Quali animali sono i migliori/peggiori animali domestici?
Ci sono post che non vogliono farsi sporcare.
E tante volte so essere molto diverso.
Ma deve valerne la pena.
Oggi, qui, sì.
Da quando sono nato ho avuto un secondo padre che per molte cose è stato anche il primo e mi ha lasciato addosso una delle sue passioni più inevitabili: i cani.
Non me l’ha insegnata, non me l’ha spiegata, me l’ha semplicemente trasferita.
Era un uomo che fuori sembrava burbero, Raffaele, quasi impermeabile, uno che si dava al lavoro con una dedizione monastica, e che non lasciava trapelare nulla.
Ma in privato, davvero in privato, era attraversato da una tenerezza e da una sensibilità a tratti imbarazzante, per tutti quelli che quell’emozione non sapevano provarla.
Di lui si ricorda una cosa sola che però basta: non pianse per suo padre quanto pianse ogni volta che un cane gli moriva.
Con i cani aveva un rapporto che non si capiva da dove arrivasse, un’intesa che non aveva bisogno di prove. Paranormale.
Una volta un cane si ferì e la zampa andò in cancrena.
Continuava a tornare a casa, e lui continuava a riportarlo via.
Non per crudeltà, ma per proteggere gli altri animali, che allora erano anche lavoro, reddito, sopravvivenza. Alla terza volta gli disse che doveva restare lì, che poteva tornare solo quando fosse guarito.
E il cane restò.
Due mesi e mezzo.
Lui gli portava da mangiare due volte al giorno. Poi un giorno sentì grattare alla porta.
Psidd era tornato. La zampa però non c’era più.
Il veterinario spiegò che succedeva, a volte, ma servivano pazienza e tempo.
Cane e uomo si erano capiti.
Si chiamava Psidd, perché lo aveva trovato in un campo di piselli.
Quando morì, pianse come un bambino, mentre sua moglie, molto più pratica, osservava quella scena con una specie di ironia che non era cattiveria, era distanza.
Nei cantieri raccoglieva cani randagi. Non diceva mai parole grosse, mai una volgarità, li chiamava “mischiati”. Ne accolse decine.
Una volta, durante un lavoro tra le Murge e la Lucania, tornò con un animale che sembrava un cane ma non lo era del tutto. Un lupo.
Lo chiamò Fritz, un nome serio, come si danno ai cani seri.
Lo adorò. E fu ricambiato.
Lui era monarchico e liberale, ma i figli erano sessantottini, atei, comunisti.
Usavano la villa d’inverno, quando era vuota, come ritrovo.
Fritz faceva la guardia. Una sera non fece entrare nessuno e lui commentò con sicurezza che aveva riconosciuto dei bolscevichi alla porta.
Quando Fritz morì, lui aveva una gara d’appalto enorme, una di quelle che non si saltano. Non ci andò. Disse che non riusciva a pensare, che Fritz era un caro amico, uno di famiglia.
E lo disse senza alcuna retorica.
Quando arrivo io, arrivano anche altri cani.
Il primo nostro, preso insieme nell’età in cui aveva un senso dire che mi occupavo di un cane è Black, un pastore mezzo belga mezzo tedesco, che secondo noi aveva qualcosa che non tornava, e secondo lui invece aveva una tenerezza sproporzionata.
Diceva che era imbecille con affetto, con una specie di orgoglio.
“Talmente imbecille, bambino mio, da fare tenerezza!”
Io avevo già sedici anni, nonno era molto anziano, ma ogni mattina voleva che lo accompagnassi in cantiere più per stare con Black che per controllare i lavori dell’ultimo palazzo che avrebbe costruito. Al cane badavo io.
Quando lui fu ricoverato, Black cambiò.
Quando morì, smise di mangiare.
Il giorno del trigesimo, tornando da una funzione che lui non avrebbe mai voluto, andai da Black senza sapere perché.
Il giorno prima era vivo.
Quel giorno non c’era più.
Una coincidenza che non sembrava una coincidenza.
Sei giorni dopo, in un circolo che era stato tutto e il contrario di tutto, il famoso circolo Arci o ACLI fiscalmente trasformato in discoteca per chierichetti comunisti con la canna e in gozzoviglia danzante per alternativi del contado, presi una meticcia nata da poco che nessuno voleva.
La chiamai Maggie.
Crebbe molto, più del previsto.
Dentro aveva anche un alano.
Era un cane identico a lui: mai dolce in pubblico, fiera, precisa nel suo lavoro, diffidente ma rispettosa, profondamente gerarchica.
I danni li fece solo all’inizio, come tutti i cani grandi.
Una volta distrusse un divano di vimini a Lecce e io la sgridai, senza violenza, ma con fermezza. Sventolandole sotto il naso un rotolo di scotte da cucina che usavo per pulire il suo vomito – che se ti mangi il vimini di un divano. . .
Anni dopo, quando un altro cane di casa, Roxy, stava male, rimise, Maggie girava per casa con un rotolo di carta in bocca finché non la seguimmo: ci portò esattamente dove c’era da pulire.
Un’altra volta ci aiutò a trovare la stessa Roxy nascosta e terrorizzata dai botti.
Maggie capiva. Maggie sapeva.
Conosceva centinaia di parole, 134, contate.
Da qualcunque punto del paese in -azzo le chiedessi di tornare, trovava sempre la strada di casa, leggeva le situazioni meglio di noi.
Quando Roxy morì, Maggie ululò per dieci minuti interi, freddi e strazianti.
Poi, due anni dopo, si ammalò.
Pensavamo fosse artrosi. Non lo era.
Era un tumore alle guaine dei nervi, senza soluzione.
Mi spiegarono cosa sarebbe successo, mi dissero cosa osservare.
Mi spiegarono quando il corpo di Maggie mi avrebbe segnalato chiaramente che la tetraparesi era in arrivo.
Io avevo fatto una promessa: non l’avrei lasciata arrivare a un punto indegno. Mai e per nulla al mondo. Mai.
Bastarono quattro giorni.
Chiamai il veterinario di cui mi fidavo, una persona conosciuta proprio grazie a lei anni prima.
Mi sentì piangere, mi diede un orario che lasciasse spazio a tutto il resto.
Uscii di casa perché non riuscivo a restarci, tornai perché non riuscivo a stare fuori.
Mi sedetti sulle scale che portavano al giardino dove lei aveva vissuto tutta la vita, nel palazzo dove io avevo vissuto tutta la vita, nel palazzo che il nonno di mio nonno aveva costruito coi soldi “dell’America” e mio nonno aveva fatto bello, vivendoci tutta la vita.
Le diedi le spalle, fumai.
Lei non si alzava dalla brandina da due giorni, ormai.
Poi sentii le unghie sulle piastrelle. Si alzò.
Venne da me, si sedette accanto e appoggiò la testa sulla mia spalla.
Non c’era niente da spiegare. Aveva capito. Era serena. Era il nostro accordo.
Sapeva quanto soffrivo. Sapeva quanto mi costava quell’amore.
Piango per poche presenze nella mia vita.
Una è lui, Raffaele. Una è lei.
Piango adesso come allora, in silenzio. E quando si addormentò tra le mie braccia, con una mano sulla spalla, quella del Veterinario Michele Lattanzi – anche lui andato via da qualche anno – che provava a tenermi insieme, capii che non stavo salutando solo un cane.
Stavo salutando di nuovo mio nonno. Che in quegli anni aveva trovato un modo per tornare.
Per questo non chiedetemi se ho un animale preferito.
Non è una domanda che mi riguarda. I cani non sono animali, non stanno in quella lista lì.
I cani sono qualcosa di più.
