Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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]
]

Descrivi un rischio che hai corso di cui non ti penti.

Bari. Non diremo dove, ma è irrilevante: certe cose qui hanno lo stesso odore ovunque. Giorni recenti, ma con quella qualità del tempo che sembra già passato e già ripetersi.

Nel mio lavoro — criminologo, parola che suona più fredda di quanto sia — capita che ti chiamino. Giornali. Redazioni. “Ci dai una lettura?” Non un giudizio. Una lettura. Succede.

In quei giorni era successo un fatto. Grave. Una giornalista aggredita. Non per strada, non a caso. Dalla moglie di un boss noto in città. Malmenata. Notizia che fa il giro, sale, tiene. Eco nazionale. Le parole diventano veloci, le posizioni anche.

Mi chiedono un pezzo.

Io, prima, faccio quello che faccio sempre: ascolto. Tutte le versioni che si possono ascoltare quando nessuno ha voglia di ascoltare davvero. E dentro quelle versioni c’è un punto che non assolve, ma spiega il contesto. L’aggressione non avviene nel vuoto. Avviene ai margini di una veglia funebre. E a Bari, la veglia funebre non è un dettaglio. È un luogo. È un codice. È un momento in cui le gerarchie si fermano e si mostrano. E in un ambiente mafioso meridionale, quella cosa lì pesa ancora di più. Simbolicamente. Umanamente. Operativamente.

Scrivo.

Scrivo che la violenza resta violenza. Che è reato. Che non si discute. Lo scrivo netto. Ma scrivo anche che il tempo e il modo contano. Che la cronaca, se vuole capire, deve saper aspettare. Che la pressione — insistente, fuori tempo — non aiuta. Non giustifica niente. Ma non aiuta. E lo dico.

È lavoro. Il mio. Senza eroismi. Senza paure particolari. Perché non faccio il poliziotto, non faccio il magistrato. Faccio uno che prova a stare nel mezzo con parole che spesso non piacciono: umanità, empatia, comprensione. Anche quando dall’altra parte ci sono persone che la legge le violano per mestiere.

Passano due giorni.

Telefono.

Studio legale noto. Voce misurata. Mi chiamano per conto della signora. La moglie del boss. Anche lei profilo alto, non per curriculum accademico. Vogliono un incontro. “Scambio di idee.”

Faccio una domanda. Una sola. Se sono in pericolo. Se chi mi chiama è consapevole di quello che sta facendo. La risposta è una rassicurazione. Non solenne. Sufficiente.

Accetto.

Non a occhi chiusi. Con regole. Prima, una telefonata in viva voce con lei, alla presenza del suo legale. Serve a definire il perimetro. Cosa si può dire. Cosa no. Come. Poi una condizione: luogo pubblico. Visibile. Terzo. Neutro. Una caffetteria dentro una libreria di Bari. Gente, tavoli, tazze, occhi addosso che non guardano ma registrano.

Lei accetta. Sorride. Dice che in una libreria non è mai stata.

Ci vediamo.

Tre ore.

Non è un interrogatorio. Non è una confessione. È una conversazione che non dovrebbe esistere e invece sta lì, seduta tra uno scaffale e un bancone. Lei è esattamente quello che è: ferocia composta, controllo, linguaggio che non si addolcisce. Io faccio quello che so fare: chiedo, ascolto, restituisco. Senza alzare la voce. Senza abbassare lo sguardo.

Alla fine dice una frase. Senza enfasi. Come si dice una cosa che si è capita.

“Tu ci studi e ci spieghi, ma non ci giudichi. Tu con noi c’hai rispetto, pure se non è il rispetto che pensate voi e che usiamo in mezzo a noi. E per quello che hai scritto di me, grazie.”

Io, di lei, avevo scritto anche cose dure. Più di una. Ma avevo messo due volte — non una — il punto sul contesto. Sul fatto che si pretendeva rispetto in un momento in cui a lei non lo si stava offrendo. E quella cosa, lì, è arrivata.

Fine dell’incontro.

Nessuna scena. Nessun seguito.

Resta un dato: ho corso un rischio. Calcolato quanto si può calcolare. Non me ne sono pentito.

Oggi è 21 aprile mentre scrivo. Questo torna su perché lo chiedono le circostanze, ma anche perché qui, adesso, l’aria è tesa. C’è stato un morto. La situazione criminale a Bari è incandescente. E, ancora una volta, nel pomeriggio, la stampa ha scelto male il tempo e il modo. Ha messo il dolore in vetrina senza filtro. Stavolta in prima pagina ci finisce un bambino.

La cosa che resta non è l’episodio. È il meccanismo.

Un mondo — quello criminale — continua a girare così. Non si interrompe. Non si spezza da solo. E non si spezza perché fuori non arriva niente che somigli a un’alternativa. Solo esclusione. E intanto si pretende comportamento diverso, educazione diversa, esiti diversi. Da persone a cui, per decenni, abbiamo lasciato un unico modello possibile. Loro vivono lì. Crescono figli e nipoti lì. E noi guardiamo quando esplode, non quando si forma.

Le cose, quando sono così, fanno schifo.

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7 risposte

  1. Avatar valy71

    Caspita, è davvero dura!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Dopo un po’ diventa più divertente che altro, sebbene sporchi molto.

  2. Avatar valy71

    Beh, penso che non sporcarsi sia impossibile.

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      In nessun lavoro si esce puliti. Il problema è che il mio sporca molto dentro.

  3. Avatar valy71

    Sono d’accordo, è inevitabile, ma conosco bene i cavilli della Giurisprudenza. Io non credo che tu sia sporco dentro Domenico! Le persone sporche sono altre!

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie. Vero, non sono sporco, provavo a dire che stare a contatto con quelle cose ti rabbuia.

  4. Avatar valy71

    Questo è sicuro.

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