Scrivi di un momento in cui non hai agito ma vorresti averlo fatto. Cosa avresti fatto diversamente?
Se mi chiedi se nella mia vita ci sono stati momenti in cui non ho fatto qualcosa e poi, col senno di poi – di cui, comunque vi piaccia o no, le fosse sono talmente piene che ogni giorno bisogna scavare altre fosse con enorme consumo di suolo che potrebbe essere destinato a palazzi e opere pubbliche, e già questo vi dovrebbe dare la misura di che cazzo di spreco sia ‘sto continuo seppellire senni di poi – mi sono detto “eh però…”, la risposta è sì. Ovviamente sì. Ed è la banalità più volgare e immorale (cit.) che esista.
Perché tutti, ma proprio tutti, prima o poi si sono trovati davanti a una sliding door e ne hanno presa una. Per istinto. Per fretta. Per mancata ponderazione. Per quella troia isterica che si chiama FOMO, che non è solo comprare bitcoin perché un fuffaguru ti ha infilato prima un’idea in testa e poi il resto più in basso, ma è quella ansia occidentale cronica, quella roba che ti tiene attaccato a un mondo che finge di chiederti velocità mentre ti dimostra che la velocità non serve a un cazzo perché tanto tutto ormai piega spazio e tempo: la lettera che prima ci metteva settimane ora arriva in dieci secondi. E tu corri. E sbagli correndo.
Tutti c’abbiamo – verbo ciavere, segnatevelo – almeno un momento nella vita in cui parte quella frase: “eh ma se quel giorno…”. Palle. Sono pensieri costruiti male. E non male a caso: male apposta. Roba progettata dal creatore dei patimenti occidentali per fotterti. Ti tirano fuori dal flow e ti buttano dentro una stanza chiusa dove inizi a farti le seghe mentali. E non sono seghe allegre. Sono seghe tristi, viscide, tipo quelle di un mio amico con le cassette “zozze” dell’Unità di Veltroni – “Il cinema proibito grandi classici” – che zozze non erano mai, erano sempre robe cervellotiche, e invece di eccitarti ti facevano stare male. E quando ti fai quelle seghe lì, su cosa sarebbe potuto essere, non produci sperma. Produci smegma. Quella roba giallastra, puzzolente, tipo ricotta rancida, che dalle mie parti significa che non ti lavi.
Potrei dirvi: sì, una storia d’amore. Problemi seri. Io fermo a guardare invece di entrare dentro e sporcarmi le mani. Se mi fossi mosso, forse sarebbe andata avanti. Vero. Tutto vero. Ma poi non avrei conosciuto mia moglie. E mia moglie è una cosa bellissima. E insieme abbiamo fatto LA cosa più bella – tutta maiuscola – che è mio figlio. E quindi il rimpianto può pure bussare, ma non serve più. Fine.
Potrei dirvi che tra i 30 e i 35 anni mi sono fatto fregare la testa da idee tipo “diventerò una merda”, “il Male vincerà in me”, “sono comunista e non posso fare l’uomo in divisa”. E quindi certe carriere non le ho prese. Oggi magari sarei uno col posto statale, il grado, la gente sotto, magari pure Questore o alto grado nel Corpo forestale dello Stato prima che lo inglobassero nei Carabinieri. Tutto verissimo. Ma non avrei quello che ho adesso: le storie, la scrittura, un romanzo che gira tra editori grossi. E, non so perché, ma per ora mi soddisfa di più. E questo basta.
Potrei chiudere con l’Inghilterra. L’università. Se avessi detto sì, oggi magari insegnerei robe con nomi improbabili tipo “Etica delle IA nel settore Difesa”. Bello. Ma torniamo sempre lì: niente moglie, niente figlio, niente questo percorso. E quindi di nuovo: che senso ha?
Io non rifiuto la domanda. Vi sto scrivendo un post sopra. Vi chiedo però di rifiutare il meccanismo. Perché se siete persone che si guardano dentro, che sbirciano mindfulness, meditazione, neuroscienze della serenità come adolescenti al buco della serratura per vedere tette e culo… ecco, state guardando male. Io guardo altro. Io guardo, per esempio, la faccia mentre uno sta sul cesso e spinge. Anche se è una strafica nuda. Perché lì capisci.
E quello che capisci è semplice: la morte di mindfulness, meditazione e serenità sono le seghe mentali. Il loop dell’“e se”. “E se facevo…”, “e se dicevo…”. All’infinito. Universi che non esistono. Versioni di te che non esisteranno mai. E la cosa più inutile del mondo è farsi una sega mentale su un te che non esiste. Che è cosa diversissima dal farsi una sega vera, nei pensieri, per quindici minuti, con – nome casuale – Ema Stokholma o chi vi pare. Quella è una sega onesta. Questa è una truffa.
Quindi fatevi un favore. Non fatevi male. Quelle sono seghe brutte. E alla fine si torna sempre lì, a una cosa che dicevo anni fa e che prima o poi vi spiego: meno aforismi, più orgasmi. E se non capite perché c’entra, non è che non avete capito la frase. Non avete capito tutto il resto.
