C’è stata una fase della mia vita — lunga, metodica, quasi professionale — in cui ho sviluppato una competenza che nessun curriculum chiederà mai: fare il troll dove non serve, dove non ha senso, dove nessuno lo pretende.
Non sotto i post seri, no.
Troppo facile. Troppo sport nazionale.
Io lo facevo nei posti inutili per definizione.
Le chat porno.
Frequentate inizialmente per un obiettivo che ben conoscete: imparare a scrivere “da donna”. E sì, esercizio riuscito. Pare anche bene, a giudicare da quanto risultassi credibile come leggerete dopo.
Solo che nessuno ti prepara alla fatica, quando ti dicono vai, scrivi da donna.
Perché fingersi donna lì dentro significa, dopo, diventare una specie di operatore di call center dell’assurdo: arriverà il momento in cui dal teorico di conversazioni banali sul qui e ora, sul perchè tu Casalinga44 di Voghera sei lì in quel momento – “su una chat di zozze, eh?” – si passerà al sexting.
Se sei bravissimo riesci a tirarla per un paio d’ore, poi qualcosa la devi concedere.
E lì, fidatevi: pazienza infinita, cortesia obbligatoria, capacità di non reagire mentre dall’altra parte arrivano richieste, pretese, scenari che oscillano tra il ridicolo e il delirante. Come le poverine dei call center alle quali i molto più che poverini molestati a telefono promettono malacci incurabili (cit.) e torture indicibili ai parenti più prossimi. Figli e nonni inclusi.
Ecco le proposte disciolte nel sexting di certe chat sono sempre più che depravate.
E tu lì: gentile, educato, accomodante, ma con desinenza obbligata femminile. Sempre sul filo. Sempre dentro la parte della remissiva che è quella più consona a una Casalinga di Voghera di anni 44.
Una specie di aristocrazia della sopportazione, con il sorriso cucito addosso. Il prototipo della remissiva totale che ha vinto il premio come schiava tra tutte le zoccoleborghesi del club. Anche se è casalinga.
Sì: dietro ci sta, credo una questione profonda di odio sociale.
E quando finiva?
Quando finalmente uscivo da quel personaggio — Casalinga44, Voghera, con tutto il circo annesso di grossa fatica nel risultare credibile quando mi chiedevano gli incontri quelli della provincia di Voghera — non è che mi limitassi a chiudere e basta.
No.
Avevo bisogno di scaricare.
E quindi facevo quello che fanno tutte le persone piccole, indifese ed esposte per ore al male, frustrate ma creative: cambiavo nome e diventavo un problema. E un grandissimo vigliacco.
Sempre di 44 anni d’età. Nikola, di solito.
Con la K, perché la K nelle chat è una promessa: rigidità, ignoranza, estetica discutibile. Una dichiarazione d’intenti.
Andiamo, lo si vede di profilo il cazzo dritto della K.
Come le ginocchia che le donne alzano quando baciano. O altri dettagli che risultano abbastanza riflessi rotulei ma che riguardano l’articolazione e quello che il proprietario femminile dell’articolazione contemporaneamente fa con la bocca.
E stamattina ne ho parlato di là, leggetene che è divertentissimo, un mistero nel corpo della donna.
E allora mi piazzavo nella pubblica.
Il luogo dove si raduna la disperazione organizzata: gente che non riesce a parlare con nessuno di femminile in privato – tranne quasi sempre Casalinga di Voghera per stessa ammissione di alcuni, quando i moderatori chiedevano conto dei messaggi disperati ripetuti “Solo lei mi parla ma ha staccato!” – e quindi urla nel vuoto come un venditore ambulante della propria dignità.
Cataloghi di offerte.
Annunci. Proposte.
Ripetute. Sempre le stesse.
E lì iniziava il gioco.
Chi mi sega?
o
Sego mio cugino.
Atre volte creativi Sego mia zia.
A me questo uso del verbo segare scatenava la voglia di trollate disumane Non per la transitività o meno del verbo.
Ma per la assoluta fumosità della pratica – segare come, con quale strumento, per farne cosa, per poi giustificarsi come?
E quindi cominciavo educatamente a interagire in pubblica. In modo simpatico e gentile. Senza che nessuno potesse accusarmi di essere un troll.
Con parole di prudenza e attenzione.
Oppure con battute di sagacia.
“Sei coperto da assicurazione?”
“Ma sei sicuro sia una buona idea?”
“Attento che questa cosa potrebbe avere conseguenze impreviste.”
“Lei è d’accordo?”
Oppure entravo in scena con personaggi improbabili, curriculum esagerati, dettagli inutilmente accurati, solo per vedere fin dove reggeva la sospensione dell’incredulità.
O facevo la cosa più destabilizzante in assoluto: spiegavo i rischi.
Con calma. Con logica. Con una premura quasi paterna.
“Guarda che poi riattaccare i pezzi è difficile!”
E lì succedeva la magia.
La pubblica si spegneva. E si accendeva il privato.
Messaggi. Richieste. Curiosità.
Da profili femminili.
Ai quali sulle prime rispondevo con un truce “Sì, come no, finocchio di merda!” (Cit.) perchè al boia la corda non la vendi mica facile!
E qui di solito seguivano risposte educate, spesso piccate dal mio piglio, a volte divertite e complici.
Risposte che arrivavano sempre con gli audio che la chat permetteva in privato.
Con voci chiaramente femminili, riferimenti chiari al mio nick name e a quello che avevo scritto.
Arrivavano donne vere, quando trollavo coi maschi.
Donne che avevano letto, capito, riso.
E allora succedeva qualcosa di rarissimo in quei posti: una conversazione normale.
Senza performance. Senza ruolo. Senza aspettative.
E soprattutto senza quell’automatismo meccanico che lì dentro sembra inevitabile: cioè in sintesi scriviamoci porcate zozze e tocchiamoci sperando che nessuno entri e non si debba dire “Non è come sembra!” al collega, alla collega, al cliente.
E alla fine capivi una cosa semplice, ma fondamentale: non è vero che nessuno parla con nessuno.
Il fatto è che quasi tutti, i maschi, appena possono, rovinano tutto.
E quindi un troll non è un troll agli occhi delle donne, ma un po’ un curioso giustiziere così morale che dopo fa incetta di femmine, perchè insegna a tutti che il modo migliore per farsi dare ogni orifizio da una donna è come sostiene Cosmopolitan farla sorridere, ma non reclama il bottino.
O meglio apre la portiera e le porta a fare un caffè mantenendo sempre le educate distanze anche all’insistenza eventuale di lei.
Io li capisco i miei amici trucidi quando dicono che sono frocio.
Lo direi anche io, di me, forse.
