Quale libro potresti leggere più e più volte?
Mi si chiede che libro rileggerei più volte perchè WordPress è chiaramente pazzinculo e io già dunque sento odore di zolfo, rituale invertito, gente che si sega senza attrezzi taglienti ma usando le copertine come se fossero reliquie e invece sono solo carta morta, e quindi lo dico subito: io non ho nessuna intenzione di rileggere libri.
Capitelo: rileggere libri è una follia feticista del demonio, una roba da necrofili culturali che non riescono a lasciare andare le cose più delle persone e quindi tornano lì, a rimestare tra le pagine come se potessero tirare fuori qualcosa di nuovo da un cadavere già sezionato.
E seppellito, come spiegheremo.
Perché leggere un libro non è Uomini e Donne dopo pranzo – ne parleremo – non è una passeggiata, non è un caffè, è un investimento pesante, è tempo che se ne va, energie mentali che bruci, isolamento sociale volontario dove ti chiudi per i cazzi tuoi a leggere mentre il mondo fuori continua a fare schifo senza di te, e quella roba lì non è replicabile, non è che dici “vabbè lo rifaccio”, no, è come certe esperienze definitive — tipo la morte, e voi sapete che io con la morte ho un rapporto molto pratico, molto sereno, molto da uno che ha capito come funziona la storia — quando una cosa succede davvero, succede una volta e basta.
E nessuno dovrebbe rompere i coglioni al libro con frasi come “Perchè mi fai questo?” visto che nel libro per contratto la parola fine ci sta e lo sai quando lo compri, cazzo!
E il libro è così: quando lo finisci, quel libro deve morire, deve crepare senza appello, devi chiuderlo e dirgli “grazie, adesso sei finito”, e lo metti sulla libreria come si mettono i morti al camposanto, ordinati, catalogati, anche se poi il camposanto è un casino e non trovi più neanche la bisnonna se non ti sei fatto la mappa, ma il concetto è quello, è archiviazione funeraria, non è che vai a dissotterrare i libri per rifarti il giro, non sei un cazzo di negromante della Einaudi.
Perché i libri nuovi da leggere sono tanti, troppi, un’infinità potenziale che ti guarda dalla mensola nursery — sì nursery, incubatrice, reparto neonati della tua libreria — tutti lì che aspettano di nascere, di essere presi, letti, vissuti e poi accompagnati alla loro morte dignitosa alle ultime righe, e tu invece che fai?
Torni indietro a rileggere uno già morto?
Ma che problemi hai?
Ma fatti vedere da qualcuno – se vuoi il numero della mia costa anche abbastanza ma è brava.
Io infatti con la morte dei libri ho sempre avuto un rapporto pulito, rispettoso, religioso, li leggo, li vivo, li accompagno alla fine e poi li lascio andare, senza attaccamenti tossici, senza ritorni, senza quella roba da ex che non accetta che è finita o che tipo quella che avevo io anni fa pretendeva che non la lasciassi “Non ti permetto di farlo!”(cit.).
Però se ci penso c’è stato un momento in cui sono stato proprio uno stronzo, ma uno stronzo consapevole, ed è stato con Il Codice Da Vinci.
Ma se lo è meritato.
Perché lì è successo qualcosa di sporco: libro costruito perfettamente, ritmo, tensione, ti tiene incollato come una droga sintetica, e tu vai avanti, avanti, avanti, convinto che ci sia una rivelazione, una roba grossa, e invece alla fine scopri che è una cagata pazzesca, ma proprio una truffa emotiva, una presa per il culo elegante, e lì io ho fatto l’unica cosa giusta, l’unica moralmente corretta: l’ho strappato a metà e l’ho buttato in strada appena arrivato alla parola fine, senza nemmeno un funerale violento, ma con una esecuzione sommaria, perché certi libri non meritano neanche la sepoltura. E certi bastardi manco un piazzale Loreto.
È tipo Il secondo tragico Fantozzi quando Fantozzi dice della Corazzata Potemkin che è una cagata pazzesca ma stavolta lo fa solo perché costretto dal ragioner Calboni che è un lecchino di merda e un pavido, ecco lì io non ero Fantozzi, io ero il contrario, io ero quello che finalmente si alza e dice “no, basta, questa è merda” e la butta via senza rimorsi.
Quindi tipo Fantozzi nella vera scena del film.
E quindi no, non rileggo mai i libri, non lo farei mai, ma con il Codice Da Vinci ho pure la soddisfazione fisica di sapere che non posso farlo, che è morto male e non tornerà, e questa cosa mi dà pace.
Ogni tanto mi viene la tentazione, eh, tipo Infinite Jest, lo guardo e penso “quasi quasi”, poi mi ricordo che sono tipo due milioni e trecentoquarantaseimila battute di delirio isterico e dico “col cazzo, ma neanche se mi pagano in organi sani”.
Oppure Il petalo cremisi e il bianco, ogni tanto mi fa l’occhiolino dalla mensola, ma poi penso al tempo, alla fatica, e mi passa subito, come un desiderio sbagliato che ti vergogni già mentre lo pensi.
Ogni tanto invece rileggo le prime cento pagine di Le radici del male, ma solo per alcune troiate specifiche, per delle immagini, delle idee che mi ricordano un personaggio vero, disturbato, pluriomicida non per sua colpa ma per colpa di un’altra personalità che gli abitava nel cervello come un coinquilino loquace e sadico, uno che ho conosciuto quando facevo il master e che ancora oggi mi fa dire che la realtà è più malata di qualsiasi fiction con spie libiche, chip nel cervello, gente che usa ombrelli nei giorni di pioggia per segnalare la tua posizione e quindi tu li investi e tuo padre che è amico stretto del demonio dei sionisti. E tu a casa frulli gatti morti e Coca Cola e hai un sano alimento proteico.
E poi sì, rileggo pezzi, pagine segnate con i post-it, roba chirurgica, estratti, tipo Chuck Palahniuk, o Cormac McCarthy con La strada, ma solo per ricordarmi come si scrive bene veramente e come io o voi non scriveremo mai, come si taglia la lingua fino a farla sanguinare e poi usarla lo stesso.
Tipo la frase del ‘ragazzo’ in La Strada.
Ma i libri interi no, i libri interi sono morti quando hai finito, e basta, e tornare indietro è una roba da gente che non accetta la fine delle cose, e io invece con la fine ci vado d’accordo, ci stringo la mano, ci bevo pure sopra, e poi vado avanti, perché la mensola nursery è piena e quei libri lì stanno aspettando di nascere, non di vedere me che mi metto a parlare con i fantasmi.
Pensavate che dicessi che con la Morte faccio le zozzerie, eh?
No. C’ho paura pure io.
Ma lo so che dopo non c’è niente.
E forse per questo voi che credete siete più fortunati di me.
