorare, stirare e pure fingere di avere ancora una libido funzionante dopo una giornata di guerra civile domestica. No. Pure se sei il primo in linea di successione a un trono ex imperiale, di sacrifici ne fai a pacchi.

Perché pensateci un attimo: nasci teoricamente nel privilegio assoluto e invece ti ritrovi a sacrificare tutto. Il concetto stesso di famiglia, perché tua madre e tuo padre non sono mamma e papà ma due figure mitologiche con agenda e protocollo. Sacrifichi l’infanzia, perché mentre gli altri bambini fanno i coglioni tu devi essere bravobravissimo e salutare bene la folla e non infilarti le dita nel naso davanti alle telecamere. Sacrifichi l’adolescenza, perché mentre gli altri scopano male, bevono peggio e fanno casini memorabili tu devi fare il morigerato, il composto, il futuro re, il simbolo della continuità istituzionale e altre bestemmie travestite da concetti nobili.

E poi arrivi a quarant’anni e ti rendi conto che tutta quella splendida vita che avresti potuto avere non l’hai avuta per un cazzo. E la cosa più bella è che tua nonna è crepata tardissimo e tuo padre, che di casini ne ha fatti eccome, è ancora lì saldamente sul trono. Quindi aspetta pure ancora, coglione.

E intanto tuo fratello sfascia tutto, si fa la vita sua, si leva dal cazzo i sacrifici e vi tiene pure sotto ricatto morale, mediatico e familiare mandando ogni tanto un pezzo d’orecchio metaforico tipo Farouk Kassam per farsi mantenere sfizi, vizi e bella vita. In divisa da nazista pure. Che poi oddio, abbiamo dato spazio parlamentare a gente vestita peggio, quindi magari non è nemmeno così grave per uno che sta nella linea di successione di un trono imperiale.

Ora voi direte: “Che cazzo c’entri tu con le storie di Willy e Harry?”

Un cazzo. E per fortuna, aggiungerei. Non purtroppo.

Però era per spiegarvi che io quei due, con le dovute, robuste e gigantesche proporzioni di scala, li capisco pure. Con un’aggravante addirittura. A loro quei sacrifici li hanno inculcati gli altri. Famiglia, corte, istituzione, protocollo, la nonna immortale vestita pastello.

A me ha fatto tutto il mio cervello.

Che è peggio.

E sì, chiariamoci: non stiamo parlando di troni o imperi. Parliamo di una vita borghese, agiata, sicuramente non regnante. Però nei piccoli paesi del sud lo sapete benissimo come funziona: basta essere nipote di uno che col sudore si è costruito il suo successo e immediatamente diventi personaggio da quel curioso e atroce Novella 2000 del paese che finisce col nome del buco del culo. E quindi non puoi vivere sereno. Non davvero.

Anzi no, rettifico: dopo una certa età io sereno ci vivevo eccome. Tipo dopo i vent’anni.

Prima no.

Perché nel mio progetto mentale fino ad allora esisteva una sola missione: costruire una corazza inscalfibile di certezze granitiche. Non mie, attenzione. Altrui. La gente doveva pensare una cosa sola: “Impossibile che lui abbia fatto questo.”

Capite che razza di sacrificio idiota e mostruoso è?

Tu vivi costruendo un personaggio morale così solido che qualunque accusa rimbalzi via. E quando quella corazza sta finalmente su bene, robusta, cementata anche dal fatto che nel frattempo sei diventato uno che incute un certo timore — per morsi, atteggiamenti, tendenza a farti giustizia da solo in modi spesso definitivi per i parametri di un piccolo paese e poi ingigantiti positivamente dalla narrativa orale che nei paesi del sud trasforma pure una rissa al bar in un episodio dell’Iliade — allora lì smetti di risparmiarti.

E infatti io non mi sono più risparmiato.

E ne sono uscito sempre indenne. Per clamorose botte di culo anche, sia chiaro, perché ogni tanto la vita decide che puoi continuare a fare il coglione ancora un altro po’.

Però una cosa la devo dire.

Il sacrificio più grande che abbia mai fatto — e l’ho fatto senza che nessuno me lo chiedesse — è stato evitare di imparare a dire NO.

Che sembra una cazzata da libro motivazionale per donne col blazer beige e tisana detox, ma invece è una roba atroce.

Perché non saper dire no ti cambia la vita. Ti rende triste. Ti rende esposto al male degli altri.

E il male degli altri non è necessariamente quello cinematografico, con la gente che entra in casa tua armata e pretende di fare cose pirotecniche coi tuoi nervi e col tuo corpo. No. Molto più spesso è gente convinta di poter entrare metaforicamente nel salotto di casa tua e lasciare per terra un mozzicone, una cartaccia, un sacchetto dell’immondizia della loro vita di merda.

Oppure semplicemente chiederti una cosa.

Una cosa che magari non rientra nei tuoi voglio. E certe volte nemmeno nei tuoi posso.

Potrei mettervene in fila altri mille di sacrifici piccoli, insignificanti, quotidiani. Robe minuscole che sommate fanno una montagna di rotture di coglioni esistenziali.

Ma non servirebbe.

Perché quando si entra davvero nelle questioni bisogna trovare l’origine.

E l’origine, per me, sta tutta lì.

Il mio più grande sacrificio è stato evitare sempre di dire un bel no.

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8 risposte

  1. Avatar Vittorio Tatti

    Mi vengono in mente certe vite sottratte, volontariamente o meno, sull’altare del sacrificio.
    E poi vedi che il sacrificio può anche prendere forma con la vita stessa.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ok il senso è passato, allora.

  2. Avatar apheniti

    Ma sai che sotto sotto, la vicenda di William e Harry è comune a un sacco di persone? Voglio dire, come hai scritto anche tu, “con le dovute, robuste e gigantesche proporzioni di scala”, la storia del fratello/sorella che rimane a sistemare i casini, a fare il figlio educato, responsabile, mentre l’altro sceglie il lusso di fare il cazzo che vuole e poi pure la vittima, è comune a molte famiglie.

    E dire no, cazzo, è la cosa più difficile da imparare. Hai ragione, non saperlo fare ti rende la vita molto più difficile (e triste). Ed è una fregatura.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Enorme. Un cazzinculogravissimo!

  3. Avatar 𝒢𝒾𝓈𝑒𝓁𝓁𝑒

    A volte, o forse spesso, la parte più inquietante del non saper dire no è che all’inizio ti sembra altruismo. E ne siamo anche convinti, forse lo è davvero, ma solo le primissime volte.
    Da altruismo si trasforma in altro… altro che oggi non trovo parola è giusto vocabolo, però solo dopo anni capisci che molte persone non ti volevano bene: si erano semplicemente abituate alla tua disponibilità.

    1. Avatar Domenico Mortellaro

      Ed è atroce quando, sebbene il sangue si mastichi ma non si sputi, a farlo sono le persone che hai più vicino.

      1. Avatar 𝒢𝒾𝓈𝑒𝓁𝓁𝑒

        Le ferite inferte da chi amiamo sono sempre le più dolorose! 😞

      2. Avatar Domenico Mortellaro

        Si, decisamente…

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