Oggi voglio provare a parlare più lineare e pulito. Per un motivo preciso.
La questione è semplice — eppure continua a essere sistematicamente ignorata:
i dialoghi sono il punto più falso, più invasivo e più moralisticamente molesto di una quantità enorme di cinema.
Non per niente, lo chiariamo subito, non ci sono allusioni alla cinematografia pornografica qui e oggi perchè i dialoghi nei porno sono fatti per non essere ascoltati. Sono altro, ma ne parleremo altrove. Non servono a scambiarsi informazioni, narrazioni o emozioni come servono, per l’appunto, dal cinema alla vita per permettere alla cosa che si chiama esperienza umana di andare avanti.
In questo, il porno, è il resto della meccanica che fa andare avanti la specie – ma lo fa senza dialoghi, al massimo versacci.
Avevamo promesso però di non divagare e restare più seri, quasi autoritari. Proviamoci, dunque. Tanto già so che ogni tanto arriverà qualche lateralità.
Dicevamo che l’assunto è che i dialoghi sono falsi, invasivi e moralisti.
E ci piaccia o no, sono il punto più critico della nostra vita. Perchè troppo spesso parliamo come parlano quelli dei film. Viviamo come vivono quelli dei film.
I film sono la Verità.
E i dialoghi non sono un problema perché sono solo scritti male. Ma perché sono sbagliati nel momento e nel modo in cui esistono.
Entrano dove non dovrebbero. Dicono quello che non andrebbe detto.
Soprattutto e male — sempre — quando qualcuno sta morendo.
E allora partiamo da lì. Sebbene ne abbiamo già parlato, serve per il sotteso successivo.
Le frasi criminali. Quelle che dovrebbero essere abolite per legge.
“Non farmi questo!”
“Non puoi farmi questo!”
“Fallo per me!”
Uno sta morendo.
Sta vivendo finalmente come vi ho già spiegato un’esperienza irripetibile, definitiva, assoluta, che mai e poi mai potrà rivivere quindi ha tutto il diritto di essere lasciato in pace a godersela. Letteralmente godermela.
‘Ah, seh! Adesso muoio, vediamo com’é, che dice che non ricapita!’
E tu cosa fai?
Lo richiami? Lo accusi? Lo colpevolizzi?
Gli dici che ti sta facendo qualcosa.
Qualcosa di male. A te.
Ma cosa dovrebbe fare, esattamente? Cosa ti aspetti? Chiedere scusa a te mentre muore?
Questa roba non è dialogo.
Pura, bieca e inutile violenza simbolica.
E non è nemmeno la peggiore.
Perché tipo dopo arrivano le frasi minimizzanti. Quelle che fanno ancora più male perché negano la realtà.
E qui l’accumulazione, perdonate, diventa necessaria.
Il padre del poeta estinto in L’attimo fuggente trova il figlio — poeta, fragile, schiacciato da desiderata non suoi — ormai cadavere quindi finalmente per lui estinto, finalmente sottratto a quella pressione continua, e cosa fa? Urla alla madre: “Non è niente!”
Non è niente?! No! Qua c’è tutto, stronzo!
Ci sta la morte di tuo figlio.
Che è la conseguenza diretta di anni di imposizioni di mmmerda tue.
E pigliati le tue responsabilità invece di dire che la morte di tuo figlio non è niente. Che le tue colpe non sono niente.
E non è un caso isolato.
In Shine, il padre del pianista non dialoga: impone. Non ascolta: dirige. Non accompagna: schiaccia. E quando il figlio crolla, quel crollo è già stato scritto, frase dopo frase, comando dopo comando.
“Cagare nella vasca. Fare questo, a me?!”
La frase è perfetta. Perfettamente sbagliata.
Perchè David avrà anche cagato nella vasca – che a te padre sionista perchè ebreo ateo serve poco in quanto per una serie di dettami avete uno scarso rapporto con l’acqua corrente per dogma e centra il toccarsi poco il corpo, repressi sofferenti che siete (!) – ma l’ha fatto come espulsione di una rabbia repressa, atroce, fecalomatica (ossia sotto forma di un fecaloma e quindi di un pezzo di merda enorme che é diventato così enorme per stitichezza nervosa e va spaccato in sede e poi tipo tirato fuori con le pinze) nei confronti della TUA FIGURA per quello che TU imponi nella sua vita.
Ed è qui che infatti, in Italia, il cinema diventa cronaca. E racconta una storia agghiacciante ed archetipica di evacuazioni incongrue in posti della casa sbagliati in conseguenza di rapporti profondamente sbagliati e che poi generano conseguenze un pelino più tragiche del film in questione. Tipo stragi in famiglia.
Caso reale. Italia. Ferdinando Carretta.
Un contesto familiare disturbato. Un figlio che sviluppa un rapporto patologico con il bagno, vissuto come luogo pericoloso. E quindi, evacuazioni in salotto, con bicchieri, giornali, contenitori di fortuna.
Sempre se e quando la casa lo permetteva – per cui provate a immaginarvi il dramma concreto e reale fuori da qualsiasi metafora satirica.
Un’escalation silenziosa.
Una sera il padre lo scopre.
E dice: “Questa me la paghi.”
Non chiede. Non capisce. Non interpreta. Non prova a consolare. Sceglie di tornare ad essere consapevolmente parte del problema. Verbalmente.
Attiva.
Pochi giorni dopo: triplice omicidio. Padre, madre, fratello.
Corpi nascosti. Fuga.
Le parole non sono neutre.
Sono dispositivi.
E poi la peggiore.
“Fallo per me.”
E qui entriamo nell’esperienza personale.
Beccato a fumare, come sapete. E io mi aspetto una reazione lineare. Reazionaria ma estremamente efficace, in psicologia evolutiva.
Ossia due belle pizze in faccia e “Coglione, se lo rifai sono quattro!”
Arriva invece questa:
“Devi promettermi che non lo farai più. Devi farlo per me.”
Per te?
I polmoni sono i miei. Il danno è mio. Il rischio è mio.
Tu esattamente cosa c’entri? Stai provando a convincermi a smettere instillando il dubbio che la mia azione incongrua è nociva per me in realtà faccia del male a te tipo melodrammaticamente ogni tua sigaretta é una coltellata? E non la dimostrazione che sono un coglione che si sta facendo del male?
Ho capito bene, sì?! Sì!
Quella frase non mi ha fermato, infatti.
Mi ha attivato. E come sapete indotto non solo a fumare, ma anche a partecipare, per esempio, a sbarchi di contrabbando e altre amenità che un giorno, magari, racconteremo o avremo raccontato.
Difatti, nella mente, andò così.
“Anche solo per andarti in culo, io fumerò di più.”
Vent’anni così. E ancora oggi, se ricominciassi, inconsciamente continuerei probabilmente a farlo solo per quello.
E allora arriviamo al punto.
Abbiamo perso il senso di quando parlare e quando tacere.
Ma ancor di più abbiamo perso il senso di come parlare.
E i film che sono il mondo vero, purtroppo, questo ci restituiscono.
E per capirlo davvero bisogna guardare due scene.
Non riassunte. Non accennate.
Guardate fino in fondo.
La prima: la Crocifissione. Sempre riportata su schermo attraverso profonda esegesi e rispetto, come è giusto che sia.
Tre uomini stanno morendo.
Uno — Gesta — fa quello che fanno molti personaggi scritti male oggi, ma lo fa bene: provoca. Mica chiede aiuto, non supplica, non moralizza. Dice: “Se sei quello che dici, scendi.” E c’è sarcasmo da morente. C’è bestemmia e c’è lucidità sporca. Finalmente qualcosa di sanamente umano.
“Mo’ vediamo, tu sei figlio di Dio?!”
L’altro — Disma — fa il contrario. Incarna il democristianissimo italiano medio idealtipico. Si costruisce prima di tutto una minima posizione morale. Rimprovera il collega stronzo, si dichiara da solo colpevole, riconosce una superiorità nell’uomo al centro – si fa sempre con quello tosto della compagnia. E poi, con quella prudenza tutta umana, quasi interessata: “Ricordati di me.” Non è purezza. Si tratta di speranza calcolata.
“Vai mai a vedere che questo veramente è figlio di Dio!”
E il terzo? Gesù?
Fa una cosa che oggi nessuno scrive più.
A Disma risponde. Lo riconosce come umano, come simile. E poiché sa quanta sofferenza ci sia in quel momento definitivo, visto che anche lui nella sua carne umana sta morendo e morendo male, lungi dal colpevolizzarlo perchè sta morendo, gli prospetta qualcosa, dopo. Gli promette qualcosa.
A Gesta — niente. Silenzio totale. E quel silenzio è una decisione narrativa violentissima. Perchè è chiaro che lì c’è un taglio.
E non significa: non tutto merita risposta. Non tutto va spiegato. Non tutto va moralizzato. Significa che è stata eliminata la risposta per le rime a Gesta che possiamo tutti immaginarci, quando sai che uno stronzo sta per crepare.
Perchè colui che muore e che parla, Gesù, nel momento in cui parla e muore, è la versione umana di se stesso. Carnale, spaventata, vinta dal dolore.
Ed è la versione che ha già preso le distanze dal becero sionismo di una divinità come la precedente, che conosce solo afflizione per gli infedeli e i poco fedeli, genocidi, sodomie con bastoni, donne usate come vacche da riproduzione, figlie e neonati in età non lavorativa e non produttiva usati come scudi umani.
Quindi non castiga, resta umano e mostra tutte le sue fallacie e tutta la sua umanità. Solo che quella stringa la tolgono, perchè forse troppo efficace, troppo feroce – che comunque ci sta.
Il capolavoro minimal alla McCarthy succede immediatamente dopo.
L’uomo — perché lì Gesù è ancora uomo — cede.
“Padre perché mi hai abbandonato?”
Non è teologia. Non è dottrina.
Rabbia. Disperazione. Accusa. E bestemmia a mezzo servizio perché comunque il nome é oggettivamente fatto invano poiché é un vocativo retorico e lui Gesù sa che non è abbandono ma cosciente percorso.
C’è un figlio che parla al padre. Non il profeta.
E quella frase contiene tutto quello che oggi i dialoghi non sanno più contenere: conflitto reale, padri ingombranti, aspettative alte, nervi attesi e non concordati, crisi fortissime.
E poi — solo dopo quella sfuriata — arriva la ricomposizione.
“Tutto è compiuto.”
Che non cancella la rabbia. La segue.
Prima l’uomo. Poi il senso. E il conforto, in quella frase, a Disma: tutto è compiuto per me e per te, che siamo umani. E ti sono fratello e simile in questa morte e come te ora soffro.
Seconda scena. Molto più conosciuta della prima. Molto più vera perchè da viversi al netto di uno spoiler possibile su vite ulteriori dopo il trapasso. Qui tutti sanno che dopo il momento ci sta un grandissimo boh che già siamo oltre con l’ateismo di default nelle democrazie tipo Hollywood.
Grey’s Anatomy, stagione 6, episodio 24.
Ospedale sotto assedio. Ascensori bloccati.
Una dottoressa — Bailey — cerca di salvare un collega, Charles Percy, colpito e destinato a morire. Ce l’ha quasi fatta. Serve solo l’ascensore. Ma la porta dell’ascensore, di tutti gli ascensori, non si apre, perchè una volontà superiore, per un fine superiore alla sopravvivenza di un uomo, ha bloccato tutte le porte.
E qui succede la stessa identica struttura. Ci sta una salvatrice, la Bailey, ci sta una infermiera un po stronza, ci sta un collega buono ingenuo e morente.
Prima: rabbia.
Contro il sistema. Contro Dio. Contro il destino.
Bailey che è donna, è nera, è Cristo – questo quando ancora la cultura inclusiva alludeva e proponeva modelli positivi invece semplicemente di cacare il cazzo su questioni inestistenti tipo i woke.
E la porta della salvezza è bloccata.
Bailey che è l’unica che può salvare, se il Sistema generale lo permettesse, non può fare quello per cui esiste.
E lo dice. Lo urla. Bestemmia – con parolacce e pianto e muco dal naso indice di pianto genuino.
Poi arriva il momento.
La resa al volere superiore.
Percy le chiede cosa sta succedendo.
E lei — attenzione — non dice:
“Non ti preoccupare.”
“Andrà tutto bene.”
“Resisti.”
O peggio ‘Non mi fare questo, Percy, bada!’
Dice:
“Stai morendo.”
Verità.
Nuda. Precisa. Senza violenza.
E subito dopo fa quello che nessun dialogo moderno del cinema banale che è la vita riesce a fare.
Resta.
Non si mette al centro. Non dice “non farmi questo”. Non dice “fallo per me”.
Dice: “Eri il mio preferito.”
Una frase minuscola. Devastante.
E poi promette.
Promette che dirà alla donna che lui amava quello che lui non ha fatto in tempo a dire. E lì succede esattamente la stessa cosa della crocifissione.
Non si nega la morte.
Si costruisce una continuità dopo la morte.
E allora tutto torna.
Il padre del poeta estinto. Il padre di Shine. Il padre di Carretta.
Mio padre con quella frase idiota.
Non è un problema di cattiveria. Più un problema di accettazione e chiarezza attraverso il linguaggio.
I loro sono dialoghi che non accompagnano.
Non descrivono. Non stanno. Invadono.
E quando invadono, distruggono.
Allora la regola è una sola.
Davanti alla morte, al dolore, al fallimento:
Non dire di più.
Non dire meglio.
Dire giusto.
sono qui. ti vedo. resto.
Tutto il resto — nel cinema come nella vita —
è rumore.
E il rumore è sempre l’inizio della tragedia.
Non sfugga a nessuno che oggi comincia per i cristiani di ogni congrega e setta possibile una settimana importante. Non sfugga a nessuno che questo è un post religioso, a modo mio. In quella curiosa religione di cui alcuni mi accusano. Spero di aver fatto intendere quanto importante per me, oltre le figure e le metafore, sia un messaggio fondamentale: restiamo umani. Avendo cura di abbracciare anche chi bestemmia il padre suo, in un momento di profonda paura. Avendo cura di fare una carezza a chi, mentre attraversa un’ora buia, ha la forza di portare una piccolissima, flebile luce, nella vita di un altro.
E ora però torniamo le merde che siamo!
Nessuno si sogni di accusarmi di spoiler per le trame qui su rivelate. Se non conoscete questi capisaldi della letteratura Fantasy o dei drammi di cronaca come L’Attimo Fuggente o questi passi della religione contemporanea come Grey’s Anatomy non meritate di votare e di sicuro perdo tempo perché avete versato poche lacrime nella vita e quindi di vita ci capite poco.
