Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

[
[
[

Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

]
]
]

Io queste cose forse le ho già raccontate.

O forse ho raccontato solo il momento in cui questa roba ha cominciato a ronzarmi nella testa. Non sono sicuro. Mi capita spesso: una cosa mi gira in testa come una cazzo di mosca, poi sparisce, poi torna, poi io penso che forse la devo scrivere. O devo farci la sceneggiatura porno della mosca guardano che si apposta nelle stanze da letto o nelle macchine e si fa le seghe. E muore, perchè come tutti gli insetti quando capitano cose definitive nella loro vita, tipo pungere come l’Ape Magà – l’Apemaia era saccente e stronza e mi stava sulle palle – o succhiare più di 2 ml di sangue umano tipo le zanzare o passare una intera giornata senza che ti sia successo nulla tipo farfalla che vive solo un giorno, la mosca se gode anche senza inseminare muore.

Può essere che ne abbia già parlato qui, oppure da un’altra parte.

Oppure che ne parlerò meglio in una rubrica che devo aprire di là. Sì, questa cosa qui è anche una specie di lancio. Una rubrica nuova la apro di là e dentro ci prendo una cosa piccola — una canzone, un negozio, una scena vista mentre cammino — e la giro e la rigiro come una monetina sul tavolo della cucina. La monetina fa tin tin sul legno e io la guardo e penso che forse dentro c’è una storia. No, queste solo le cose che faccio qui. Di là ci faccio un format zozzo che si chiama “Biondoddio a quella che le farei!” e parla di donne. Donne realmente accadute al mondo e nei sogni accadute a me. Ma ne parlo in modo non conforme. Cominciando dalla protagonista di questo post che sono certo voi non conosciate perchè siete gente per bene.

Il momento preciso in cui mi è venuta in testa questa cosa ve l’ho già raccontato in un altro post.

Per ora basta sapere che ieri pomeriggio mi aggiravo dentro un centro commerciale enorme. Uno di quei posti con corridoi lunghi e lucidi e pieni di luci bianche. Un posto dove non capisci bene dove sei, perché dentro ci sono altri posti più piccoli che sono negozi: Calzedonia, Mediaworld, Intimissimi e altre scatole con il nome scritto sopra. Un sociologo ha detto che sono Non Luoghi. Un nanurchio cioè un illetterato zappaterra del posto dove vivo una volta disse “Il cazzo mio non luoghi: è enorme là, gigantesco, venti quintali di milamila vigne!”. E la vigna è una unità di misura per uliveti e indica il mezzo ettaro.

Io quando entro in posti così mi sento un po’ come uno zombie. Mi viene sempre in mente quel film con gli zombie nel centro commerciale. Camminano piano, guardano le vetrine, entrano nei negozi. Io non sono morto ma cammino quasi allo stesso modo. Il genio che si inventò la storia delle invasioni di zombie al cinema, cioè, li faceva vedere al cinema ma questi invadevano i centri commerciali, fu un genio. Fece dire a uno non zombie – e quindi capace di articolare parole diverse da “aaaaaaargh eeeergh iiiiiiirgh oooooorgh uuuuuurgh!” o cose alla Tajani – una frase piena di significato: “Stanno facendo da morti quello che hanno sempre fatto in vita!” (cioè andare al centro commerciale con tutta la famiglia per non fare discussione a casa, oppure lasciare a casa la famiglia e andare al centro commerciale inventando shopping con l’amica o partita di calcetto per vedersi con l’amante o andare a puttane).

In questi posti c’è sempre la musica. Sempre.

Una musica che nessuno dei presenti ha scelto. Ma è la radio del centro commerciale. Qui si chiama Radio Ipercoop Mongolfiera, che è già un nome che mi fa un po’ ridere e un po’ paura. Una radio che serve per accompagnare i vostri acquisti e il vostro relax, come dicono loro. Io penso sempre che queste radio le gestiscano i figli dei proprietari o dei megadirettori galattici. E quelle radio ai figli dei megadirettori li accompagnano alla pensione. Quelli che hanno il potere delle Radioi dei centri commerciali per non rompersi il cazzo a mixare fanno le playlist. Il software prende le canzoni, le mette in fila e le suona tutta la settimana. Poi la settimana dopo succede una cosa intelligente: qualcuno preme shuffle. Le canzoni restano le stesse ma cambiano ordine. Alle elementari mi avevano spiegato che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. E infatti è così.

I commessi intanto piegano mutande, passano codici a barre, dicono arrivederci e buona giornata, e la musica entra nelle orecchie ed esce. Dopo un po’ non la senti più. Quando successe il fatto era quasi Natale. E a Natale le canzoni diventano pochissime. Le senti una volta, poi due, poi tre. Dopo mezz’ora in un corridoio del centro commerciale hai già il sospetto di sapere cosa sentirai tra cinque minuti. Un po come la pizzica salentina: all’inizio è bella, poi capisci che le canzoni sono sette in croce e allora pensi che più di un’ora alla settimana uno non le può ascoltare, perché a un certo punto queste son palle signora e se le gonfi troppo scoppiano. E mi sa che anche certe mie idee sono abbastanza fisse eh?

Io quel giorno sotto Natale camminavo in uno di quei corridoi e stavo pensando se comprare una cosa in un negozio dove non vi immaginereste di vedermi. Una cosa che se la porto alla cassa qualcuno potrebbe guardarmi storto. E se la porta a casa qualcuno potrebbe chiamarmi frocio.

Allora pensavo alla scusa. La scusa classica: è un regalo.

Quando una cosa è personale sembra droga. Sembra una cosa sporca. Quindi dici regalo e tutto diventa più pulito. Io avevo le mani in tasca e pensavo a questa strategia, e proprio mentre pensavo succede una cosa.

Prima finisce Rocking Around the Christmas Tree.

Poi parte una chitarra sporca, distorta, graffiata. Una chitarra che sembra arrabbiata. Io alzo la testa. Poi sento le parole: “Last Christmas I gave you my heart…”. E allora penso: ma che cazzo? Gli Wham! non facevano shoegaze. E invece la canzone è lenta, con chitarre acide e una voce un po’ graffiata che sembra sommersa dal suono.

Io me li immagino subito: tutti sul palco con la testa bassa che guardano le scarpe mentre gli amplificatori saturano. Shoegaze natalizio. A me la cosa piace. Mi piace perché il Natale mi sta un po’ sul cazzo e quella malinconia che mi prende a dicembre secondo me nello shoegaze ci sta benissimo. Però mentre penso a questa cosa succede anche un’altra cosa.

Un corto circuito. Una piccola epifania. Una epifania in anticipo sul Natale che comunque doveva arrivare, ancora.

Io vedo un film nella testa.ÈUn film porno di Natale.

Io lo chiamo Il Pornopanettone. Dentro ci sono Boldi e De Sica, poi Salemme e Nino D’Angelo, e poi c’è lei: Tory Lane. E voi cercatela Tory Lane perchè di sicuro non sapete chi è, ma vi prometto che di là ve ne scrivo dettagli. Massimamente quello che ci farei io, con Tory Lane.

La storia è una specie di versione strana del Grinch che rubò il Natale. Solo che qui rubarsi, fottersi e inculare sono parole che si mescolano, perché nel linguaggio di tutti i giorni americano e non solo di Trump è una cosa che succede spesso: quei verbi sono tutti fuck e quindi non c’è nessuno che disambigua e sembra che Trump parli male. In realtà pensa pure peggio.

Nella mia testa il film si chiama The Grinch that fucked up Christmas.

Il Grinch però è una donna. È Tory Lane. È Mamma Natale, una milfona che decide che vuole fare lei Babbo Natale. Boldi è il Babbo Natale vero. De Sica, D’Angelo e Salemme fanno gli aiutanti. Ci sono pure le renne, che parlano con la cadenza di gente un po’ubriaca del Veneto. Io continuo a camminare nel centro commerciale e penso alla trama.

Mamma Natale si traveste da Grinch e fa cose cattive e perverse per fregare il lavoro a Babbo Natale. Disposta a tutto. Penso alle renne, agli elfi, agli aiutanti, e poi penso alla scena finale. Nel frattempo Babba Natale puttana si è già di sicuro accoppiata almeno una volta coin tutte le figure del film. Anche con le renne che per risparmiare sono comparse figuranti e caratteristi veneti a cui viene pagato il gettone, due preservativi, una hot dog freddo e una mezza minerale tiepida – e questa ve la racconterò per dirvi che i rider avranno anche i cazzi loro con il salario, ma pure i bassisti new wave in quello stesso periodo del post non se la passavano bene.

Alla fine una grande orgia natalizia.

E Boldi che urla con la sua voce vera: “Bestia che dolore!” per il semplice fatto che a volte amo essere volgarmente banale.

E mentre penso a questa scena mi viene anche un’altra idea: in quel film una versione shoegaze di Last Christmas ci starebbe benissimo. Sui rallenty, sugli zoom.

Nel porno di solito non si mettono perché distraggono. Il porno è una struttura semplice: dentro, fuori, dentro, fuori, dentro, fuori. Un po’ come una canzone pop con strofa e ritornello che tornano sempre uguali. Il bridge è la scena con la lesbica. Il crescendo col contorcanto sul finale è l’orgia. Se non fosse ripetitivo non sarebbe porno, sarebbe fare l’amore. E fare l’amore, se non lo stai facendo tu, a guardarlo sembra quasi non esistere.

Un po’ come il Natale.

Tutti saltellano, tutti sorridono, tutti cantano Last Christmas degli Wham!. Ma a me quella canzone non ha mai fatto quell’effetto lì. A me fa più l’effetto di quella chitarra distorta che ho sentito ieri nel corridoio tra un negozio di mutande e uno di telefoni.

Una chitarra che gratta piano e resta lì.

E forse questa storia — la canzone, il centro commerciale, il porno di Natale — mi ronzava in testa e quindi conveniva scriverla, anche se nasce in un corridoio tra Intimissimi e Mediaworld mentre Last Christmas suona come se gli Wham! fossero diventati un gruppo shoegaze un po’depresso.

E tu stai lì che mi guardi stare lì con le mani in tasca e alla fine nemmeno tu compri niente.

Però il film porno di Natale nella testa ormai è partito.

2

2 risposte

  1. Avatar La Manu

    che per la prima volta gioco d anticipo, che mi pare ovvio aspettarmi lo spin off dei conigli pasquali nei giorni di passione con corone di spine

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      BDSM and Blaspheme e pure un poco WTF

Rispondi

Scopri di più da quindi, sì, nudo e crudele

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere