Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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A me mi piacciono le licenze poetiche.
E lo so che “a me mi” non si dice, lo so che è un errore marchiano, errore da ciucciobbestia, così diceva mia madre, e che le licenze poetiche le possono fare solo quelli che prima hanno imparato bene e che gli altri restano ciucciobbestia che si mettono in mostra senza averne il diritto, e io con quel “a me mi” addosso mi sono sempre sentita una che si espone troppo, una che raddoppia dove basterebbe una volta sola, me, mi, come se uno non bastasse a stare al mondo.

I congiuntivi li so bene, a me mi posso, io.

A me mi, come guardare in camera quando stai davanti a un fotografo o un telecineoperatore, perché guardare in camera non si fa, è la prima regola, l’attore non guarda nell’obiettivo, se lo fa è un errore, errore marchiano, errore da ciucciobbestia, a meno che tu non sia Truffaut e non stia chiudendo I 400 colpicon quello sguardo fisso che non chiede scusa e non abbassa gli occhi.

Ma Truffaut lo sapeva che non si deve fare Truffaut le sapeva le regole e i congiuntivi della cinematografia e proprio per questo poteva farlo, perché prima impari la regola e poi, forse, ti autorizzano a romperla, altrimenti resti solo una che non ha capito dove guardare e si vede che non ha capito.

Un ciucciobbestia.

Poi però scopri il porno e scopri il POV, che in inglese suona pi-o-vì e già lì ti viene da sentire l’eco.

Pi-o-vi,

A-me-mi.

E il POV è una cosa porno e funziona solo in un modo: lei guarda dritto in camera, sempre, perché chi guarda da casa deve potersi infilare lì dentro, al posto dell’attore che non si vede, che sempre e per sempre è pure quello che tiene la telecamera, che si cancella quasi del tutto, se va bene si intravede qualcosa di lui sotto, giusto quello che basta, nel posto più interessante del porno, giusto per ricordarti che un corpo c’è, e reagisce, ma se va male restano solo il viso e la bocca di lei che si muovono verso qualcuno che non compare mai davvero, e tecnicamente sarebbe un errore, occhi in camera, errore marchiano, errore da ciucciobbestia, e invece è il genere, è la regola, è l’industria.

Senza gli occhi in camera, non è pi-o-vì.

Funziona perché cancella chi dovrebbe esserci e mette te, ti regala l’illusione che per una volta qualcuno ti guardi come se fossi necessario, servi tu, solo tu, sempre e per sempre tu.

Sempre e per sempre dalla stessa parte.
Dietro lo schermo.
Dietro la telecamera.
Dietro lei che ti guarda come una ciucciabbestia perchè il regista non è Truffaut.

E allora ti chiedi quanta solitudine ci sia dietro uno che sceglie proprio quel tipo di inquadratura, uno che forse si sente più solo dei numeri primi nei libri di matematica, e in quelli che vincono lo Strega e in quelli che stanno in mezzo agli altri ma non si dividono con nessuno, che non si lasciano scomporre, che restano interi e per conto loro, e il POV è la promessa di non essere numero primo, di essere finalmente divisibile con qualcuno, anche solo per finta.

E i maschi, anche quando nella vita vera non sono quell’attore, una donna che li guarda in camera e finge che siano il centro ce l’hanno, almeno lì ce l’hanno, mentre il POV per le donne quasi non esiste, non nello stesso modo, perché si dice che siamo complesse, che vogliamo la storia, la poesia, il contesto, che non basta dirci “ci sei tu” oppure “vieni qui che adesso ti faccio questo e quello, donnaccia” – ma con parole più volgari assai.

Ma forse è solo che nessuno ha pensato di costruire per noi quell’errore marchiano che ci metta al centro, quella telecamera che cancelli tutto il resto per farci entrare nella scena, e allora la solitudine è doppia, è quella di “a me mi” che raddoppia per paura di non bastare e quella di “pi-o-vì” che promette un punto di vista che non è mai davvero il tuo.

Perchè il porno per le donne esiste solo se accetti che il porno non è per gli uomini e non è per le donne. Il porno è per chi si sente solo.
Oppure è per chi non lo guarda come un porno ma come uno specchio di tutti noi, perchè un filtro, uno, non ce l’ha.

E allora sì, a me mi piacciono le licenze poetiche, perché sono il mio modo di guardare in camera senza essere Truffaut, senza avere il permesso, con la paura addosso di essere smascherata come ciucciobbestia e insieme il desiderio ostinato che qualcuno resti davanti allo schermo abbastanza a lungo da credermi, da credere che non sia solo un errore marchiano ma un punto di vista, il mio.

A – me – mi,

pi-o-vì.

Il contributo che avete letto era postato un anno e mezzo fa sul blog di costume e società pensato e redatto al femminile Rumore Rosa.

Luciana Ferri ha poco più di quarant’anni, insegna lettere alle superiori e corregge temi pieni di “a me mi” con la stessa severità con cui li difende quando li usa lei. Vive con due gatti che la guardano più di quanto facciano gli uomini sui siti di incontri, che frequenta con disciplina quasi antropologica e risultati desolanti. Si stanca delle chat dopo tre messaggi, dell’entusiasmo dopo due appuntamenti e delle promesse prima ancora che inizino. Scrive di desiderio, grammatica, pornografia culturale e solitudini femminili senza filtri né indulgenze. 

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