Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?
Quale personaggio vorrei essere?
Ma davvero? WordPress mi chiede questo e pensa di cavarsela con un postino educato, due righe e via? No, WordPress, no. Qui servirebbero archivi di Stato, faldoni, terabyte di autobiografia immaginaria. Qui servirebbe un altro blog, un altro me, un altro universo narrativo.
Infame: questo vuoi? Che mi apra un altro blog?
Naaaaaaah!
Invece mi impongo la disciplina — nove. Solo nove. Solo cinema.
E per ognuno un perché, breve ma non troppo, perché la sintesi è per chi non ha niente da dire e quindi sintesi no, ma digressioni sì.
Magari!
Partiamo.
Camillo Molinari.
Personaggio borderline, sospeso – critico? artista? boh. Ma soprattutto marito di una donna che nel film è Elena, interpretata da Carole Nash, pornostar poco nota sebbene di fantastica fattura e poco chiamata in causa dai registi nostrani per qualche suo problemino a interpretare scene nel secondo canale che invece in questo film sì. E amante di Viola — Andrea Molnar che se non la conoscete sappiate che era la versione meno bella ma molto più credibile di Angelica Bella che spesso sui credit dei films finiscono spambiate ma poco male, sono due settimane di seghe ciascuna comunque — e frequentatore occasionale della segretaria di Victor, alias Selen, non Luce Caponegro, ma proprio “Fidanzata di Victor”.
In mezzo, quasi comparsa, Rocco Siffredi.
E io? Io vorrei essere Camillo per una ragione semplice, lineare, matematica: essere, per una volta, il centro narrativo mentre attorno orbitano corpi, storie, desideri. Pure Rocco orbita e scopa meno di me. E poter dire, nel mezzo di tutto quel che di più porco si possa fare con Carol Nash, con una serietà che sfiora il sublime: “ma hai visto come ti guardava l’assessore? Moriva dalla voglia di fare ALL’amore con te”.
Non l’amore, non schiantartelo ne i’tu horpo, ma ALL’amore con te – moto a luogo, dove?
Il sublime, appunto.
Darth Vader.
Darth Vader.
Qui non si scherza. Qui non voglio essere la spalla del male, il gregario con ambizioni. No: voglio il male operativo, quello che prende decisioni irreversibili molto ben prima del caffè e senza la consegna al silenzio prima del caffè come un dilettante.
Il potere di incenerire pianeti — abitati, certo mica si perde tempo coi pianeti già vuoti — anche solo perché la giornata è partita storta e ti sei svegliato col celeberrimo “cazzo girato” ma non per forza in guisa di manico d’ombrello.
Non cattiveria: si chiama coerenza cosmica.
Bunny di Platoon.
Il peggio dichiarato. Non l’errore, non la deviazione: il programma. Il Peggiore, non quello cattivo. Stare nella Storia con la S maiuscola tipo Viet-fottuto-Nam scegliendo consapevolmente la traiettoria più marcia. E infatti finisce come finiscono quelli così, tipo i fascisti quando i partigiani li fucilano prima del processo con la scusa di velocizzare la burocrazia (cit.): rapido, definitivo, senza appello. Un colpo, ma in bocca.
Una lezione? No. Una postura.
Animal di Full Metal Jacket.
Per un motivo tecnico, in questo caso atletico: è l’unico essere umano che io conosca capace di maneggiare un’arma impossibile tipo una mitragliatrice anticarro come fosse un accessorio. Così, a tracolla come un PinkyWinky qualsiasi.
C’è gente che solleva pesi, lui solleva guerra.
E questo, nel suo genere, è talento.
E non è la Minimi che sollevava così un mio amico al Battaglione san Marco
Norman Stansfield di Léon, cioè Gary Oldman.
Il caos con il distintivo. L’eccesso come metodo. La prova generale di tutto quello che ho sempre sospettato: che certe professioni non le scegli, le incarni — oppure ti distruggono.
E io, con una lucidità che mi costa ammetterlo, ho sempre saputo che lì sarei finito male. E per questo non ho mai davvero accettato di fare l’esame da Commissario che comunque avrei passato: finivo così, ne ero sicuro. La mia psichiatra di revisione trimestrale sostiene invece che sia un altro degli scherzi del cazzo di quel burlone di SuperIo.
I crepuscolari delle serie criminali.
Non i protagonisti — mai i protagonisti. Quelli laterali, storti, ironici. Tipo O’Track di Gomorra – La serie: vive abbastanza per due stagioni, fa bordelli inenarrabili e pirotecnici ma realmente accaduti, muore male, ma nel frattempo spara battute che valgono più di una carriera.
Tipo derubare un rolex con gratuita e immane violenza inutile per poi dire con una serenità senza Cassazione: ho rimesso in equilibrio certe bilance.
Oppure il Freddo di Romanzo Criminale – La serie, cioè Vinicio Marchioni — superiore, sì, anche a Kim Rossi Stuart. Perché il carisma non è quantità di scena: è densità. E lo capisci solo quando un bastardo patentato con un pronunciatissimo e tutto suo solo suo codice morale si commuove vedendo nascere un puledrino.
Kilgore in Apocalypse Now, cioè Robert Duvall.
Non Kurtz. Mai Kurtz. Troppa hybris, troppo mito.
Kilgore invece è la follia operativa, quella che ascolta Wagner e fa surf sotto le bombe. È la guerra trasformata in estetica. È l’assurdo che si prende sul serio.
E in questo, lo ammetto, c’è qualcosa di irresistibile. Oltre che una splendida canzone dei Lavori in Corso.
Noodles di C’era una volta in America.
E qui si chiude. Qui si cambia passo.
Perché Noodles non è un personaggio: è una vita intera e ti si deposita addosso come polvere di cantiere che nemmeno con tre mazzate non pacche di Cannavacciuolo ti stacchi dalle spalle. Illusione, disillusione, tradimento, rimpianto. Tutto.
Essere Noodles significa poter dire, senza spiegare: “sono andato a letto presto”.
E dentro quella frase — dentro quella maledetta frase — c’è tutto quello che si può perdere, tutto quello che si può sbagliare, tutto quello che si può amare troppo tardi.
Pure lo stupro di Deborah. Pure lo stupro di Carol – altro pezzo di vita che poi comunque Max gli ruba. Ho detto altro? Non è uno spoiler; se non avete visto C’era una volta in America non avete diritti civili per me. E sì ho detto altro perchè sono fermamente convinto di una mia teoria su C’era una volta in America e sulla sua trama.
E quindi sì: nove erano. Nove sono.
Ma la verità è un’altra — ed è sempre quella che WordPress non capirà mai:
non è che io voglia essere quei personaggi.
È che, a turno, lo sono già stato.
Per parte, credetemi, ciascuno di loro.
