C’è stato un tempo, in quella primavera di un anno da cani, che continua a tornarmi addosso anche quando penso di averla finita di raccontare, come quando chiudi un cassetto male e lui si riapre da solo, in cui mi ruppi una mano – non nel cassetto, però.
Una rissa con un muro, che sembra una battuta ma non lo è, è proprio un muro e potete recuperare tutto cliccando qui, parola pericolosa qui perché sembra che chiarisca e invece complica, e dopo quella cosa io mi ritrovai con la mano destra fuori uso e con un problema molto più grande della mano che era la vita dopo la rottura della mano, perché non ero mai stato ingessato, mai, e quando non hai mai fatto una cosa quella cosa diventa gigantesca.
Come quel tipo alla visita del militare che disse che non l’aveva mai fatta prima la visita del militare e tutti a prenderlo per il culo, per la battuta.
E io non sapevo niente, niente di pratico della vita da ingessati, ma soprattutto niente di come si vive così, potevo guidare, potevo parcheggiare, potevo fare le cose normali senza sembrare uno che sta facendo una cosa sbagliata?
E soprattutto che vita fa uno con la mano destra bloccata, non la sinistra che è una controfigura che già sai che ti tradisce, la destra è quella vera, e quindi io già mi vedevo fuori dal mondo.
Tipo, sapevo che non potevo provvedere ai preliminari nel sesso se non con la sinistra che mi è sempre venuto male per fare certe cose, tipo la mano di spoiderman dentro, con sommo godimento e fontana del Bernini di lei e schiamazzi e “Adesso basta, dio ti prego basta!” e tu ti senti dio perchè lei ti ci chiama così, che sei tu che le stai facendo quelle robe.
Inciso doveroso, la fontana non è quella che esce dalla bocca del puttino del Bernini ma da quella di sotto che comunque ha labbra.
Un amico mi disse tranquillo è tutto uguale basta che non ti fermano i carabinieri se sei alla guida, che è una frase che non ti rassicura davvero ma ti dà una direzione e tu ti aggrappi a quella.
E in quel tempo, come gli scritti di quel libro fantasy su quella compagnia dell’anello ma fatta di apostoli, io avevo questo progetto poco dichiarato ma molto attivo di vivere una relazione fedifraga con una barista che avevo conosciuto, io 25 lei 22, e già si capiva che aveva un rapporto stretto con certe sostanze, non un rapporto così, un rapporto serio, esclusivo, tipo fidanzato vero.
Ma io ci andai lo stesso, con il gesso, al primo appuntamento e poi a tutti gli altri perché quando una cosa la devi fare la fai anche male, anche storto, anche con una mano che non funziona, e ci fu subito sintonia, quella cosa che non sai spiegare ma riconosci subito, entrambi fidanzati e quindi già dentro una specie di accordo tacito di non guardare troppo da vicino quello che stavamo facendo.
Io senza pastiglie, senza chimica, ma con una convinzione enorme di essere competente nel bere, nel mescolare, nel creare cose, tipo voto A++ alle superiori americane, e in quel periodo ero fissato con l’assenzio, fatto in casa senza strumenti veri ma con la tecnica della maturazione spontanea, come se stessi facendo una cosa nobile e non un casino.
Tipo Moonshiner ma più esteticamente piacente e più culturalmente ferrato nei dispositivi letterari di riferimento di un redneck italico qualsiasi del Gargano o di Bitonto e frazioni.
E lei era felicissima, non si tirava indietro, voleva provare, mano, bocca, tutto quello che serviva per provare, e io convinto — sempre quella parola — che attraverso i miei intrugli l’avrei “sistemata”, che bastava cambiare tipo di eccesso per renderlo migliore, e in più avevo questo progetto laterale, quasi strategico, se andava bene, di dire in giro che stavo con lei così magari la mia fidanzata mi lasciava senza più impedirmi di lasciarla facendo leva sui miei sensi di colpa, e quindi la portai dentro questa cosa delle combinazioni, delle boccette comprate in Francia da un tizio che sembrava sapere tutto e che mi aveva parlato per ore di dosaggi, di prudenza, di limiti, che sono parole che uno ascolta e poi non usa.
Tipo “attento che se mischi troppo, sono viaggi molto intensi”.
Perfetto, aveva la mia attenzione.
Io avevo già fatto prove con un cugino in quel viaggio in cui morì il papa che voi chiamate buono. E i tentativi erano stati così produttivi che a un certo punto quel cugino laterale parlava con cose che non rispondevano ma lui era convinto di sì, e quindi tornato in patria decisi di provare anche con lei, non di nascosto ma insieme, che sembra più onesto ma non lo è per forza, e le serate iniziarono a diventare tutte un po’troppo.
Una in particolare con il laudano, una quantità che già detta adesso sembra assurda ma in quel momento era solo una misura, e lei che cambiava, parlava meno, i tempi si allungavano, e io che stavo dentro due pensieri contemporaneamente, uno che diceva che era una cosa fortissima e uno che diceva che c’era qualcosa che non andava ma senza riuscire a fermarmi davvero.
E quella sera il laudano con aggiunte di papavero di boccetta numero 3 causò per sovradosagio l’anestesia completa della sua lingua – sì quello l’aveva detto che con boccetta 3 succedeva.
E la cosa ridusse drasticamente la sua logorrea – io che do del logorroico a qualcuno?! immaginatevi – e mettendomi in condizione per sua espressa volontà di sperimentare successivamente, una volta appartati, l’esperienza curiosa e parecchio da necrofilo di una roba fatta con enorme intenzione e passione con la bocca da una lei che però, per ragioni farmacologiche, ha la lingua completamente anestetizzata e dunque morta e dunque inerte – ma per fortuna ancora temperatura corpo vivo. E la cosa mi agghiacciò molto e mi fece dire “Cazzo bellissimo ma non ci prendere gusto, che tu già le sale settorie dove tagliano i morti le frequenti per lavoro!”
E poi un’altra sera ancora più incasinata, il pub dove se spendevi abbastanza ti premiavano a piatti di spaghetti e quindi finivi sempre per spendere troppo, e quindi già eri dentro una logica di accumulo, e poi le gocce, i vapori, i bicchieri scaldati, le cannucce, tutte cose che sommate fanno una cosa che da fuori sembra già un errore e da dentro sembra una scoperta. E che scoperta, la sua: se metti a prendere fuoco un cicchetto ricolmo di assenzio sotto una coppa di birra la coppa di birra si riempie di vapori che tu aspiri con una cannuccia e poi bevi l’assenzio che intanto ha consumato l’0ossigeno e si è spento ma si è già tostato, caramellato e taroccato di suo, quindi con le boccette da sopra, immaginatevi voi.
E poi fuori andò a finire pirotecnica davvero, in un parcheggio enorme, le luci che non sono notte ma non sono giorno, le macchine ferme, cioè, la macchina, la mia, in un parcheggio enorme dell’Ipercoop e la Polo Cross scomodissima, e lei con questo desiderio preciso di essere vista anche se nessuno guardava davvero, e quindi sotto il palo delle telecamere e noi sopra al cofano della PoloCross e poi fermarsi, restare, guardare, nuda ma non toccabile dopo per sua espressa richiesta, qualcosa che io non vedevo, perché non c’era, ma per lei c’era, gli spari sopra e non c’era Vasco in sottofondo e non c’erano gli spari e lei diceva invece di sì, e li seguiva, e ogni tanto sobbalzava e mi diceva abbracciami, tienimi, guarda che belli, mamma che botto che paura e io lì a chiedermi perché stessi accettando tutto questo e se il problema ero io che non vedevo o lei che vedeva troppo, e poi quella frase nel suo dialetto “Mohchehastat!” che io tradussi male “Moh – ossia oh Biododdio nella lingua degli avi della provincia tutta di Bari – che estate che è questa!” perché volevo che fosse qualcos’altro, qualcosa di poetico, e invece era solo una constatazione, “Dio che è stato!” e lì si capì che non parlavamo la stessa lingua, io pensavo alle stagioni e lei a quel momento lì.
E quindi la cosa cominciò a finire, ma non finisce mai di colpo perché la settimana dopo c’era ancora un tentativo, le scale del sottopassaggio della stazione di notte, un’altra proposta di spingersi più in là questa volta non per essere visti ma perchè certi posti e certi odori la intrigavano e mi disse “prenditele pure tu le 0.3 che ti fanno vedere i draghetti di supermario”(cit) io che ancora una volta dissi no non per morale ma per memoria, perché avevo già visto dove portava assumere droghe vietate dalla legge italiana e non incentivate come alcool e nicotina, ma droghe vere, e lei che mi disse che era meglio così perché se no si innamorava davvero e io l’avrei portata fuori da qualcosa da cui lei non voleva uscire perché lo trovava bello, arredato bene, tipo tunnel dal quale non vuoi uscire, e quella frase lì chiude tutto, più di qualsiasi spiegazione.
E quindi finì, così, senza scena, e io ogni tanto ci penso e quando ci penso le scrivo, e lei è ancora lì, dentro le stesse cose da anni, sempre uguale e sempre diversa, certificando un dubbio che ogni tanto mi viene che tipo la chimica non sia droga perchè sono vent’anni e lei non è morta.
Oppure è vero quel che pensavo, che lei fosse la prova provata che esisteva la reincarnazione e lei era tipo o Giovanna d’Arco o più probabilmente Santa Teresa d’Avila perchè quando scopava vedeva sempre tipo una spada di San Michele e diceva che noi eravamo i serpi. Ma secondo la mia psichiatra era tipo manifestazione del senso di colpa.
Ma di tutte queste storie un giorno parleremo, giuro.
Di santa Teresa, intendo.
