Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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C’è questa cosa di Natale che non viene detta quasi mai come si deve. Salvo per espressioni come “Buon Natale un cazzo!” che io non ho mai detto perchè a casa mia, atei, ok, ma non si insultano certe cose – e lo capirete dopo.

Tipo che le canzoni di Natale non è che ti rendano buono.

Piuttosto, pericoloso.

Ma pericoloso male. Tipo chimicamente. Tipo veleno lento o LSD a lento rilascio – non so se esista. Una roba che entra dalle orecchie e ti tarocca il cervello con lo zucchero sintetico della felicità obbligatoria. Tipo il Tadalafil, che è il Cialis, che è tipo il Viagra ma non hanno rinnovato il brevetto e quindi ora costa un cazzo. E proprio come quello ti fa duro e forte. E il Vaticano ci mette i soldi nel Tadalafil e peró ti dice Bada che se scopi!

E questa cosa io l’ho capita tardi. Molto tardi.

Perché in realtà la sapevo già. L’avevo sognata.

Quindici anni fa. Ubriaco fradicio.

Poi il sogno era finito nel cassetto dei sogni vergognosi. Quelli che il cervello mette via perché anche se li hai sognati da solo ti giudica lo stesso. E ci facevo davvero schifo, in quel sogno. E la cosa più schifosa è che non ti sei svegliato sudato e spaventato di te. Ti sei svegliato ridendo.

Finché una sera — poco dopo l’Immacolata di quest’anno — la cosa mi torna addosso come un barbone del subconscio che ti riconosce e ti dice:

oh. tu. pezzo di merda.
ti ricordi di me?

Io entro al dojo di karate. E già qui c’è qualcosa che non torna. Perché il dojo è pieno di addobbi di Natale.

Alle naginata appese alle pareti hanno attaccato le palline rosse. Ai bo e ai sai hanno messo i festoni dorati. Ai nunchaku — che già di loro sono sospetti — hanno infilato delle lucine intermittenti. Sì tutti gli attrezzi citati in grassetto hanno forma fallica, ok?

Fuori, davanti all’ingresso, due pupazzi gonfiabili. No, non due oggetti fallici gonfiabili, due pupazzi.

Lo Schiaccianoci. E Babbo Natale con le renne.

Si muovono piano nel buio come se stessero facendo qualcosa di vagamente osceno tra loro, no, togliete vagamente, una cosa che non vuoi guardare troppo perché poi il cervello comincia a montare film.

Io sono lì con il mio otagai.

(Otagai, per inciso, nel karate è il compagno con cui ti alleni, quello con cui fai gli esercizi a coppia, quello con cui ti scambi tecniche e botte con reciproco affetto disciplinato — insomma il partner di allenamento, quello che mio figlio chiama “l’amichetto”.)

Stiamo fumando prima di entrare. Al buio.

E parte una musica. Non una musica qualsiasi.

Parte All I Want for Christmas Is You.

Io penso: ok. Respira.

Riparte, pure. Poi si ferma. Poi riparte.

Poi arriva Last Christmas. Poi Jingle Bell Rock. Poi quella cosa straziante che dovrebbe fermare le guerre ma riesce solo a farti sentire in colpa mentre stai bevendo lo champagne: Happy Xmas (War Is Over) di John Lennon. E fai pace con quello che gli sparò dicendo sono un suo fan ma rimetto in pari il mondo.

E lì. BAM. Non Wham, proprio Bam!

Mi torna il sogno. Tutto. Intero. Io vestito da Babbo Natale. Io che sto menando di brutto Paul McCartney. Proprio lui. Proprio di brutto. Con parole terribili tipo “pezzo di cogliuone che sei!” (cit.)

Io che picchio uno che ci sta tutta una roba attorno al fatto che il suo vero lui sia morto e lui sia un impostore – e ok, qui una scarica di calci ci starebbe, ma, in realtà, non lo meno mica per quello.
Io Picchio Paul. Una delle creature più pacifiche della storia umana. Solo perchè “la canzone mi dice di fare così!”

E mentre succede questa cosa completamente insensata attorno una folla canta “Vorrei cantare insieme a voi” con le candeline della pubblicità della Coca-Cola. E non so a quale velocità la si debba ascoltare al contrario per sentire che dice “Picchia Paul McCartney!” con tono imperativo ma ero convinto fosse così, lo giuro.

E ci sono anche quelle stelle filanti natalizie. Quelle bastarde.

Quelle che fanno le scintille allegre per venti secondi e poi il ferro si arroventa tipo pungolo del boia o roba per marchiare a fuoco le vacche e le zozzone nell’America dei pellegrini.

Io non nel sogno ma nel ricordo di ogni cazzo di Natale, mi brucio le dita. E bestemmio. Forte. Proprio forte. Solitamente contro l’incolpevole neonato appena nato. Che è incolpevole ma vuoi che non se ne esca con una bestemmia? La gente quando le prende da te per non darti soddisfazione di solito dice “Cristo ne ha prese più di me, sulla croce!” e allora cazzo sarà una bestemmia contro incolpevole neonato, i bambini di Gaza ne hanno prese davvero un fracchio più di lui!

E lì arriva lo schiaffo di mia madre. Non perché sto picchiando Paul McCartney. No.

Perché ho bestemmiato dopo essermi bruciato con la stella di Natale.

Educazione ferreamente atea ma questo rispetto che puzza di superstizione cattolica per le credenze delle nonne – non gli armadi per i piatti, credenze, diciamo i feticismi religiosi.
Priorità chiare.

Tra l’altro alla faccia del patriarcato perché a casa nostra del Meridione – posto di patriarchi – le mani le ha sempre alzate una donna.

O le mani. O un Dr. Scholl. O un battipanni.

E mentre sto lì davanti al dojo il sogno mi rientra in testa come un file che si decompressa. E la musica riparte.

Ancora.

All I Want for Christmas Is You

E io capisco una cosa. Queste canzoni non ti fanno diventare buono. Ti fanno venire voglia di fare cose atroci.
Tipo scoprire che ogni kata di respirazione nasconde in realtà un modo elegante per infilare due dita negli occhi o nello scroto di qualcuno – capito perchè esiste l’offesa “faccia di cazzo che sei!” ad Okinawa, patria del Kara-Te?
Oppure tipo intuire che dentro il bunkai di un kata lento c’è probabilmente la tecnica segreta per condannare qualcuno alla carrozzella senza alzare troppo la voce. Però le fai bene le cose e mentre lo fai gli preannunci azzurrabilità alle future selezioni, quelle Paralimpiche.

E capisci anche un’altra cosa.

Quando la gente dice: “a Natale siamo tutti più buoni”.

Non è vero.

Lo abbiamo visto con il Covid.
Lo abbiamo visto mille volte nella storia.
Lo avevamo già visto pure duemila e ventisei anni fa, dopo la Strage degli Innocenti.

Quando succedono le cose brutte non diventiamo più buoni.

Diventiamo peggio.

Solo che mettiamo le lucine sopra.

E quindi sì. Questo è il mio coming out.
Non nel senso che sono gay.
Nel senso che confesso una cosa molto più imbarazzante:

che anche io, come praticamente qualunque essere umano, a volte ho pensieri genocidi, immotivati, luridi, umanissimi.

E la cosa inquietante è che quasi sempre partono da una canzone di Natale. Quelle musiche lì.

Perchè quelle musiche lì c’hanno questo potere:

O ti mettono addosso la voglia di fare cose atroci a gente indifesa, pacifica, incline solo a porgere l’altra guancia sorridendo malinconica pure – e lì sì che se le merita!

Oppure — se qualcuno ha avuto la brillante idea di coverizzarle in modo incongruo quelle canzoni — ti fanno venire voglia di diventare lo sceneggiatore di uno splendido film porno mentale che ho in testa.

Ma è un’altra storia, questa.

E non è Natale ma ho sentito quella canzone evidentemente oltre la data di scadenza rinnovata come quella della carne nei macelli italiani che vi becca Report e quindi, ho deciso che oggi era il giorno buono.

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5 risposte

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie mille

  1. Avatar gattapazza

    Buon Natale 😉 scherzo se no mi tiri un bestemmione !

  2. Avatar Sandro Battisti

    La bestemmia è un atto politico

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Ma assolutamente sì.

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